LA CHIESA POPOLO DI DIO E LA SFIDA DEI POPULISMI
La Chiesa è popolo di Dio, perché nessuno si salva da solo, ma insieme, appunto come popolo. È anche la volontà – lo stile – di Dio, che non ci ha salvati individualmente, ma come appartenenti a un popolo. Per cui essere salvati comporta uscire dall’autoreferenzialità e dall’individualismo, per aprirsi a Dio e ai fratelli.
Essere popolo è parte del DNA della Chiesa. E la salvezza di cui essa è segno è per tutti, non solo per qualcuno. Se la Chiesa non è segno di salvezza per tutti, non è più Chiesa, ma un’altra cosa. Ma essa è popolo anche nel senso che tutti i suoi membri sono soggetti attivi, importanti: è fatta da tutti, non solo da qualcuno – un capo –, che decide per tutti, sia esso il prete, il vescovo o il papa. In questo senso, possiamo dire che la Chiesa è popolare, non populista, perché fa appello a tutto il popolo, clero e laici, ha bisogno di ogni membro, di tutti, non solo di alcuni. Non c’è qualcuno che ha di più e qualcuno che ha di meno. Ma ciascuno ha qualcosa di importante per tutti gli altri.
CHIESA: POPOLO FRATERNO E SINODALE
La forza della Chiesa, dice papa Francesco, è la fraternità, cioè i legami, l’affetto, la collaborazione, il prendersi a cuore la situazione dell’altro, che si sviluppano tra i suoi membri, riconoscendo in ognuno il portatore di un dono unico. Francesco parla addirittura di una “fraternità mistica” e dice che è il vero vaccino contro la malattia dell’individualismo, perché “sa guardare alla grandezza sacra del prossimo, sa scoprire Dio in ogni essere umano, sa sopportare le molestie del vivere insieme aggrappandosi all’amore di Dio, sa aprire il cuore all’amore divino” (EV 92). Questo è lo stile della Chiesa.
Ma c’è un altro aspetto sul quale il papa insiste spesso, quello della sinodalità, del camminare insieme. Un vero e proprio vaccino contro il populismo, perché significa accogliere l’altro, ogni singola persona per quello che è, riconoscendola portatrice di un dono, di cui ho bisogno. Se non permetto all’altro di portarmi il suo dono, mi privo di qualcosa di importante. Sinodalità è “fare la verità nella carità”: non ci si impunta, non ci si polarizza né ci si contrappone, ma nel confronto si cammina sempre verso una più profonda comprensione, una verità più ampia.
Essere popolo di Dio per la Chiesa significa anche vivere dentro la storia, la storia attuale, come luogo abitato da Dio, dove la Chiesa è chiamata a testimoniare il Vangelo come dono per tutti. Infatti, il Vangelo non sposa una cultura contro un’altra, non va bene per un popolo contro un altro. Il Vangelo è dono per tutti, per tutti i popoli e per tutte le culture. Non c’è una cultura egemone rispetto ad un’altra: ognuna ha qualcosa da dirci. Ogni cultura ci aiuta a guardare al Vangelo, alla salvezza, al senso della vita e della storia, da un punto di vista diverso. Quindi se ci mettiamo insieme, membri di diverse culture, comprendiamo meglio il Vangelo!
Infine, la Chiesa è popolo di Dio con l’unico compito di portare il Vangelo come buona notizia per tutti. Un compito, che può e deve svolgere, al seguito di Gesù Cristo, mai da padrona, trionfatrice sulle altre culture, ma sempre da serva, in ascolto. In questo quadro di Chiesa popolo di Dio, è difficile giustificare al suo interno alcune dinamiche tipiche del populismo, che invocano la chiusura e l’esclusione, per esempio nei confronti degli immigrati.
LA GRANDE TENTAZIONE DEI POPULISMI
Indubbiamente i populismi, anche come si sono proposti di recente, sono una grande tentazione per una certa fetta del nostro cattolicesimo (italiano, ma non solo), soprattutto quando si presentano come l’ultimo baluardo dei valori cristiani (il valore della famiglia contro quanti propongono il matrimonio gay; il valore dell’identità cristiana, rappresentato da alcuni simboli come il crocifisso e il presepio, contro quanti vorrebbero toglierli dai luoghi pubblici; il valore dei sacri confini della Patria, contro la minaccia dell’invasione islamica, che verrebbe a cancellare la nostra “civiltà” superiore ecc.). Questi populismi sono una tentazione anche per tanti nostri fedeli, persone buone, semplici, pie, devote, che hanno sempre vissuto nel timor di Dio. Una tentazione forte, perché va a toccare un’idea, ormai sostanzialmente superata dalla realtà, quella della “società cristiana”, dove il cristianesimo era prevalente, la religione esclusiva. Ebbene, molte delle nostre comunità, non hanno elaborato la fine della “cristianità” e vivono questa “morte” come un’esperienza “tragica”. È come quando a qualcuno viene amputata una gamba. Per molti giorni la sente ancora presente, non si rassegna alla perdita. Per certi versi, i populismi hanno intercettato un “lutto” che, come cristiani, stiamo vivendo, ma di cui non ci siamo resi pienamente conto.
Inoltre, c’è la questione dell’identità. Viviamo in un tempo in cui, soprattutto per i giovani, è difficile definirsi: siamo tante cose, ma alla fine non sappiamo chi siamo. Ebbene, se nel momento di crisi d’identità, perché il vecchio mondo (che ci dava sicurezza durante la vita, anche oltre, dopo la morte) è crollato, spunta all’orizzonte qualcuno che ci dice chi siamo, che cosa dobbiamo fare per vincere, certamente non sarà facile resistergli.
A QUALE PREZZO?
Sicché, anche molti cristiani, che si sentono “fregati” nelle loro aspettative di vita, si lasciano prendere dal fascino del nuovo capo, del nuovo leader, dimenticandosi dei principi fondamentali del cristianesimo, come quello del comandamento dell’amore: “Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi” (Mt 25,35-36). Il rischio è quello di perdere la nostra originaria identità cristiana, quella evangelica, in nome di un’identità forte, smarrita insieme con la “cristianità”, cui si appellano certi populismi, anche nostrani.
A chi propone questa identità “forte”, noi dobbiamo assolutamente far vedere la nostra identità cristiana. Mi fa molto pensare quello che è successo a Gesù in croce, quando i passanti, quelli che erano stati crocifissi con lui e i sommi sacerdoti con gli scribi, facendosi beffe di lui, dicevano: “Ha salvato altri, non può salvare se stesso! Il Cristo, il re d'Israele, scenda ora dalla croce, perché vediamo e crediamo" (Mc 15,31-32). Gesù è stato sfidato sulla sua identità, sulla sua credibilità e forza, che ha manifestato però non scendendo dalla croce, ma restandovi fino alla morte. Gesù ha affermato la sua identità, la sua forza, non prevalendo sugli altri. Ha scelto un’altra via, che è poi quella che dovrebbe dare indicazioni anche a noi cristiani del XXI secolo.
COSA FARE?
Cosa fare in un mondo complesso e disorientato come il nostro? Non è facile rispondere a questa domanda. I populisti non sono tutti stupidi, scemi, ma intercettano problemi veri, disagi concreti, questioni serie della vita. I populismi però dividono la società e le stesse famiglie al loro interno, con riposte semplificatorie a questioni complesse, noi – come Chiesa – dobbiamo scendere, stare in mezzo alla gente e tornare ad ascoltare e capire di più i problemi, i disagi, cosa sta dietro la rabbia. Dopodiché provare a dare risposte pertinenti rispetto ai problemi, risposte che non siano evasive.
Forse dobbiamo proprio metterci in questa posizione, di chi, dopo aver a lungo ascoltato – e capito –, propone qualcosa, in una logica diversa da quella semplificatoria dei populismi. Dovrebbe anche essere un compito primario della politica, quello di ascoltare e di capire la gente. Ma la Chiesa ha un’altra carta da giocare, diversamente dalla politica, che è quella, come dice papa Francesco, dell’attrazione e non del proselitismo: “La fede si trasmette per attrazione, non per proselitismo”. Questo vuol dire che, nonostante abbiamo perso il benessere di prima e non viviamo più in una società cristiana, siamo capaci di restare “umani”, di essere attenti, di fare la nostra parte, di avere speranza, di avvicinarci a chi è nel bisogno, fraternamente.
È come quando ti fanno il trapianto delle cellule staminali. Noi, come Chiesa, dobbiamo essere un po’ quelle cellule, piccole cellule, minoranza, in una società “malata”.
I populismi intercettano delle domande serie, che anche noi, come Chiesa, dobbiamo cogliere, capire, rispondendo con una modalità diversa da quella semplificatoria dei populisti. Dobbiamo vincere il male con il bene, porgendo l’altra guancia, come ci suggerisce il Vangelo, che è un modo per far pensare chi ha usato la violenza.
È difficile, certo, ma non impossibile!
SMETTERE DI FARE LE VITTIME
Noi cattolici dobbiamo smettere di fare le vittime, di lamentarci e tornare a fare il nostro mestiere di credenti nel Signore e quindi di ottimisti per definizione. Dobbiamo tornare ad essere il sale della terra, questa piccola realtà invisibile, ma che dona sapore alla vita. Cioè dobbiamo tornare a pensare che oggi essere missionari non è più una questione dei preti, dei vescovi e delle suore. Questo è il momento dei laici, cioè di coloro che vivono nel mondo testimoniando laicamente, nella propria professione, la fede cristiana. Come cristiani dobbiamo tornare ad essere così umani, così capaci di fraternità, da essere attraenti. Questa umanità e fraternità si pagano al caro prezzo della persecuzione. Gesù per questo è stato messo in croce, per cui noi come suoi discepoli non possiamo lamentarci l’hanno messo in croce prima di noi. Dobbiamo essere coerenti con il Vangelo, anche nei confronti di chi è arrabbiato con la vita, perché si sente “fregato” nelle sue attese. Dobbiamo stare nel mondo e fare il nostro mestiere. Verrà il giorno in cui anche il collega più arrabbiato ci verrà a cercare, perché ha visto in noi competenza professionale, coerenza evangelica, capacità di ascolto e comprensione, umanità, che non si trovano altrove.







