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L’Europa tra conflitti di identità e futuro solidale

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Il 9 aprile 1865 terminava la guerra americana di secessione; ad Appomattox (Virginia) Ulysses S. Grant, generale comandante dell’Unione (gli Stati del Nord) riceveva la resa del generale Robert E. Lee, comandante delle truppe della Confederazione (gli Stati del Sud); il rischio che il paese si spaccasse per motivi economici e politici era superato.

Dieci anni dopo Grant, diventato Presidente degli Stati Uniti, affermava che il cattolicesimo poteva rivelarsi una fonte di divisione più grave di quanto non fosse stata la Confederazione degli Stati sudisti.

Non si trattava di un’opinione isolata. Nel 1845 era stato fondato il “Native American Party” (più tardi semplicemente “American Party”) che intendeva combattere l’influsso deleterio degli immigrati cattolici dalla Germania e dall’Irlanda. I cattolici, si diceva, non possono essere buoni Americani sia perché sono estranei ai valori anglosassoni che hanno fondato la nazione, sia perché obbediscono a un sovrano straniero la cui parola ha un peso determinante sui loro comportamenti (il Papa).

Si aggiungeva la preoccupazione per la sicurezza della vita civile: “Durante i primi cinque anni del decennio 1850 l’immigrazione raggiunse un livello cinque volte più alto che nel decennio precedente. La maggior parte dei nuovi arrivati erano contadini od operai cattolici poveri provenienti dalla Germania o dall’Irlanda che affollarono le case popolari nelle grandi città. Il livello del crimine e il costo del welfare salirono alle stelle. A Cincinnati, ad esempio, il numero dei crimini triplicò tra il 1846 e il 1853 e il numero degli omicidi crebbe di sette volte. A Boston le spese per l’aiuto ai poveri si triplicarono durante lo stesso periodo” (J.M. McPherson).

Fa impressione rileggere queste cose e viene da chiedersi: i protestanti americani erano così faziosi? O i cattolici erano davvero così pericolosi?

Possiamo gioire nel vedere come le cose sono evolute. Cent’anni dopo un cattolico diventava presidente degli Stati Uniti; oggi i cattolici hanno una presenza notevole nel Congresso degli Stati Uniti e sono addirittura maggioranza in quella Corte Suprema che deve garantire la fedeltà alla Costituzione. Essere cattolico non è più motivo di sospetto per chi vuole difendere lo spirito dell’America. Gli impulsi verso la collaborazione hanno prevalso su quelli che potevano condurre al conflitto e forse anche per questo gli Stati Uniti hanno potuto insegnare qualcosa al mondo.

Possiamo sperare che qualcosa di simile accada ancora oggi? Che anche la vecchia Europa diventi capace di immaginare e costruire un futuro solidale anziché irrigidire i conflitti di identità?

Certo, è ingenuo sperare che qualcuno abbandoni lo stile di vita nel quale è stato educato e, in pochi anni, ne assuma uno totalmente diverso; la cultura non è un vestito che si possa dimettere e cambiare con un atto di volontà. Probabilmente bisognerà fare i conti con due momenti successivi. Il primo è quello della convivenza sulla base di regole comuni che definiscono quello che è lecito e quello che è proibito. A questo livello non importa che il trasgressore sia bianco o nero, cattolico o musulmano, piccolo o grande, ricco o povero: importa solo che il suo comportamento sia secondo la legge.

La democrazia è basata su questa ‘indifferenza’ rispetto all’identità dei cittadini; importa solo che siano cittadini e che osservino le regole.

Ma poi c’è un passo successivo. Il Signore ha fissato un certo limite alla vita umana. Forse anche perché c’è un limite al cambiamento che una persona è in grado di vivere senza perdere la memoria e l’immagine di sé. I cambiamenti più grandi avvengono attraverso il cambio delle generazioni: le generazioni nuove si appropriano facilmente di stili di vita nuovi; sono creative e più facilmente plasmabili.

Sono loro che sapranno vivere un futuro diverso, meno condizionato e più creativo. Se lasceremo loro lo spazio necessario.



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