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Questo Sinodo, che si sviluppa in due sessioni, si presenta come un passaggio complesso, delicato e difficile. Si tratta, infatti, di disegnare un nuovo modello di Chiesa.

Sono passate diverse settimane dalla conclusione della prima sessione del Sinodo dei vescovi sulla sinodalità, ma non è semplice parlarne, esprimere valutazioni, fare previsioni.

Questo Sinodo, che si sviluppa in due sessioni, si presenta come un passaggio complesso, delicato e difficile. Si tratta, infatti, di disegnare un nuovo modello di Chiesa: da una comunità ecclesiale rigidamente gerarchica a una più marcata dalla partecipazione di tutte le sue componenti e da un diverso stile di esercizio dell’autorità e del potere; in altre parole, a una Chiesa sinodale, come recita il tema assegnato: Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione, missione.

Un cambiamento, non indolore, che il vescovo di Roma ritiene necessario per dare alla Chiesa un nuovo slancio missionario e rispondere ad un mutato contesto sociale e culturale che egli stesso definisce come un “cambiamento d’epoca”.

DISORIENTAMENTO E PAURE

Disorientamento, paura, lotta: sono state alcune parole chiave che sinteticamente ci dicono il clima e la posta in gioco di questo Sinodo “diverso”, come l’hanno definito unanimemente i padri e le madri sinodali.

“Alcuni di noi hanno paura di questo cammino e di ciò che abbiamo di fronte. Alcuni sperano che la Chiesa venga cambiata drasticamente, che prendiamo decisioni radicali. Altri hanno paura proprio di questi cambiamenti e temono che portino solo alla divisione, addirittura allo scisma”: così il domenicano fr. Timothy Radcliffe ha introdotto la sua prima meditazione degli esercizi spirituali pre-sinodali.

Il patriarca della Chiesa cattolica copta d’Egitto, Ibrahim Isaac Sedrak, presidente delegato dell’assemblea, nell’aprire i lavori ha dato voce allo stato d’animo di molti: “Dobbiamo confessarle, Santità, che all’inizio non è stato facile. Molti fra noi si sono sentiti un po’ disorientati”. Il confronto è con i Sinodi precedenti dove si percorrevano “strade già conosciute”, c’erano “linee guida generali già pronte”, questa volta, invece, si è trattato di “camminare insieme, ascoltare e discernere cosa ci dice lo Spirito Santo, senza nessun itinerario, o percorso prestabilito. Scoprendo insieme, giorno per giorno la via da percorrere”.

Insomma sembra ci si avventuri in un percorso sconosciuto, pieno di sorprese. Si tratta, infatti, di comporre nell’unità le grandi diversità che le 7 assemblee continentali preparatorie avevano certificato.

Il viatico finale l’ha poi dato il teologo australiano Ormond Rush, importante studioso del Vaticano II: “Ascoltandovi in queste tre settimane, ho avuto l’impressione che alcuni di voi stiano lottando con la nozione di tradizione”, poi ha ricordato che il Concilio parla di “tradizione vivente” e ha invitato i sinodali a fare come gli apostoli al Concilio di Gerusalemme (At 15), che affrontarono “una questione [la circoncisione] sulla quale Gesù stesso non aveva lasciato indicazioni specifiche. Insieme allo Spirito Santo dovevano giungere a un nuovo adattamento del Vangelo di Gesù Cristo su questa nuova questione, che non era stata prevista prima”.

Un sapiente e costante pressing per dare ragioni agli incerti, sollecitare gli attendisti, smussare le rigidità degli oppositori.

UN CONFRONTO TRA TRADIZIONE E SEGNI DEI TEMPI

Dopo quattro settimane di intenso lavoro (4-29 ottobre), l’assemblea ha approvato, con la richiesta maggioranza qualificata dei due terzi, la Relazione di sintesi intitolata “Una Chiesa sinodale in missione”.

Ognuno dei 20 capitoli della Sintesi presenta i punti sui quali c’è accordo (convergenze), gli aspetti da approfondire in quanto ci sono state posizioni diverse e a volte contrastanti (questioni da affrontare) e infine gli auspici o le indicazioni (proposte) per i mesi che separano dalla seconda sessione.

Gli esiti delle votazioni sono un’utile bussola per capire su quali temi l’assemblea ha incontrato difficoltà. Due questioni in particolare hanno avuto un significativo numero di voti contrari: l’accesso delle donne al diaconato (69 contrari su 346); l’esame del possibile superamento del celibato obbligatorio per i presbiteri (55/346), ma anche la timida richiesta di valutare l’opportunità, caso per caso, di “inserire presbiteri che hanno lasciato il ministero in un servizio pastorale che valorizzi la loro formazione ed esperienza” ha ricevuto 53 no (capitolo 11).

Sul diaconato femminile (cap. 9) l’opposizione è stata molto coerente, si è manifestata, infatti, anche sulle richieste di prosecuzione della ricerca teologica e pastorale sul tema (67 no) e di un approfondimento teologico del ministero del diaconato permanente che consentirebbe di “illuminare anche la questione dell’accesso delle donne al diaconato” (61 no al cap. 11).

Una riserva di fondo c’è stata anche sui temi etici sensibili. L’ammissione che “talora le categorie antropologiche che abbiamo elaborato non sono sufficienti” per affrontare questioni come l’identità di genere, l’orientamento sessuale, il fine vita, l’intelligenza artificiale ha ricevuto 39 no e a conferma in 36 si sono opposti alla proposta di avviare “un discernimento condiviso su questioni dottrinali, pastorali ed etiche che sono controverse” (cap. 15).

LENTAMENTE VERSO UNA CHIESA SINODALE

Per mettere mano ai molti cambiamenti necessari e raggiungere l’obiettivo di una Chiesa sinodale, la Relazione di sintesi, in positivo, mostra l’esigenza di un lungo cammino.  Da un punto di vista generale ritornano più volte tre indicazioni. La necessità di approfondimenti teologici di molti temi (es. natura delle Conferenze episcopali, la nozione di sinodalità ecc.). La revisione del Diritto canonico, per la quale si richiede l’avvio di uno studio preliminare. Infatti, la sinodalità ha bisogno di regole diverse, in particolare in relazione alla partecipazione. L’implementazione di una cultura della sinodalità: nella Relazione si manifesta l’esigenza di comprendere “le ragioni della resistenza” di “diaconi, presbiteri e vescovi” (cap. 1).

Tra le molte proposte particolari ve ne sono alcune che intercettano in modo significativo le urgenze segnalate dalla consultazione preparatoria.  Circa la liturgia si pensa di “rendere il linguaggio liturgico più accessibile ai fedeli e incarnato nella diversità delle culture”, inoltre si chiede di “valorizzare tutte le forme di preghiera comunitaria senza limitarsi alla sola celebrazione della messa”. Si è avvertita anche l’esigenza di ampliare i compiti del ministero del lettore includendo la possibilità della predicazione.

Attenzione particolare è stata riservata al cammino ecumenico per il quale si chiedono: l’impegno a trovare una data comune a tutte le Chiese cristiane per la Pasqua; la convocazione di un Sinodo ecumenico sulla missione; la compilazione di un martirologio ecumenico.  Nei capitoli 11 e 12, poi, ha fatto capolino l’esigenza di introdurre “processi di verifica regolare” dell’operato di diaconi, presbiteri e vescovi, con riferimento allo stile di esercizio dell’autorità, dell’amministrazione economica e del funzionamento degli organismi di partecipazione. In altri termini, il Sinodo considera la “cultura del rendiconto” organica ad una Chiesa sinodale e “presidio contro gli abusi”. Sugli abusi non c’è stato però un riscontro significativo, nonostante l’Appello inviato a tutti i sinodali da parte della Pontificia commissione per la tutela dei minori nel quale si chiedeva che la tutela venisse considerata una priorità perché l’impegno delle Conferenze episcopali nel contrasto degli abusi è debole.  Circa la partecipazione si avanza la richiesta di rendere obbligatori i Consigli episcopale, pastorale diocesano e parrocchiale.

TUTTO DEVE ANCORA ACCADERE

L’impressione generale è che alla fine non sia accaduto nulla. Non ci sono state decisioni, la Relazione di sintesi fa il punto della situazione e si esprime su una varietà di proposte che non si sa che esiti avranno. In effetti, la grande consultazione preparatoria aveva suscitato molte aspettative su un’ampia lista di problemi che attendono da tempo di essere affrontati.

Si può dire che si è trattato di una prova generale, che è servita per sperimentare il metodo della sinodalità, verificare e capire su cosa si converge e su cosa ci sono conflitti o divisioni, ma tutto resta ancora aperto. Le risposte richiedono tempo e solo in parte arriveranno con la seconda sessione. Il processo dovrà proseguire oltre questo Sinodo.

Ora i risultati tornano all’esame delle Chiese locali. Sarà importante che l’anno che separa dalla seconda sessione venga utilizzato sia per un ampio coinvolgimento di coscientizzazione del Popolo di Dio, sia per avviare i necessari approfondimenti (teologici, canonistici, storici, pastorali, biblici) per giungere a decisioni necessarie, attese e ormai improrogabili.



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