Il vescovo pensi a pregare!
Nella regione dell’Aysén (Cile) stiamo vivendo un conflitto inedito in questa zona, sia per i suoi obiettivi, sia per la massiccia partecipazione e la violenza sperimentata, ma anche per la presenza della Chiesa locale alla testa del movimento Aysén: il tuo problema è il mio problema, il che ha provocato molte reazioni. Tra esse spiccano quelle del ministro, portavoce del governo, Andrés Chadwick, e della governatrice di Aysén, Pilar Cuevas, secondo cui “il compito di un pastore della Chiesa è di pregare”.
Ringrazio il ministro e la governatrice, perché richiamano il vescovo al suo dovere, alla sua missione principale, del resto propria di ogni cristiano. La preghiera, infatti, è un atteggiamento fondamentale di ogni persona di fede. Ma mi chiedo: “Che cosa significa pregare?”.
Diceva Papa Giovanni XXIII che “un giorno senza preghiera è come un giardino senza fiori”. Per alcuni, pregare vuol dire estraniarsi dalla realtà, nella speranza che Dio intervenga “magicamente”. Per altri, significa rivolgersi a Dio per “esigere” quanto “io voglio”, quanto “mi interessa”, attribuendomi il potere di dare ordini a Dio. C’è poi chi non prega o non sa pregare e chi cerca la maniera di pregare. C’è, infine, chi ritiene la preghiera inutile, una perdita di tempo.
In tutti questi giorni di conflitto, nell’Aysén, ma non solo, in tutto il Cile e oltre i suoi confini, molte persone (e io stesso) pregano personalmente e comunitariamente; basti l’esempio dell’eucaristia celebrata nella cattedrale di Puerto Aysén il 18 febbraio scorso per la giustizia e la pace, per il dialogo tra le parti in causa. Per i cristiani il maestro della preghiera è Gesù, quel Gesù che pregava da solo, di notte, sul monte, nell’orto degli ulivi… e insieme con i discepoli, nella sinagoga, nel tempio…
Per Gesù, pregare è ascoltare, entrare in piena comunione col Padre, affinché “sia santificato il suo nome, sia fatta la sua volontà in terra e in cielo, venga il suo Regno”. Gesù pregava ascoltando. La preghiera consiste nell’ascoltare Dio che mi parla oggi. E Dio ha sempre una parola originale, una parola attuale ed efficace non contenuta solo ed esclusivamente nella Bibbia, ma anche nei sacramenti, nell’eucaristia, nell’amico e nel nemico, negli avvenimenti, nel povero, nel malato, in chi soffre, nelle meraviglie della creazione, nei misteri della natura.
Aysén: il tuo problema è il mio problema è un urlo orante, frutto di cuori sensibili alla voce del Signore che ci parla nel fratello che soffre, nella natura, opera di Dio, offesa, violentata, depredata, distrutta (ecocidio). Per la nostra fede, non possiamo restare indifferenti davanti al fratello che soffre, al degrado ambientale, alla privatizzazione e mercificazione dei beni comuni (terra, acque, aria, cibo), che aumentano la povertà e l’emarginazione di tanti fratelli. Pregare significa anche rispondere con amore agli appelli del Signore: “Che serve, fratelli miei, a uno dire che ha la fede, se gli mancano le opere? Forse che quella fede può salvarlo? Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e non hanno nulla da mangiare e uno di voi dice loro: ‘Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi’, ma non date loro il necessario per il corpo, che giova? Così anche la fede: se non ha le opere, è morta” (Gc 2,14-17).
La preghiera autentica consiste nell’ascoltare e rispondere con amore, come fece Gesù. Perciò ringrazio Dio per questo movimento dell’Aysén, che dopo un lungo discernimento ha unito coscienze e volontà per esigere giustizia, equità e dignità per il nostro popolo, attraverso il dialogo e la pace. Purtroppo alcune autorità hanno risposto con azioni violente al grido della Patagonia, minacciando di arrestare alcuni leader, esacerbando gli animi.
Strano modo di trattare persone così coraggiose, gentili, generose, profetiche, solidali, pacifiche e oranti!
Pregare è indispensabile per fare del Cile “una mensa per tutti”, un paese di fratelli. Potremo allora convenire sul fatto che l’azione della Chiesa, vescovo compreso, nel conflitto dell’Aysén, va a favore di un popolo, unito in questo conflitto dall’amore per quel Dio, che ha ascoltato il grido del suo popolo oppresso ed ha inviato il suo Figlio Gesù Cristo per annunciare una buona notizia ai poveri, aprendo cammini di conversione e di vita nuova per tutti. La Chiesa dell’Aysén continua a pregare, così come il suo vescovo, insieme al popolo che Dio gli ha affidato, affinché il dialogo e la buona volontà di tutti i responsabili permettano di ottenere giustizia, pace e fraternità.





