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Joseph-Albert Malula, il Cardinale che affrontò il dittatore

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Tra i protagonisti del Concilio brilla la figura del cardinale Joseph-Albert Malula. La sua partecipazione è stata molto importante, soprattutto nel campo della riforma liturgica. Nato a Kinshasa il 17 dicembre 1917 e ordinato prete nel 1946, dopo qualche anno d’insegnamento e di servizio pastorale, nel 1959 è nominato vescovo ausiliare di Kinshasa e, nel 1964, arcivescovo della medesima diocesi. Nel 1969 Paolo VI lo crea cardinale. Nel 1971, con la politica dell’autenticità del presidente Mobutu Sese Seko, inizia un periodo di tensione tra Stato e Chiesa. Malula viene accusato di tramare contro il governo ed è costretto all’esilio in Vaticano per cinque mesi. Al suo rientro s’impegna a riconfigurare le linee pastorali della diocesi, focalizzando la formazione dei laici, i ministeri laicali e le comunità di base. Il denominatore comune per l’intera diocesi è l’africanizzazione della vita ecclesiale, nella consapevolezza che il Vangelo deve entrare nel cuore delle culture autoctone, secondo i dettami del Concilio. Negli ultimi anni del suo ministero avverte la necessità di realizzare un discernimento ecclesiale. Perciò convoca un Sinodo diocesano, che si svolgerà tra il 1986 e il 1988 con grande partecipazione di fedeli. Il cardinale morirà un anno dopo, il 14 giugno, venerato come uno dei padri fondatori delle Chiese africane, in particolare di quella di Kinshasa.

UN VESCOVO PROFETA

Il Vaticano II è stato senza dubbio un Concilio molto aperto, potremmo dire progressista, anche se dominato dalla problematica occidentale, per cui i Vescovi del Terzo mondo vi hanno giocato un ruolo minore. La prima volta che Malula prese la parola in seno alla commissione liturgica preparatoria, di cui era membro, fece un gesto profetico: prima di parlare, cantò il Padre Nostro in lingala (la lingua di Kinshasa). Uno dei suoi più ardenti desideri era, infatti, quello di vedere la fede cristiana prendere forma in terra africana, in maniera radicalmente evangelica e autenticamente africana.

Le sue forti intuizioni si orienteranno soprattutto verso il campo liturgico. Fin dall’inizio del suo ministero sacerdotale cercherà con caparbietà le vie possibili per far partecipare più attivamente il suo popolo alle celebrazioni liturgiche, soprattutto all’eucaristia. Questa ricerca troverà un primo compimento nel decreto d’approvazione da parte della Santa Sede del Messale Romano per le diocesi dello Zaïre, del 1988. Al Sinodo dei Vescovi del 1974, Malula fece un intervento significativo, che suscitò scalpore nei suoi colleghi di tutto il mondo:

“Ieri i missionari stranieri hanno cristianizzato l’Africa; oggi i neri africani africanizzeranno il cristianesimo”.

In buona sostanza, Malula voleva dire che la lunga tradizione cristiana e il Vangelo costituiscono, sì, la norma del processo di inculturazione, ma le tradizioni e le culture autoctone devono fornire il supporto per esprimere e radicare il messaggio cristiano in Africa.

Con altrettanto coraggio Malula si sforzò di adattare le strutture ecclesiali alla realtà del suo popolo.

Tra queste citiamo la fondazione della congregazione delle religiose diocesane, ispirata agli elementi tradizionali e culturali africani, l’istituzione dei bakambi delle parrocchie (laici responsabili di comunità parrocchiali), la pastorale dei giovani (Bilenge ya Mwinda: giovani della luce – movimento che si ispira all’iniziazione dei neri-africani) e dei bambini (KizitoAnuarite: movimento che propone l’esempio del bambino martire dell’Uganda Kizito e della beata vergine e martire del Congo RD Anuarite) e il movimento delle mamme cattoliche.

In un’intervista rilasciata l’11 giugno 1985, prima della seconda visita di Giovanni Paolo II in Congo (allora Zaïre), Malula dichiarò che la Chiesa del suo paese era fattivamente impegnata nel rinnovamento conciliare, per offrire al mondo un’immagine di comunità aperta, splendente, profondamente radicata nella terra africana (cfr. Œuvres complètes du Cardinal Malula, vol. 2, Textes biographiques et généraux, Facultés Catholiques de Kinshasa 1997, p. 137). Per questo nel 1986 convocherà un Sinodo diocesano, senza dubbio l’evento ecclesiale più importante della sua storia centenaria. Considerato il “testamento” del card. Malula, il Sinodo – che aveva come tema Il Concilio Vaticano II e l’avvenire della nostra Chiesa –, è stato l’occasione per una nuova riappropriazione dei principi del Concilio alla distanza di vent’anni.

IL CONCILIO: UN’ESPERIENZA UNICA

Secondo Malula, il Vaticano II aveva reso più visibile e vissuta la cattolicità della Chiesa. Il Concilio gli aveva permesso di sentire e scoprire questa dimensione: la Chiesa non era solamente la sua diocesi di Léopoldville (oggi Kinshasa), il Congo, l’Occidente, ma il mondo intero. La partecipazione al Concilio aveva maturato in Malula una nuova coscienza ecclesiale. I contatti con altri vescovi gli permise di aprirsi ai grandi problemi del mondo, alle preoccupazioni e alle angosce di tutta l’umanità. I Padri conciliari venivano da ogni parte del globo, parlavano lingue diverse, appartenevano a razze e culture diverse, eppure erano uniti nella stessa fede.

Questa unità nella molteplicità meravigliò positivamente il cardinale di Kinshasa.

Partecipando all’assemblea conciliare, gli pareva di toccare con mano il mistero della convocazione di tutti i popoli della terra, così diversi per mentalità, carattere, sensibilità e cultura, per diventare in Cristo un solo grande popolo profetico, regale, sacerdotale. La Chiesa del Concilio gli apparve come il punto di convergenza delle differenti umanità e civiltà della terra per costruire il Cristo totale. Per cui, per il cardinale, l’incontro di ogni popolo con la Chiesa era come un meraviglioso scambio, nel quale la Chiesa porta con sé le ricchezze della Rivelazione, ossia il divino, mentre ogni popolo porta con sé la propria specificità umana, appunto l’umano, di modo che in Cristo avviene l’unione, il matrimonio spirituale e mistico tra il divino e l’umano.

Questa comunione ecclesiale è il dono di Dio all’uomo e il dono dell’uomo a Dio.


NELLA CHIESA GLI AFRICANI NON SONO STRANIERI

La Chiesa in terra africana è, d’accordo con Malula, il Cristo vivente che si rivolge oggi agli africani per farne dei fratelli, dei figli di Dio in forma piena. Nella Chiesa gli africani non sono stranieri e intrusi ma veri figli. Non sono figli illegittimi ma concittadini dei santi, membri della famiglia di Dio, con gli stessi diritti e doveri degli altri popoli chiamati prima al cristianesimo.

Con il Concilio, secondo Malula, la Chiesa si è impegnata in un processo di dialogo senza precedenti, sia al suo interno sia con il mondo esterno, comprendendosi a immagine e somiglianza di Cristo, cioè a servizio di tutta l’umanità. Con il Concilio, la Chiesa ha avuto il coraggio rimettersi di fronte a Gesù Cristo – come davanti a uno specchio –, per riflettervi la propria immagine e così vedere meglio i cambiamenti necessari nella sua vita interna e nella sua azione missionaria, per essere davvero la Chiesa di Cristo.

Fedele alla sua vocazione profetica, Malula credeva fermamente alla sua missione attraverso la Chiesa, anche nei momenti più intensi del suo servizio episcopale. Grazie alla sua spiritualità dell’imitazione di Cristo nella situazione concreta – in cui ogni credente è chiamato a svolgere la sua missione profetica, nel suo caso il contesto del conflitto con il dittatore Mobutu –, il cardinale troverà la forza e le ragioni per proseguire il suo ministero.

Il suo coraggio, pagato anche con l’esilio, è stato la forza nascosta che ha riempito di frutti l’opera che gli era stata affidata.



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