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Farò solo due brevi considerazioni, perché questa testimonianza si colloca sullo sfondo della riflessione comunitaria che la città dovrà sviluppare in occasione della ricorrenza del trentennale della strage. E, ascoltando Micheal Lapsley, mi sono interrogato su cosa significhi “verità e riconciliazione” quale avvio del faticoso processo di guarigione delle memorie.

Che cosa vuol dire guarigione della memoria? Siamo forse in presenza di una memoria malata? O non siamo piuttosto in presenza di una memoria offesa e ferita?

Credo che questa sia la condizione della città, nel senso che la città ponga viva la memoria comunitaria di un evento che l’ha ferita, che l’ha insanguinata, che l’ha lacerata. Siccome questa lacerazione non è ancora stata rimarginata, resta ferita, offesa, ne resta lacerata la memoria.

LA MEMORIA FERITA DI UNA CITTA’

Dieci anni fa, esattamente nel 1994, uno dei grandi maestri della vita civile del nostro Paese, recentemente scomparso, Norberto Bobbio, in una memorabile riflessione nel Salone Vanvitelliano, dedicata al tema della memoria “Le ragioni della memoria”, concluse la sua riflessione con queste affermazioni: “Verità e giustizia si coniugano insieme, come sempre, dove non c’è verità non ci può essere giustizia, e dove non c’è giustizia i morti sono morti due volte”.

Credo che guarire dunque dalla memoria offesa, ferita, sia anche guarire dal male profondo dell’oblio, dall’amnesia, in cui le verità storiche, le testimonianze delle vittime dei carnefici, il riconoscimento delle colpe e delle responsabilità, consentono di avviare un processo di riconciliazione. Credo che questo sia il senso dell’iniziativa che questa mattina ci viene rappresentata, rispetto alla quale vorrei porre due brevissime riflessioni.

LA RIPARAZIONE COME DEBITO

La prima: c’è un passo di un grande filosofo tedesco, che ebbe dei rapporti con il nazismo. Il testo è notissimo, si intitola Simon Side “Il rischio del tempo” in cui Martinel Devier si interroga sul significato della parola colpa, in tedesco schuld. Significa due cose: debito e essere causa di. Allora credo che il primo spunto sul quale si potrebbe sviluppare la riflessione deriva dal fatto che non ci può essere riparazione se non c’è il sentimento e l’interiorizzazione della colpa, e, in qualche misura, anche la condizione affettiva che ne deriva. E quindi dalla condizione affettiva, l’esigenza di riconoscere ciò di cui si è stati causa. Voglio porre allora un interrogativo. Se qualcuno è stato causa della strage, e la stage è un male radicale, un male assoluto, com’è possibile risarcire il debito? Il debito è risarcibile soltanto sulla base della manifestazione e dell’ammissione della colpa, che revoca e mette in causa le responsabilità nei confronti del soggetto che ho mutilato, torturato, ucciso, dilaniato, o è necessario assumere un’ulteriore responsabilità, che non è soltanto quella nei confronti del soggetto, ma anche quella nei confronti della comunità che è stata lacerata e ferita, e che porta una memoria lacerata e ferita. Reputo che il perdono appartiene alla scelta individuale di ciascuno. Il perdono deve essere accompagnato dalla cauzione e dalla applicazione, come diceva p. Lapsley, di una giustizia riparatrice.

E dove sta il punto di equilibrio tra una giustizia compensativa e una giustizia riparatrice? Ed esiste una compensazione?

DEMOCRAZIA TRASPARENTE

L’altra considerazione per concludere. Porre semplicemente dei problemi, degli interrogativi, che attraversano la mia coscienza di cittadino, prima che di sindaco. Dicevo del male radicale, perché è estremamente significativo che questa mattina si parli della commissione di verità. Perché la commissione, se non mi sbaglio, porta due denominazioni: verità e riconciliazione. Il titolo ci suggerisce che non c’è riconciliazione se non c’è verità. Appunto, senza la verità e la giustizia la vittima muore due volte; tanto è vero che ci ostiniamo a credere che le vittime della strage di Piazza della Loggia non riposino in pace, non abbiamo ottenuto ancora, al di là della verità storico-politica che conosciamo perfettamente, la verità e la giustizia che emana dall’amministrazione della giustizia, della giustizia giudiziaria.

Se c’è un senso nella nostra riflessione di oggi, non è soltanto la volontà - che non deriva da spirito di vendetta, ma ansia di verità e bisogno di giustizia - di conoscere la verità giudiziaria oltre la verità storico- politica. Certo che la città, la coscienza pubblica, la memoria comunitaria possono prendere spunto da questa vicenda della strage per un ulteriore sviluppo della propria riflessione. E cioè del fatto che si debba riflettere oggi sul criterio del bene e del male e sul segno che consente di distinguere e di separare la verità dalla menzogna. Perché la relazione che scopriremo tra la verità e la giustizia, che può essere emanata nei confronti dei responsabili della strage, è nè più nè meno che un giudizio sulla nostra democrazia, perché non esiste nessuna democrazia occulta, ma solo democrazia pubblica e trasparente. Questo fu l’altro insegnamento della memorabile lezione di Bobbio.

Tutti i pensatori moderni che hanno posto al centro delle loro riflessioni il tema della democrazia, hanno sottolineato che il misfatto, l’orrore viene in qualche misura perpetrato e ordito negli arcani imperi, nel nucleo segreto del potere. E la distinzione tra un potere democratico e un potere non democratico sta nel fatto che il primo si esercita in pubblico ed è suscettibile di verifica e di controllo.

E allora credo che noi dobbiamo desumere una lezione, non soltanto una lezione umana, profondamente umana, appassionante, coinvolgente, dalla vicenda che p. Lapsley ci ha revocato. Dobbiamo desumere una lezione più generale, che investe la nozione e l’idea che ci facciamo del diritto (non per niente è lo jus che rimanda a justum, a ciò che è moralmente giusto) della verità, della libertà e della democrazia. L’ammissione della colpa, l’assunzione dello spirito afflitto e afflittivo della propria responsabilità, dell’essere stati causa di, non può prescindere dalla disponibilità di offrire se stessi, appunto i carnefici, i torturatori, gli stragisti alla sanzione della giustizia. E starà poi alla saggezza della giustizia definire la natura, la quantità e la qualità di questa sanzione.   

Grazie. PAOLO CORSINI.



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