Indios e Sem Terra ci insegnano a salvare le foreste
Per i lettori interessati alla conferenza sui due progetti di riforestazione del Parabubure (Brasile) e di Otonga (Ecuador), l’appuntamento è il 7 ottobre, ore 17.30, presso la Sala delle Colonne nel Museo della Scienza e della Tecnica, a Milano.
Un’utopia – quella di far rinascere l’Amazzonia, albero dopo albero – sta diventando realtà. Al telefono la voce di p. Angelo Pansa, missionario saveriano, da trent’anni in Brasile a contatto con gli indios, suona forte e chiara: “53mila piante messe a dimora nel ’98 e altre 75mila nel ’99; 180 tipi di piante diverse ogni ettaro, un terzo delle quali da frutto. Questi dati parlano di soli”. Non riesce proprio a nascondere la sua soddisfazione per l’avvio dei due progetti: quello di riforestazione del Parabubure, nel Mato Grosso, e per quello di Otonga, in Ecuador, che riguarda un tratto di foresta da trasformare – previo acquisto – in riserva biologica intoccabile.
L’obiettivo è ambizioso, il costo è basso (un miliardo da versare in dieci anni), l’identità degli sponsor sorprende: si tratta della Valcucine di Pordenone, assieme ad altri imprenditori e al Premio Mazzotti. Grazie a costoro – che per primi si sono posti il problema di come riparare ai danni fatti alla foresta – i veri protagonisti di questa storia (e cioè gli indios xavantes e tapiraré con la loro profonda conoscenza del territorio; i sem terra con le loro capacità di utilizzare le macchine agricole; e gli studenti di alcune scuole), in un’alleanza del tutto inedita, possono finalmente operare.
Missione Oggi aveva raccontato questa storia poco più di un anno fa (M.O. 7/98). Adesso torna nel villaggio xavante di São Pedro e nell’area tapirapé di Urubu Branco per vedere che cosa ne è stato. E constata che il sogno si sta realizzando: soltanto il terreno ripulito è stato risparmiato dagli incendi; le sorgenti non sono più secche; gli alberi daranno presto frutta che da anni non davano più; la selvaggina tornerà ad abitare questi territori; le pianticelle del sottobosco, trapiantate prima in vivai e poi qui, stanno crescendo con una rapidità sorprendente; lo stesso dicasi per le piante medicinali e per le coltivazioni di sopravvivenza tra albero e albero (patate, manioca, fagioli, zucca, ecc.).
Convinti che si tratti di un progetto di ricostituzione ambientale esportabile in altre zone dell’Amazzonia e del mondo, padre Angelo e i suoi amici verranno a presentarlo ufficialmente in Italia. L’appuntamento è il 7 ottobre, alle 17.30, presso la Sala delle Colonne del Museo della Scienza e della Tecnica, a Milano.
Da qui verrà lanciata la proposta, a livello di parlamento europeo, di convertire il debito estero dei paesi della fascia equatoriale in progetti di riforestazione come questo. Indios e sem terra insegnano.
DIDASCALIA DELLA CARTINA
Questa è una sezione della mappa governativa dello stato del Mato Grosso (municipio di Barra do Garças), risalente agli anni ‘58-‘59, che mostra la lottizzazione dell’area. Ogni riquadro, che è stato tracciato senza consultare minimamente le popolazioni indigene, equivale a 30mila ettari. L’italiana Fiat qui risulta iscritta per oltre 800mila ettari. In realtà, la Fiat non è mai stata la proprietaria nominale, agendo sempre tramite intermediari brasiliani: la famiglia Ometto, un noto impresario di São Paulo e del Paraná, che comprò ad un prezzo irrisorio quell’area. In seguito, venne rivenduta in parte al gruppo Ferruzzi-Gardini, che la ripassò all’Eni-Iri (= Agip e Liquigas).
Trattandosi in buona parte (circa la metà) di un’area indigena di cui gli xavantes rivendicavano diritti ancestrali, in occasione della Conferenza mondiale sull’Ambiente a Rio de Janeiro (giugno ’92), l’allora presidente dell’Eni, Gabriele Cagliari, dichiarò che l’Agip del Brasile avrebbe ridato la parte della grande fazenda che aveva nel Mato Grosso (la famosa Suiá-Missu) agli xavantes. Soltanto che Cagliari (poi morto suicida), nella redazione del documento di cessione dell’area della Suiá-Missu (o, per gli indigeni, Marãiwatsédé), dichiarò di restituirne la proprietà al governo brasiliano, solamente menzionando nel discorso i diritti degli xavantes.
Su questa base, in epoca di campagna elettorale, l’allora governatore del Mato Grosso, Júlio Campos – d’accordo con politici e fazendeiros – dichiarò l’area ceduta dall’Agip come appartenente allo stato e vi mandò centinaia di migliaia di coloni ad occuparla. Da allora la questione è rimasta in sospeso.







