Juan Gerardi, Il vescovo che ruppe il silenzio
Juan Gerardi, vescovo della Diocesi del Quiché, in Guatemala, venne assassinato il 26 aprile 1998. Due giorni prima, aveva presentato il rapporto Guatemala, mai più, nel quale si indicavano esercito e governo del paese come responsabili di “crimini contro l’umanità” durante la guerra civile (1960-1996).
Sapevo di mons. Juan Gerardi, del suo barbaro assassinio, in seguito alla presentazione del rapporto sui desaparecidos guatemaltechi: Guatemala, mai più. Nel mio “immaginario” – insieme di immagini – dei martiri dell’America latina gli avevo trovato un posto di tutto rispetto vicino al più celebre – e celebrato – vescovo di San Salvador mons. Oscar Romero, ucciso nel 1980, anchese qualche gradino sotto. Confesso che quest’ordine o gerarchia d’importanza nel mio – molto personale – martirologio latinoamericano dipendeva dalla poca conoscenza della realtà guatemalteca e dalla quasicompleta ignoranza della vita di Juan Gerardi.
La lettura di queste brevi pagine di Margarita Carrera mi hanno convinto distare di fronte ad una dellefigure più rilevanti dell’episcopato latinoamericano del sec. XX, una figura che, per le sue qualità etiche e spirituali, oltrepassa lefrontiere della Chiesa e dell’America latina. Il rapporto Guatemala, mai più forse non sarebbe stato scritto senza di lui, afferma l’autrice(p. 144).La mia poca cognizione di Gerardi vescovo di Verapaz (1967- 1974) e di Santa Cruz del Quiché (1974-1980) non riusciva a giustificare un legame così stretto di tutta la sua vita pastorale con il progetto dell’Odha (Oficio de Derechos Humanos del Arzobispado) denominato Remhi (Recuperación dela Memoria Histórica).
Non c’era in Guatemala un vescovo più degno di apporre la sua firma ad un progetto così profeticamente necessario alla ricostruzione sociale e morale del paese: accusato di essere comunista; più volte minacciato di morte; scampato a diverse imboscate; incolpato di abbandonare la sua diocesi; sequestrato dalla polizia mentre tornava da Roma, dove aveva partecipato al Sinodo sulla famiglia come presidente della Conferenza episcopale del Guatemala; esiliato in Costarica.
Ne è indiscutibile conferma l’assassinio del 26 aprile 1998, appena due giorni dopo la presentazione di Guatemala, nunca más.
Particolare interessante: Gerardi consegnò il rapporto nelle mani di Rigoberta Menchú, una delle vittime più colpite dalla guerra esimbolo vivente delle sofferenze del paese, nella cattedrale di Città del Guatemala, gremita di autorità e soprattutto di popolo.
Nei quattro volumi del Remhi – L’impatto della violenza (primo); I meccanismi dell’orrore (secondo); Il contesto storico (terzo);Le vittime delconflitto (quarto) – c’è tutta la sofferenza di Gerardi vescovo dei più miserabili dei guatemaltechi, gli indigeni del Quiché, che vivevano lontano da qualunque tipo di civilizzazione, vittime di una società ingiusta e dei cambiamenti politici. Nel Remhi si evidenzia tutta la sua lotta contro le terribili violazioni dei diritti umani nella sua patria.
Scritti sotto forma di romanzo, i 16 capitoletti della vita di Juan Gerardi si leggono tutti d’un fiato. Li ho letti a partire dalla fine, dall’epilogo – sul barbaro assassinio, che gli sfigurò e distrusse il viso e distrutto il cervello –, guadagnando capitolo dopo capitolo tutta la sua biografia a ques’atto supremo della sua esistenza.
Ne viene fuori una figura trasparente di vescovo secondo il dettato del Concilio Vaticano II (1962- 1965) e delle Conferenze di Medellín (1968) e Puebla (1979), decisamente schierato dalla parte dei più poveri dei guatemaltechi, gli indigeni del Quiché.
Di fronte ai militari che lo avevano invitato a schierarsi dalla loro parte, contro i “comunisti”, egli aveva replicato più volte che “non c’era spazio per terze posizioni”.
Parole che gli valsero la condanna a morte. In conclusione, si tratta di una lettura senz’altro coinvolgente,chelascia il segno.
Peccato che la traduzione inciampi in qualche spagnolismo che rende meno fluente la lettura del bel testo. (M. M.)







