I VESCOVI ITALIANI A SCUOLA DI MISSIONE
Nei giorni 20-23 maggio 2019, i vescovi italiani sono andati a scuola di missione. La Cei, infatti, ha dedicato la sua 73a Assemblea generale al tema della missione della Chiesa in Italia, sia nella relazione del suo vice presidente, mons. Franco Giulio Brambilla, sugli “Orientamenti pastorali” del quinquennio 2020-2025, sia nella relazione del presidente della Commissione episcopale per l’evangelizzazione e la cooperazione tra le Chiese, mons. Francesco Beschi, su “Modalità e strumenti per una nuova presenza missionaria”. Felice l’intuizione di invitare una quindicina di missionari e missionarie, cui è stato affidato il compito di una comunicazione-testimonianza in altrettanti gruppi di studio, nella mattinata di mercoledì 22 maggio. Lo scambio tra vescovi e missionari si è svolto in maniera molto fraterna, in atteggiamento di ascolto e di partecipazione attiva. Per una volta la missione ad gentes è stata al centro dell’interesse di tutti i vescovi italiani e non confinata agli addetti ai lavori o affidata a una commissione oppure a un documento che, per quanto bello e profetico – come nel caso de Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia del 2004 –, lascia il tempo che trova.
“Abbiamo bisogno – ha detto mons. Beschi nella sintesi del lavoro dei gruppi di studio – della missione ad gentes per aprirci al mondo, perché viviamo una realtà che ci spinge a introversione e chiusure. La missione ad gentes ci insegna la spoliazione delle nostre sicurezze e quindi l’esperienza della essenzialità, la ricchezza della parola di Dio, la fraternità”. Sì, c’è davvero molto da imparare dalla missione ad gentes. Anzitutto sul piano dello stile e dell’identità di una Chiesa, sempre e comunque in stato di missione, e perciò capace di far emergere la bellezza e la pregnanza del Vangelo per la vita umana, ma anche di abitare la vita, la lingua e l’esistenza dell’altro, creando relazioni nuove e fraterne. In secondo luogo, a livello di progettazione pastorale. Facciamo tante cose – si è detto in un gruppo –, ma l’evangelizzazione sembra bloccata, anzi registra l’abbandono di molti. E in un altro gruppo si è aggiunto: dobbiamo uscire da un’idea istituzionale e territoriale, strutturale ed organizzativa della Chiesa. La stessa diminuzione del clero – ha evidenziato mons. Beschi – può essere un’occasione per imparare dalla missione ad gentes, che valorizza la responsabilità laicale e ministeriale di tutti i battezzati: “Presbiteri e laici fidei donum rientrati possono aiutare il nostro presbiterio e le nostre comunità ad imparare uno stile nuovo, non riproducendo modelli di altre Chiese, ma fermentando processi di rinnovamento. L’ad gentes diventa veramente paradigma della pastorale e stimolo di generatività”.
Mi piace immaginare la Chiesa in Italia come la piscina di Betzaetà, del Vangelo di Giovanni (5,1ss), attorno a cui sosta “un gran numero di infermi, ciechi, zoppi e paralitici” in attesa di un angelo che discenda e ne agiti le acque. L’angelo che il Signore ci ha inviato in questo tempo è Francesco, un papa venuto “dalla fine del mondo” a smuovere missionariamente le acque stagnanti della nostra Chiesa. Ora c’è solo bisogno di pastori che aiutino le nostre comunità ad approfittare di queste acque agitate. Solo così potremo guarire dalle nostre infermità e cecità spirituali, dalle nostre debilità e paralisi pastorali. I missionari e le missionarie fidei donum, degli istituti missionari – ma anche dei movimenti ecclesiali e delle nuove comunità che, nonostante le loro problematicità, sono oggi l’avanguardia della missione – possono senz’altro aiutare la Chiesa in Italia nell’ardua impresa di una nuova presenza missionaria.








