José Maria Pires, un Vescovo a piedi nudi
Sono passati 50 anni dalla prima sessione del Concilio Vaticano II, solennemente inaugurata da Papa Giovanni XXIII l’11 ottobre 1962 alla presenza di 2.448 padri conciliari. Per far memoria del Concilio, Papa Benedetto XVI ha indetto l’Anno della Fede (11 ottobre 2012 – 24 novembre 2013). Degli attuali 5.207 vescovi oggi viventi nel mondo, solo 46 hanno partecipato all’apertura del Concilio. Mons. José Maria Pires, arcivescovo emerito di Paraíba (Brasile), è uno dei privilegiati testimoni di questo evento, uno dei 10 brasiliani ancora viventi su un totale di 243 tra prelati e vescovi che hanno partecipato all’assise conciliare.
Mons. José Maria Pires, nato nel 1919 nello Stato di Minas Gerais (Brasile), arcivescovo emerito di Paraíba, ha partecipato a tutte e quattro le sessioni del Concilio Vaticano II, essendo stato consacrato vescovo nel 1957. Era allora l’unico vescovo nero del Brasile, una delle voci più notevoli dell’episcopato brasiliano, che ha fatto proprio il rinnovamento conciliare della Chiesa. Con la sua predicazione ha risvegliato in tanti brasiliani il desiderio di spendersi più decisamente per le vittime dell’ingiustizia. Ha ascoltato l’appello di Dio attraverso il grido del suo popolo sofferente del Nord Est brasiliano.
LA SCELTA DEI POVERI
Figlio di poveri, fin dall’infanzia ha imparato l’importanza di stare sempre con i piedi per terra. Lo ha testimoniato anche ai funerali del presidente Juscelino Kubitscheck, il costruttore di Brasilia, nel 1976: “Ho calcato la stesse strade di Juscelino, a piedi nudi, come lui. Era consuetudine che i bambini poveri andassero scalzi per strada”. A piedi nudi, nella sua terra natale, ha imparato come essere prete, vescovo e pastore. Non ha mai dimenticato la lezione dei piedi nudi. Questo contatto con la terra lo ha reso un pastore fedele. Nel 1995, diventato vescovo emerito, ha cominciato a fare il pellegrino, predicatore ambulante del Vangelo, suscitando una santa invidia in non pochi colleghi.
La scelta dei poveri è diventata il suo programma di vita.
Lo conferma Mons. Helder Câmara, nella prefazione del libro Do Centro para a margem (Editora Acauã, Paraíba 1978): “Mons. José Maria va in cerca delle cause, delle radici... E parla chiaro, senza mai perdere la serenità, ma chiamando le cose per nome. Chi rigetta un cristianesimo disincarnato, un magistero inodore, incolore, astratto, legga le sue pagine” (p. 7).
A PIEDI SCALZI
In occasione della presa di possesso come arcivescovo ebbe a dire: “Non voglio portarvi la mentalità di Minas Gerais, i costumi e la civiltà dello Stato in cui sono nato, esaltandone le differenze nei confronti della mentalità e dei costumi di Paraíba. Como Cristo, facendosi uomo, ha assunto la natura umana e, per così dire, ha nascosto, messo da parte, la sua identità divina, manifestandosi a noi senza abbandonare il suo essere Dio, ma imparando con noi ad essere uomo, a vivere come uomo, così il nuovo prelato non viene a voi per insegnare, ma anzitutto per imparare ad essere paraibano. Inizierò il mio ministero imparando con voi. Solo se mi integrerò con voi potrò compiere la mia missione di servire” (“É santa a terra em que piso”, João Pessoa/PB, 26.03.1966, in S.G. Lopes Ribeiro, Dom José Maria Pires. Uma voz fiel à mudança social, Paulus, São Paulo 2005, p. 17).
FACENDOSI DIALOGO CON TUTTI
Il dialogo, così come era stato preannunciato nell’enciclica di Paolo VI, Ecclesiam suam, ed esplicitato nella costituzione conciliare Lumen gentium, era diventato il criterio della vita pastorale di José Maria. Così, da vescovo, instaurerà uno speciale dialogo con il popolo nero, diventandone il difensore, cosa che appare anche dai due appellativi molto simbolici che gli sono stati dati: all’inizio del suo ministero episcopale sarà, infatti, chiamato mons. Pelé, con allusione al giocatore di calcio di fama internazionale; qualche anno più tardi sarà “ribattezzato” mons. Zumbi, da mons. Pedro Casaldáliga (vescovo emerito di São Felix), che lo voleva così legare più strettamente alla causa del popolo nero del Brasile, in memoria del leader dei Quilombos brasiliani (luoghi di libertà conquistati dagli schiavi), Zumbi dos Palmares.
Questi appellativi non gli hanno tolto la sua identità più profonda, di persona che ha sempre assunto la sua origine, la sua appartenenza etnica, senza mai tradire l’amore per tutti i poveri, come chiave di lettura privilegiata del mondo e forma di incarnazione cristiana nel Nord Est brasiliano, flagellato da tante ingiustizie e contraddizioni che esigevano una fedeltà radicale a Cristo. José Maria non è uomo di mezze parole né di mezze azioni. Chi lo ascolta, anche oggi, coglie immediatamente l’integrità di quello che pensa, dice, sogna e condivide con i suoi interlocutori. Ascoltandolo si sente che si è di fronte ad un autentico pastore: non c’è arroganza nelle sue parole; ci si sente incoraggiati e insieme sfidati, mai impauriti.
José Maria è un vero fratello, che non abdica al dialogo, perché crede e ama l’interlocutore.
PER UNA CHIESA PROSSIMA AI MARGINI
José Maria insiste sulla conversione della Chiesa ai margini della società, del mondo, verso i piccoli. È anche l’insegnamento del Vaticano II. La Chiesa incarnata dal ministero di José Maria è: una Chiesa che si allontana dai “centri” e si fa prossima ai “margini” del mondo; una Chiesa che non pone la sua speranza e fiducia nei potenti e nei signori del mondo; una Chiesa profetica nella denuncia della violazione dei diritti degli oppressi, nonostante l’ira di chi governa, perché solo questa Chiesa è sacramento di salvezza per poveri e ricchi. In questa Chiesa profetica non c’è posto per persone che non si lasciano mettere in questione.
L’OTTAVO SACRAMENTO: LA GIOIA
Secondo mons. José Maria Pires, l’ottavo sacramento della Chiesa è la gioia. Si dice sempre che, quando una persona felice entra in una casa, è come se si aprisse la finestra per lasciar entrare la luce in una stanza buia. Questo è stato il servizio pastorale di José Maria Pires: vescovo a piedi nudi, ha aperto le finestre della Chiesa del Nord Est brasiliano. Anche oggi abbiamo bisogno di vescovi che continuino ad aprire le finestre delle nostre Chiese perché la gioia di Cristo ci ringiovanisca.
Anche oggi abbiamo bisogno di cristiani come José Maria Pires, a piedi nudi, che stanno dalla parte dei poveri, con una gioia convinta nel cuore, veri figli ed eredi del Concilio.







