Skip to main content

IMPIEGO E LAVORO NELL’ERA DELLA GLOBALIZZAZIONE

Condividi su

Mentre ci avviciniamo alla fine del secolo, traspare sempre più una crisi che sarà difficile scongiurare: la crisi dell’impiego. Nei paesi industrializzati il numero crescente di disoccupati mette in pericolo l’equilibrio sociale, mentre in vari paesi del Sud del mondo disoccupazione e sotto-impiego colpiscono più del 50% della popolazione attiva.

Il mondo conta oggi quasi un miliardo di esclusi, uomini e donne senza lavoro. Quanti saranno domani, se non si fa nulla per tentare di uscire da questa crisi?

È imperativo, allora, ripensare al posto di lavoro nella nostra società, inventare nuove organizzazioni del lavoro e renderci conto delle conseguenze che la mondializzazione dell’economia ha sull’impiego.

Il lavoro produttivo che noi conosciamo è destinato a scomparire in breve tempo e la scena che appare all’orizzonte è tutt’altro che rosea: un mondo senza contadini, un terziario senza uomini.  È questo il prezzo obbligato del progresso?  Una crescita continua di disoccupati?  Un’estensione dell’angoscia ed una crescita della violenza?  Le imprese multinazionali creano dei posti di lavoro?  Quale libertà d’azione la mondializzazione lascia allo stato?  La crescita economica crea degli impieghi?  I paesi del Sud ci rubano i nostri posti di lavoro? Non è auspicabile prestare maggior attenzione ad attività non mercantili, quali l’economia sociale, il terzo settore, le attività solidali?  Crisi dell’impiego o crisi della società?  Sono interrogativi che spesso mi sono rivolti negli incontri con classi di studenti o nell’ambito di corsi di aggiornamento di insegnanti.

Cos’è il lavoro? Potrebbe sembrare una domanda senza senso, ma non lo è affatto.

La nozione di lavoro è cambiata attraverso i secoli, anche in funzione delle varie culture. Una riflessione sul senso del lavoro nella società moderna può forse aiutare a trovare soluzioni all’attuale crisi dell’impiego. Va innanzitutto rilevato come le riflessioni sul lavoro sono normalmente ostacolate dall’incapacità di sganciarci dal modello di organizzazione economica dei tre decenni di forte crescita economica (1950-60-70) per rispondere alla “società dei consumi”.  Nelle grandi imprese il potere era centralizzato, gli orari fissi, convenzioni fra datori di lavoro e sindacati prevedevano il livello di remunerazione e l’avanzamento si faceva in funzione dell’anzianità di servizio. L’impiego era assicurato e lo stato aveva i mezzi per essere “provvidenza”.  Ciascuno poteva suddividere la sua vita in tre periodi ben distinti: educativo (nel quale non ci si preoccupava dell’impiego), attivo (nel quale non si aveva il tempo di formarsi o di ripensare) e pensionistico (nel quale non si aveva più il diritto di lavorare).

Nel prossimo futuro non ci sarà più “pieno impiego” nel senso con cui si intendeva fino a metà degli anni 70, e sarà necessario rivedere alcuni concetti, in modo particolare fare una distinzione fra “lavoro” e “impiego”, cioè considerare che il lavoro salariato non è che una delle forme di lavoro. L’impiego corrisponde ad un’attività commerciale e si caratterizza attraverso il salario dovuto al lavoratore.   Il lavoro  proviene anche da attività non commerciali, come il lavoro domestico, l’aiuto fornito fra amici, il volontariato e la “corvée”, cioè la partecipazione a lavori di interesse comune (da noi si ritrova solo in alcuni villaggi alpini, mentre è ancora frequente nei paesi del Sud del mondo).

UNA CRISI STRUTTURALE E CULTURALE

La problematica dell’impiego confonde lavoro e impiego ed insiste sulla necessità che il mercato venga regolato da una serie di misure che consentano di accedere all’impiego al maggior numero possibile di persone.   Questa logica è il prodotto di un’analisi economica nella quale solo il lavoro remunerato viene considerato un fattore produttivo, alla stessa stregua del capitale. La crisi attuale, perciò non è semplicemente congiunturale, ma strutturale e culturale; deve essere ripensato il posto dell'impiego ed il senso del lavoro nella vita delle persone.

La nozione del lavoro è legata alle varie epoche e tipi di società. La Grecia antica non accordava che una scarsa importanza alle attività artigianali, l’attività principale era la politica.  Alla fine del Medioevo, invece, lo sforzo produttivo è stato valorizzato: è in questo periodo che si strutturano l’agricoltura, l’artigianato e il commercio.  Poi ci fu l’industrializzazione, che comportò una meccanizzazione crescente: la specializzazione dei compiti fece nascere la classe operaia.

 Fino ad oggi l’impiego tipico era considerato quello salariato,  a tempo pieno, stabile, che permette di far carriera, che procura l’essenziale delle entrate familiari e che si esercita in un luogo specifico, in un contesto di protezione legale e contrattuale.  Ora questo concetto sta per essere spazzato via dall’introduzione massiccia delle nuove tecnologie, in modo particolare l’informatica ed i nuovi mezzi di comunicazione.  Oggi essere salariati, con l’insieme dei vantaggi economici e sicurezza che l’accompagnano, è cosa da invidia.  Nei paesi industrializzati il lavoro salariato è anche uno degli aspetti essenziali dell’organizzazione sociale: l’erosione del numero degli impieghi remunerati crea situazioni sociali preoccupanti.

Le prime reazioni contro la vecchia nozione di impiego divennero evidenti con gli slogan scanditi nelle vie di Parigi nel maggio 1968: “Non au métro, boulot, dodo!” o “Ne pas perdre sa vie à la gagner”.   Il rapporto dell’uomo con il lavoro veniva messo in discussione dalle sue fondamenta, nel momento in cui l’economia era in piena espansione e nessuno era in grado di immaginare la crisi dell’impiego che si sarebbe verificata 15 anni dopo.

NORD E SUD SONO COINVOLTI

Oggi gli impieghi diventano sempre più rari, le condizioni di lavoro sono minacciate, tanto al  Nord quanto al Sud, in nome del ritorno ad un’ipotetica crescita.  Malgrado la crisi economica, i principali elementi che determinano la qualità dell’impiego (sicurezza, remunerazione, tempo e condizioni di lavoro, diritti sociali legati all’impiego)  devono essere rispettati,  se non si vuole correre il rischio di un livellamento sociale (ma verso il basso!) a livello mondiale, un degrado delle condizioni di vita e di lavoro ed un impoverimento generalizzato. Nei paesi industrializzati la qualità dell’impiego è messa in discussione da una corrente di pensiero che insiste sulla flessibilità sotto tutti i punti di vista, in netto contrasto con la sua qualità e minacciando la regolamentazione del diritto del lavoro.  Appaiono inoltre fenomeni nuovi (precarietà, lavoro part-time, contratti a tempo determinato, lavoro a domicilio, lavoro in nero) che in alcuni casi rispondono alle esigenze di alcuni lavoratori, ma che in moltissimi altri sono imposti.

Coloro che hanno un lavoro regolare vivono oggi nell’angoscia di perderlo, angoscia che genera una violenza latente.  Contemporaneamente una proporzione crescente di disoccupati, di lavoratori a statuto atipico o a tempo parziale, è spinta verso la delinquenza per sopravvivere e globalmente potrebbe diventare la maggioranza della popolazione.

Nei paesi del Sud la situazione non è certo migliore.   Essi soffrono della mancanza cronica di posti di lavoro e in più devono fronteggiare il boom demografico.   Anche le condizioni di lavoro di coloro che hanno la fortuna di avere un impiego sono spesso difficili.   Il settore informale, in piena espansione, non offre nessuna regolamentazione, in particolare nel campo sociale. Anche nel settore moderno (industria) le condizioni sono difficili. 

Numerose imprese inquinanti si installano in paesi poco esigenti (o resi tali): le catastrofi che hanno causato la morte di numerosi lavoratori, per mancanza di rispetto delle norme di sicurezza, si sono verificate quasi tutte nei paesi del Sud: ad esempio la fuga di gas chimici a Bhopal (India), l’incendio di una fabbrica di giocattoli in Thailandia. Non poche ditte trasferiscono la produzione nei paesi con salari più bassi e una regolamentazione del lavoro meno rigida: è il caso delle numerose “zone franche” create in molti paesi del Sud del mondo.

La situazione attuale, che non ha precedenti, richiede che si ridefiniscano i concetti di lavoro e di impiego che abbiamo ereditato: ma per far questo non si devono né distruggere le acquisizioni sociali dei lavoratori del Nord, né sfruttare più intensamente i lavoratori del Sud.

GABRIELE SMUSSI.



Per scaricare la rivista accedi con le tue credenziali d'accesso o abbonati.

Logo saveriani
Sito in costruzione

Portale Unico dei Saveriani in Italia

Stiamo finalizando la nuova versione del portale

Saremmo online questa estate!

Ti aspettiamo...

Versione precedente del sito