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Henri de Lubac, La necessità vitale della missione

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Non vi è forse prova più evidente del coinvolgimento di de Lubac (1896-1991) nei lavori conciliari di quella offerta dai suoi stessi Quaderni del Concilio, pubblicati da Cerf nel 2007. In essi, con impressionante acribia, il teologo gesuita francese annotava fatti e dettagli inediti, incontri a margine, impressioni personali su quanto veniva emergendo nell’aula conciliare come espressione, anche travagliata, del discernimento della Chiesa. Vi sono particolari che, a distanza di tempo, appaiono profetici, come il racconto dell’abbraccio con il futuro Papa Wojtyla: “Alla fine dell’ultima sessione, mons. Wojtyla mi ha abbracciato. Egli ha sentito la nostra profonda unione nella fede. Io porto un vivo ricordo dei suoi interventi (egli è stato troppo poco ascoltato) e dei nostri scambi (entretiens) troppo rapidi” (Cahiers du Concile II, p. 394).

CHIAMATO AL CONCILIO DA GIOVANNI XXIII

De Lubac era stato chiamato alla fase preparatoria del Concilio da Giovanni XXIII, rimanendo tuttavia ai margini dei lavori a motivo della diffidenza del S. Offizio nei suoi riguardi a causa delle controversie sulla gratuità del soprannaturale, di dieci anni prima. Pur infruttuosa, questa “assistenza” alla Commissione preparatoria gli avrebbe poi permesso di partecipare a pieno titolo al Concilio, in qualità di esperto, intervenendo regolarmente alle sedute della Commissione teologica in “sei anni consecutivi di costanti soggiorni a Roma”, come egli puntualizza nei suoi Mémoires (Mémoires à l’occasion de mes écrits, p. 119).

In effetti, il ruolo dei teologi al Concilio è da considerarsi tutt’altro che secondario: non sono stati di fatto solo consiglieri dei vescovi, ma anche estensori materiali di molti schemi, bozze, modifiche che si apportavano in itinere, materia sulla quale i padri conciliari erano poi chiamati a confrontarsi e a decidere in aula. La natura dell’impegno di teologi come de Lubac non è però desumibile dagli Atti conciliari, dove si riportano solo gli interventi ufficiali, scritti e orali, dell’aula, come pure gli schemi e le correzioni che vi venivano introdotte, ma dagli archivi del materiale “secondario”, o da scritti inediti, come i succitati Quaderni, documenti che solo in questi anni stanno gradualmente venendo alla luce, messi a disposizione del largo pubblico.

Tuttavia non è impossibile comprendere le ragioni della partecipazione di de Lubac al Concilio, nonché la ricchezza del suo apporto non solo a temi inerenti la Chiesa e la Rivelazione, che opere come Paradosso e Mistero della Chiesa (1967) e La Rivelazione divina (1968) testimoniano, ma a questioni più strettamente correlate al tema della missione della Chiesa e della sua relazione col mondo non cristiano.

LA NECESSITÀ VITALE DELLA MISSIONE

In effetti, tra i primi e più significativi interventi dell’attività teologica di de Lubac, se ne contano in particolare due, all’inizio degli anni ‘30, incentrati rispettivamente sulle religioni non cristiane e sulla missione della Chiesa. Il primo, Catholicisme, precorreva l’opera principe che nel 1938 avrebbe con lo stesso titolo visto la luce, un’indagine sugli aspetti sociali del dogma.

Il tema della dimensione sociale della salvezza cristiana è proprio tra quelli che hanno maggiormente caratterizzato il suo pensiero, come commenta Jean Stern nell’introduzione all’edizione critica dell’opera (Cerf 2003): “De Lubac studiava in effetti il cristianesimo nella sua estensione assolutamente universale, mettendola in rapporto con l’uomo come tale, con tutte le generazioni e tutti i popoli”. D’altra parte, nel secondo suo intervento, la conferenza che nel 1933 egli tenne per il congresso dell’Unione Missionaria del Clero francese, è altrettanto illuminante circa l’orientamento che fin dall’inizio caratterizzò la sua riflessione: “Che la Chiesa visibile non è un lusso per l’umanità, e che l’opera missionaria non è anch’essa un lusso per la Chiesa, ma che tutte e due sono una necessità vitale: queste sono le due verità che questa conferenza vorrebbe rapidamente stabilire” (Nécessité des missions, p. 39).

IL CRISTIANESIMO E LA SALVEZZA DEGLI ALTRI

Anni più tardi, nei più celebri contributi sul fondamento delle missioni (1941, 1946) egli avrebbe aperto la sua riflessione con la domanda “Perché le missioni?”, affermando al contempo che “il solo fatto che una tale questione sia da porsi costituisce già, se ci si riflette, un paradosso e quasi uno scandalo” (Le fondement théologique des missions, p. 159). In effetti, se i decenni che precedono il Vaticano II furono contraddistinti da un incredibile fervore missionario che si riverberava sulla stessa attività teologica, favorendo la crescita di una letteratura ricca e consistente, quelli immediatamente seguenti sembrano invece segnati da una crisi dello stesso ideale missionario e delle motivazioni profonde che ne sono il presupposto.

Nelle annotazioni del 28-30 aprile 1965, riportando nei suoi quaderni alcuni dettagli della riunione del segretariato per i non cristiani, di cui era stato chiamato a far parte, de Lubac dà una significativa notizia in proposito: “Le sedute hanno luogo in una sala della Segreteria di Stato. Si parla di salvezza dei non cristiani, del fatto religioso, dell’intelligenza delle diverse religioni, ecc. Il Papa ha chiesto che si studino seriamente questi problemi; egli si preoccupa delle teorie lanciate da qualche teologo, per esempio, il cristianesimo non sarebbe che una via straordinaria di salvezza” (Cahiers du Concile II, p. 394).


L’EUROPA TRA CRISI DI CIVILTÀ E OPPORTUNITÀ

La crisi in seno alla Chiesa è di per sé espressione di una crisi più ampia e globale, che colpisce il nostro tempo. Quasi preconizzandola in una conferenza del 1941, de Lubac ne individuava la portata affermando trattarsi di una “crisi di civiltà, aperta da lungo tempo e avvertita da tutti i popoli dell’Europa”. L’amara constatazione circa lo stato della situazione si accompagna alla convinzione che “alla radice di tutto, bisogna dirlo, vi è un cedimento dei cristiani”. D’altra parte, egli è persuaso che una tale diagnosi non debba generare pessimismo, perché “questo processo di decomposizione è pieno di germi di progresso” (Explication chrétienne de notre temps, p. 237).

Ramificato in una vastità di temi, l’apporto di de Lubac al Concilio rappresenta di fatto il contributo non solo della sua persona in particolare, ma della stessa generazione di teologi della quale egli è stato uno dei più straordinari esponenti. Il Concilio non sarebbe pervenuto alla profondità di certi traguardi senza che una tale generazione di “giganti” ne preparasse il cammino. Si tratta di teologi grazie ai quali il pensiero cristiano si fortificò, nonostante la sciagura delle due grandi guerre e delle grandi ideologie omicide. Molti lo avevano accusato di essere il capostipite della Nouvelle Théologie, vista da alcuni come una minaccia all’integrità del pensiero cristiano. In un articolo di Jean Daniélou, amico e confratello di de Lubac, si trova delineato in realtà il manifesto di una teologia capace di rispondere alle sfide della modernità. Vi si indicano i principi e le modalità di attuazione, che hanno determinato ed ispirato anche l’opera teologica di de Lubac.

Riguardo ai principi-doveri del teologo, spiccano il trattare Dio come Dio, l’essere penetrati dallo spirito religioso, l’essere capaci di rispondere nella fede alle esperienze dell’anima moderna, tenendo conto delle istanze provenienti dalla scienza e dalla storia.

Quanto alle modalità: il ritorno alle fonti della Tradizione cristiana, una teologia arricchita dal contatto con il pensiero contemporaneo ed, infine, il contatto con la vita: “Ciò che gli uomini di oggi, che vivono nel mondo, domanderanno alla teologia, è di spiegare loro il senso della loro vita” (Les orientations présentes de la pensée religieuse, p. 3). È nel quadro di questi riferimenti che si può comprendere l’apporto di teologi come de Lubac al Vaticano II ed ancor più ritrovare le condizioni per una più completa recezione dell’insegnamento conciliare, a cinquant’anni dalla sua celebrazione.



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