“Il caso serio” delle religioni
Un viaggio nel tempo e nello spazio
Il lettore italiano, oltre cinquant’anni dopo (era il 1958) la prima stesura del testo originale, può godere della lettura di un testo sulle religioni (nel suo genere un bestseller con circa 3 milioni di copie vendute) senza dover “pagar dazio” al tempo passato nel frattempo. Il volume, infatti, rimane integro in tutta la sua proposta ribadita dall’autore anche nella prefazione alle edizioni più recenti.
Un testo nato “mondiale”: gli sta a cuore il mondo e non piccole province, come ad anticipare che le religioni devono essere interpretate in quanto fenomeni “globali” e non più solo locali; un testo che si vuole occupare seriamente delle religioni ricordando, cioè, che esse sono e vogliono continuare ad essere una “grammatica dell’esistenza” e infine, un testo pensato per comunicare, per provare, cioè, a dare conto della vitalità (e non solo della realtà storica) delle tradizioni sapienziali raccolte dalle religioni.
Se questi sono gli argomenti iniziali, anche le considerazioni conclusive che arrivano dopo gli approfonditi capitoli dedicati alle singole religioni (dall’induisimo, al buddhismo, dal confucianesimo al taoismo, dall’islam all’ebraismo, dal cristianesimo alle religioni “primitive”) portano ragioni interessanti da accogliere.
Infatti, dopo la presentazione delle specifiche religioni, resta la domanda: come si dà, come si deve dare il rapporto tra le religioni?
L’autore rifiuta il metodo esclusivista che vuole stabilire quale sia la religione migliore, come anche quello “relativista” che non vuole vedere differenze tra le religioni. Egli intende, piuttosto, che la realtà delle religioni possa, evitate le trappole comparative, essere vista come una vetrata istoriata le cui sezioni suddividono la luce del sole in diversi colori. Questi sono differenti, ma ciò non gli impedisce di raccontare, in modi diversi, un’unica storia.
E che bisogno c’è, ancora, di ricorrere alle religioni? Non bastano le altre narrazioni? E ancora meglio il sapere scientifico e tecnico per spiegare il mondo?
Con Stearns Eliot, l’autore fa propria la domanda: “Dov’è la saggezza che abbiamo perso in conoscenza? Dov’è la conoscenza che abbiamo perso in informazione?” (p. 481). Il ricorso alle religioni, cioè, non riposa dentro una qualche preoccupazione confessionale o apologetica, ma nella convinzione (questa ci sembra argomento convincente dell’autore) che esse esprimono, seppure diversamente, un’unica saggezza circa la vita e il suo significato. Oltre all’appello etico portato dalle tradizioni religiose con i dieci comandamenti, anche le virtù, soprattutto l’umiltà, la carità e la veracità, sono un contributo specifico delle sapienze di tipo religioso.
Eppure, è opinione dell’autore, il livello etico quando non educativo non rende ragione della necessità del ricorso alle tradizioni religiose. Se esse vanno accolte ed ascoltate è perché e soprattutto portano in dote una loro, specifica visione della realtà. Smith, infatti, sostiene che le religioni, ognuna a suo modo, affermino che la realtà abbia un disegno, che la storia abbia una sua “economia”, la vita un suo donatore. Ma anche che le cose siano migliori di quello che appaiono: non solo l’universo, scoperta delle scienze, è più grande di quello che avvertono i nostri sensi, ma esso è anche migliore di quello che riescono a dire le nostre parole e pensare i nostri pensieri. Il progetto sulla realtà delle cose e insieme la bontà delle stesse non impedisce di pensare che tutto, comunque, rimane mistero: non siamo padroni della vita anche perché essa è di più delle nostre idee su di lei.
Così, finalmente, l’autore può affermare: “Le cose sono più integrate di quanto sembrino, sono migliori di quanto sembrino e sono più misteriose di quanto sembrino” (p. 484). Questo il contributo veicolato dalle sapienze di tipo religioso. Un’altra logica, un’altra grammatica dell’esistenza. Che, in quanto tale, va accolta.
L’autore, figlio di missionari cristiani in Cina e grande viaggiatore, pone al centro della sua riflessione “il caso serio” delle religioni.
Come le culture, anche le religioni concorrono a costruire la visione necessaria per “l’uomo globale” e per “un altro mondo possibile”.







