IN VISTA DEL CONVEGNO DI M.O.
Ringraziamo gli amici che ci hanno inviato il loro contributo. Non possiamo pubblicarli tutti, ma al Convegno a tutti sarà data la parola, che avrà un peso per tutta l’annata di M.O.
È bello constatare che, nonostante si viva in un mondo sempre più neoliberista, stanno crescendo molte iniziative di giustizia e solidarietà autentiche. E ciò avviene non solo da un punto di vista numerico, ma anche e soprattutto qualitativo: realtà come il commercio equo e la finanza etica, ad esempio, hanno raggiunto, pur con tutti i loro limiti, un livello di articolazione e complessità sorprendenti.
Le proposte valide da presentare a chi vuole veramente “fare qualcosa di buono” sono davvero tante, ma affinché siano valorizzate al meglio è necessario che siano divulgate con un’accezione corretta: troppo spesso esse vengono accompagnate da una terminologia che evoca concetti di sacrificio e rinuncia: “rinunciare ad una parte del proprio denaro”, “sacrificare un po’ di tempo libero”, e così via. Sacrifici e rinunce, se affrontati con il giusto spirito possono senz’altro costituire delle esperienze positive, ma in questo caso rischiano di dare una visione piuttosto limitata della ricchezza insita nelle proposte di cui si sta parlando.
Ogni persona è caratterizzata da svariate aspirazioni ed esigenze, molte delle quali comuni, che spaziano dal materiale allo spirituale, dall’individuale al relazionale. Si sente spesso dire che la società dei consumi ci ha indotto dei bisogni, sarebbe forse più corretto affermare che le esigenze di espansione del sistema produttivo e finanziario agiscono su alcune nostre naturali aspirazioni enfatizzandole, facendocele quindi sentire prioritarie a discapito di altre che vengono da noi forzatamente relegate in secondo piano, se non addirittura represse. Questo stravolgimento artificioso delle nostre esigenze non ci permette di esprimere la nostra vera essenza, causandoci frustranti sensazioni d’inappagamento. Riguardo a certi ambiti del nostro essere, viviamo una situazione analoga a quella di molte persone che, nei paesi del Sud del mondo, sono talmente abituate ad essere sottomesse, sia materialmente che psicologicamente, da ritenere che ciò sia naturale e non riuscire nemmeno ad immaginare un diverso modo di vivere.
Allora dobbiamo “decolonizzare la nostra mente” (per usare la felice espressione di Serge Latouche), non con lo spirito di chi “doveristicamente” rinuncia a qualcosa, ma con la gioia di chi “affettivamente” si libera di zavorre indotte, per restituire la giusta attenzione ad alcuni aspetti di sé rimasti trascurati. Un tale processo ci permette di ridimensionare l’importanza che diamo a certe cose (rappresentate ad esempio da investimenti finanziari, assicurazioni, pensioni integrative…) sentite oggi addirittura come indispensabili, e nel contempo potremmo riscoprire l’esistenza, e quindi riappropriarci, della nostra parte di spazio mentale impegnata da naturali aspirazioni di giustizia.
Attraverso questo cammino di liberazione riusciremmo così a vivere le proposte di equità non come sacrifici, ma come occasioni di soddisfare alcune nostre esigenze fondamentali e, quindi, di realizzare noi stessi.
ALBERTO ZORLONI, Val d’Ossola.
DIDASCALIA FOTO “LETTERE”
Dom Helder Camara ci ha lasciato la sera del 27 agosto. Nel numero di maggio (pag. 39-41) nella festa dei suoi 90 anni, Marcelo Barros ci aveva presentato il suo messaggio per l’oggi: “La proposta, lanciata 30 anni fa da dom Helder era di unire al servizio della testimonianza della vita, della pace e della giustizia, i gruppi e le persone che, appartenenti ad una o anche a nessuna religione, accettassero di vivere e proporre al mondo un cammino alternativo a quelli fino ad allora praticati e vincenti, fondato su un nuovo rapporto tra il Nord e il Sud del mondo. In questo fine di millennio, di fronte ad una situazione che vede il pianeta sempre più dominato dalle forze dell’esclusione, è urgente riprendere con tutte le nostre energie questo progetto in un nuovo processo interreligioso e interculturale per la pace, la giustizia e la difesa del creato”. Una proposta che non vogliamo lasciar cadere.
M.E.







