Il Darfur vale più di una regina
Un continente meriterebbe almeno un corrispondente stabile per informarci non solo sulle catastrofi, ma anche dei problemi quotidiani che riguardano la salute, le culture, la politica, il lavoro di centinaia di milioni di esseri umani.
Ognuno dovrebbe sentirsi in obbligo di ricercare le informazioni, sostituendo o moltiplicando, nel limite del possibile, i mezzi a propria disposizione. Abbiamo un potere, ma non lo esercitiamo.
Darfur vuol dire “Paese dei four”. Prende il nome da un’etnia di agricoltori che vivono nelle montagne del Jebel Marra, nel Sudan occidentale. Grande come la Francia, questa provincia è popolata da arabi e da neri africani, ma l’identificazione è più culturale che razziale. Se i primi sono allevatori e nomadi, i secondi sono agricoltori e stanziali. Come ovunque nel Sahel, dal Senegal al Sudan, contrapposizioni tribali scoppiano regolarmente fra i pastori in cerca d’acqua per i loro greggi, e i coltivatori che invece vogliono conservarla per i campi.
Gli anni 1991-92 hanno prefigurato gli eventi di questi ultimi mesi. La competizione per la conquista e l’uso dell’acqua e delle terre, è diventata sempre più viva e violenta. Coloro che si sono sentiti esclusi dalle scelte del governo, hanno cominciato ad attaccarlo. L’armata popolare di liberazione del Sudan (Spla) guidata dal colonnello John Garang, ha immediatamente portato il suo sostegno ai ribelli. Per soffocare questa situazione, Khartoum ha consegnato le armi alle tribù rivali arabe, cooptando 20mila miliziani (i janjaweed, uomini armati a cavallo) nella guerra condotta contro le truppe di Garang e altre fazioni del Darfour.Nel corso degli anni, i governi del Sudan hanno prestato poca o nessuna attenzione ai problemi reali che interessavano questa regione. Di conseguenza, i servizi di base e le infrastrutture civili si sono mostrate insufficienti, lasciando così inalterate la cause di fondo su cui potevano prendere vigore i possibili conflitti. L’esplosione demografica - la popolazione del Darfur, negli ultimi vent’anni, si è raddoppiata -, congiunta alle grandi siccità degli anni ‘70 e ‘80, hanno infine innestato nella regione un drammatico processo di desertificazione. Ciò ha acuito ulteriormente la lotta per il controllo delle risorse (acqua e terra), tanto da arrivare a veri e propri conflitti armati tra le varie tribù.
Il risultato di questa ennesima “tragedia africana” è riassumibile in queste poche cifre: in 20 mesi di guerra, il 60% dei villaggi è stato distrutto o abbandonato; 147 campi hanno accolto 1,4 milione di civili in fuga, mentre circa 250mila persone sono morte per malattia e denutrizione: una media di 10mila al mese. L’Onu ora chiede altri 55 milioni di dollari per far fronte all’emergenza, in quanto i 20,8 milioni stanziati per il 2004 si sono mostrati assolutamente insufficienti a rispondere alle esigenze di base della popolazione.
E mentre accade tutto ciò, il Sudan, solo l’anno scorso, veniva armato dalla Russia, dall’Ucraina, e da altri Paesi dell’ex blocco sovietico.
Quello del Darfur è stato indicato come un nuovo genocidio, un Rwanda al rallentatore. Quando le agenzie hanno cominciato a battere le prime notizie, i media hanno inviato i loro corrispondenti nel deserto del Ciad - che da solo ha accolto ben 200mila profughi -, e nei campi dei rifugiati. Si è dovuta attendere questa ennesima catastrofe per scuotere l’attenzione delle grandi agenzie dell’informazione.
Si sa: chi può essere interessato a un conflitto che contrappone dei pastori a dei contadini? E poi non è una novità che in Africa ci sia la siccità…
È meglio mandare in onda, come hanno fatto le nostre reti nazionali, quotidiani servizi dall’Inghilterra su temi di “inconfutabile interesse pubblico”, come gli scandali che hanno coinvolto ancora una volta la casa reale. Ci hanno poi informato che a Londra le storiche cabine telefoniche sono state rimosse, e che i gendarmi di Buckingham Palace ci aspettano per assistere al cambio della guardia.
Troppo spesso dimentichiamo che oggi l’informazione è una merce tra le più ambite, e che quindi risponde alle leggi della domanda e dell’offerta. Esiste un mercato, un news business, che serve a fare profitti a favore di coloro che investono nella pubblicità televisiva, e che alla fine condizionano la qualità, i contenuti, i tempi, la selezione delle notizie. Non è un caso che anche nei telegiornali si punti sull’avvenimento-spettacolo, sul “fatto” che suscita emozioni, piuttosto che sull’approfondimento e l’analisi. Farci vedere non equivale a farci capire, anche se ci vogliono convincere di questo. Se informare vuol dire descrivere un avvenimento offrendo al telespettatore gli strumenti conoscitivi che lo mettono in condizione di comprendere il significato profondo del fatto a cui ha assistito per poter elaborare una propria opinione, possiamo dire che il servizio pubblico non si pone tale preoccupazione. Anzi.
Non fa scandalo allora che per molti telespettatori le notizie sulla regina d’Inghilterra, valgano di più di quelle fornite sull’ultima disgrazia africana.
Un continente meriterebbe almeno un corrispondente stabile per informarci non solo sulle catastrofi, ma anche dei problemi quotidiani che riguardano la salute, le culture, la politica, il lavoro di centinaia di milioni di esseri umani. Sono passati ben sei mesi da quando il Darfur è arrivato sui tavoli delle redazioni dei media occidentali. Ma la Rai pare ancora latitante.
Che fare? Non c’è altro modo di costruire un forte senso di cittadinanza se non si punta sulla responsabilità degli individui e sul loro ruolo attivo. Ognuno poi dovrebbe sentirsi in obbligo di ricercare le informazioni, sostituendo o moltiplicando, nel limite del possibile, i mezzi a propria disposizione. Abbiamo un potere, ma non lo esercitiamo. Così facendo, diventiamo complici di chi persegue il lucido obiettivo di ridurre a zero il nostro senso critico. Si può scegliere, selezionare, confrontare. Ma è anche giusto che un sistema informativo che si vuole “pubblico”, sappia soddisfare, almeno in parte, i nostri bisogni di conoscenza. E quando è sordo alle nostre critiche, bisogna saperci mettere in campo. Nei primi anni ‘70, quando la Tv di Stato non seguiva con particolare attenzione le lotte democratiche condotte dal movimento dei lavoratori, le organizzazioni sindacali promossero una sorta di boicottaggio della Rai-Tv: furono raccolte decine di migliaia di bollettini del canone, in modo tale da far pressione sugli organismi dirigenti della Rai. Una forma di disobbedienza civile nei confronti di un ente poco sensibile alle ragioni di un movimento sociale che in quegli anni stava cambiando il Paese.
Insomma, chi vuole che la Rai ci dia dei servizi di ben altro respiro e ci informi della vita e della fatica quotidiana di uomini e donne che come noi lavorano per un mondo più giusto, cominci a riflettere su come far sentire la propria voce.
Prendendo a prestito uno slogan televisivo, potremmo pretendere “di tutto, ma meglio”. Proviamoci.





