I MOLTI NEMICI DELL’INDIPENDENZA AFRICANA
Il 1960 non è solo l’anno delle indipendenze, dell’accesso delle nazioni africane alla sovranità internazionale. Per l’Africa e gli africani è l’anno del “sole dell’indipendenza”, la fine dei secoli di ciò che il pensiero panafricano chiama “umiliazione”, quando, come diceva Lumumba, “abbiamo conosciuto i dileggi, gli insulti, i colpi subiti mattina e pomeriggio perché eravamo negri”.
L’USCITA DALLA LUNGA NOTTE COLONIALE
L’indipendenza è soprattutto questo. L’uscita dalla “lunga notte coloniale” durata secoli quando – prima con la schiavitù e dopo con la colonizzazione – gli africani hanno smesso di vivere da sé e per sé per vivere secondo gli altri e per gli altri.
A lungo preparata dalle lotte di liberazione più o meno violente, l’ora dell’Africa scocca nel 1960 quando, una dopo l’altra, le nazioni africane conquistarono l’indipendenza dalle potenze coloniali ed ebbero accesso alla soggettività internazionale, aderendo come membri a pieno titolo alle Nazioni Unite. Questo ingresso solenne nell’arena delle nazioni libere ha rappresentato una svolta epocale nella storia del multilateralismo scaturito dalla Carta fondativa delle Nazioni Unite.
L’adesione dei paesi africani alla Dichiarazione per la promozione della pace nel mondo e la cooperazione scaturita dalla Conferenza dei paesi non-allineati di Bandung in Indonesia, nel 1955, rappresentò un atto politico di fondamentale importanza. Tale dichiarazione incluse impegni per la cooperazione economica e culturale, sostegni ai diritti fondamentali all’autodeterminazione dei popoli, alla promozione della pace nel mondo e alla cooperazione. Essa sancì, altresì, i principi di una politica d’indipendenza economica volta a superare l’egemonia occidentale: cooperazione economica tra i paesi asiatici e africani per lo scambio di assistenza tecnica e finanziaria, incoraggiamento alla creazione di industrie nazionali, trasformazione sul posto delle materie prime sino a quel momento accaparrate dalle potenze occidentali.
LE DIVISIONI E I CONDIZIONAMENTI
Questi principi enunciati e solennemente proclamati rimarranno lettera morta o comunque troveranno notevoli difficoltà di applicazione. I pesanti condizionamenti della guerra fredda, le rivalità e divergenze tra i protagonisti del movimento, i meccanismi stessi di funzionamento dell’economia globale finirono per creare divisioni e immobilismo.
Lo storico Calchi Novati scriveva, a proposito di questi condizionamenti, che “la decolonizzazione sconta l’aporia di essere un impetuoso moto dal basso per l’indipendenza dei popoli colonizzati e, nello stesso tempo, una riaggregazione vigilata dall’alto per redistribuire il potere in base ai rapporti di forza sanciti dalla guerra. Nella prospettiva centro-periferia, di per sé la decolonizzazione non rappresenta la fine dell’interdipendenza asimmetrica, se mai la cristallizza. La fine degli imperi coloniali non esclude nei fatti la prosecuzione di un apparato di controllo mediante gli strumenti meno formali dell’economia, degli aiuti, dell’influenza culturale o della presenza di forze e basi militari all’insegna del neocolonialismo o della politica di potenza”.
UN’INSTABILITÀ GENERATA DALLA GUERRA FREDDA
Le logiche della guerra fredda sono state un fattore importante dell’instabilità del continente tra gli anni ’60 e ’80 a cominciare dalla crisi più emblematica, ossia il conflitto scaturito dall’indipendenza del Congo dal Belgio. La secessione della ricca zona mineraria, l’assassinio di Lumumba, la morte in uno strano incidente aereo del segretario generale dell’Onu Dag Hammarskjold, costituiscono gli ingredienti principali del piatto geopolitico avvelenato che la guerra fredda stava cucinando per l’Africa.
Le lunghe guerre di liberazione nelle colonie portoghesi (Angola, Mozambico e Guinea-Bissau), la guerra dell’Ogaden nel Corno d’Africa, il sostegno incondizionato delle potenze occidentali all’iniquo regime dell’apartheid in Sudafrica, ma in generale i colpi di Stato a ripetizione in alcuni paesi come il Congo-Brazzaville e altri ancora sono ascrivibili alle lotte d’influenza e agli appetiti espansionistici dei due blocchi Est-Ovest, ideologicamente contrapposti. Questo dato ha inserito un elemento di strutturale instabilità negli Stati africani, prigionieri dei giochi d’influenza altrui. Ha anche impedito la ricerca di un paradigma economico autonomo, in grado di mettere fine al modello economico coloniale.
IL SISTEMA “FRANÇAFRIQUE”
Nel gioco complesso dei condizionamenti post-indipendenza una narrazione a parte meriterebbe il complesso e duraturo sistema neocoloniale della Francia con le sue ex colonie. Questo sistema si chiama la “françafrique”. Un neologismo che racconta la realtà di un rapporto perverso tra la Francia e le ex-colonie, tenuto in vita grazie alla presenza militare francese in molti paesi; l’utilizzo di una moneta – il famigerato franco Cfa (v. articolo a p. 43) –, che rappresenta il simbolo di un’indipendenza incompiuta; la pesante intromissione della “cellula africana dell’Eliseo” negli affari interni di questi paesi andando fino a promuovere direttamente cambi di regime o sostegno incondizionato a dittatori corrotti, perpetuando il colonialismo con altri metodi. Negli ultimi anni, l’influenza francese in Africa è sempre più contestata da un’opinione pubblica giovane che anela ad una maggiore autonomia dei propri paesi dal sistema “françafrique”.
LA SOLITUDINE GEOPOLITICA AFRICANA
La caduta del muro di Berlino nel 1989 aveva inaugurato, per i paesi dell’Africa, un lungo periodo di eclissi geopolitica durata fino alle soglie del nuovo millennio. La fuga dall’Africa delle grandi potenze mondiali si era sviluppata seguendo alcune linee di trasformazione dello scenario planetario con l’ingresso in campo di nuovi attori geopolitici e nel pieno di una ridefinizione degli equilibri consolidati.
Proprio nel momento in cui la fine dei condizionamenti della guerra fredda aveva liberato nuove energie nel continente le grandi potenze sembravano guardare altrove: l’Europa verso la sua parte orientale liberata dal comunismo; gli Stati Uniti in una fase di isolazionismo che intendeva limitare le sue priorità all’area del Pacifico, con l’intento di competere con la Cina, e all’area mediorientale per la questione del terrorismo e solo marginalmente per la sicurezza energetica.
Fuori dalla cappa geopolitica della guerra fredda, i paesi africani avviano i processi di democratizzazione: le Conferenze nazionali; l’adozione di Costituzioni che avrebbero avviato l’alternanza, il pluralismo partitico, la separazione dei poteri, la libertà di stampa e, in generale, il rispetto dei diritti umani, la lotta contro la corruzione. Tutte riforme che avrebbero avuto bisogno di un sostegno della comunità internazionale che, per decenni, le aveva reclamate. L’Africa si è ritrovata invece sola, senza il necessario accompagnamento economico-finanziario, politico e geopolitico della stagione delle riforme. Si parlò allora della solitudine geopolitica africana.
IL NUOVO ARREMBAGGIO ALL’AFRICA
All’inizio del nuovo millennio l’Africa è tornata ad essere un terreno di scontro tra vecchie (Ue, Giappone e Usa) e nuove potenze emergenti (Cina, Russia, Brasile, Turchia, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti).
Quali sono le ragioni di questo ritorno all’Africa? L’Africa conta; e il peso della regione, piuttosto che diminuire nel tempo, promette di aumentare costantemente. E questo per almeno due motivi.
Il primo è che questo vasto triangolo al confine con il Mediterraneo, il Sud Atlantico e l’Oceano Indiano e che comprende una cinquantina di paesi, tutti in preda a un’esplosione demografica, è tornato sulla mappa geopolitica. Il nuovo gioco geopolitico per il controllo delle principali vie di accesso, tra gli emisferi Nord e Sud, non può permettersi di ignorare l’Africa, sia per le sue ricche risorse umane e materiali, sia per le minacce terroristiche. L’Africa è ancora una volta un bersaglio nella competizione telecomandata tra la superpotenza di oggi, gli Stati Uniti, e la superpotenza di domani, la Cina, per non parlare delle mire dei paesi del Golfo, della Turchia, del Giappone, della Russia e dell’India verso l’Africa subsahariana.
Il secondo motivo sta nel fatto che è l’Africa nella sua pluralità che avrà un peso. Non tanto la nostra idea dell’Africa come un blocco unico tutto in bancarotta tra conflitti, terrorismo, siccità, fame, cambiamenti climatici e migliaia di giovani in fuga dal continente. Ciò è in parte vero, ovviamente, ma non è il quadro prevalente. L’Africa è crescita a un tasso medio di oltre il 5 per cento negli ultimi quindici anni e continuerà ad alimentare la dinamica di sviluppo a livello globale. E ciò nonostante il calo del prezzo delle materie prime e la crisi provocata dalla pandemia da Covid-19.
È lecito parlare di nuovi imperialismi oppure di nuovi partenariati? L’ideale sarebbe la seconda opzione. Solo che per poterla esercitare gli africani devono presto dotarsi di una visione sul futuro politico ed economico del loro continente e in base a questo trovare pragmaticamente i partner giusti. Senza una visione chiara di ciò che gli africani vogliono per gli africani rischiamo un altro secolo di neocolonialismi più o meno camuffati. Dire Afriche postcoloniali vuol dire esattamente questo, cioè, andare oltre il bisogno di tutela.







