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I cinquant’anni della "Pacem in terris"

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UNO STIMOLO PER I LAVORI CONCILIARI

Acinquant’anni dalla sua promulgazione la Pacem in terris di papa Giovanni XXIII non cessa di sorprendere per la sua attualità. Edita a conclusione della prima sessione del Vaticano II, l’enciclica giovannea ha senz’altro costituito uno stimolo per i lavori conciliari e un’anticipazione della svolta che in essi si è prodotta. Il tema della pace, che è l’asse attorno a cui ruota l’intera riflessione, viene sviluppato mettendo l’accento tanto sulle responsabilità individuali – a questo si riferisce l’ampio spazio dedicato alla questione dei diritti e dei doveri dei cittadini – quanto sull’esigenza di ridefinire i rapporti interni alle comunità politiche e tra le comunità politiche.

Il clima che si respira è un clima di dialogo, improntato a una serena fiducia nell’uomo – è significativo che per la prima volta un documento del magistero pontificio si rivolga non solo ai credenti ma a “tutti gli uomini di buona volontà” – e i valori che vengono richiamati come pilastri sui quali poggiare l’azione pacificatrice sono la verità e la giustizia, la fraternità e la libertà.

L’ASPETTO DI MAGGIORE NOVITÀ

Ma l’aspetto di maggiore novità dell’enciclica è rappresentato dalla chiara (inequivocabile) condanna della dottrina tradizionale della “guerra giusta”. La Pacem in terris afferma infatti che è “del tutto irragionevole (alienum a ratione) pensare che nell’era atomica la guerra possa essere utilizzata come strumento di giustizia” (n. 67). Il ribaltamento di prospettiva è evidente: da evento “ragionevole” quale è stata per molto tempo considerata, sia pure a certe condizioni, la guerra è qui nettamente respinta come evento assolutamente inadeguato ad affrontare qualsiasi causa giusta.

La presenza di armi micidiali, che hanno il potere di distruggere l’intera umanità, è la ragione fondamentale che rende impraticabile ogni strategia che metta al centro l’idea di equilibrio delle forze come via per scongiurarne il ricorso. Da questo discende la sollecitazione a dare vita a un processo di disarmo con controlli costanti ed efficaci e a mettere al bando le armi nucleari (n. 60), nonché a ricercare la soluzione dei conflitti attraverso la via negoziale (nn. 51 e 67).

Giovanni XXIII è tuttavia consapevole che l’impegno volto ad evitare la guerra non può ridursi a questi atti, per quanto importanti; che esso reclama, da un lato, un profondo rinnovamento delle coscienze e, dall’altro, l’attivazione di grandi riforme strutturali ispirate a criteri di giustizia e di solidarietà universalistica. Per questo l’enciclica non esita ad accogliere con favore alcuni “segni del tempo” che segnalano la via da percorrere per affrontare le sfide della società contemporanea: dall’ascesa delle classi lavoratrici all’ingresso della donna nella vita pubblica, dall’indipendenza dei popoli alla lotta contro le discriminazioni, fino all’assenso alla Carta dei diritti dell’Onu, definita come “atto della più alta importanza”.

UN TESTO PROFETICO

Un testo profetico dunque, che può senz’altro essere considerato il momento più alto del magistero della Chiesa sulla questione della pace. E soprattutto un testo che continua ad interpellarci perché, nonostante il deciso rifiuto di Giovanni XXIII, la guerra è ancora tutt’altro che bandita dal nostro mondo, e il messaggio della pace è tuttora insufficientemente recepito dai singoli e dai popoli.



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