Discorsi sulla missione e sui missionari
Due storie missionarie, molto diverse tra di loro, stanno all’origine dei discorsi intorno alla missione, alla sua crisi e al suo cambiamento raccolti e ordinati nel volume Sulla missione dal comboniano Giovanni Munari, attuale direttore di EMI.
Si tratta delle storie di due missionari saveriani, Tonino Melis e Marino Rigon, entrambe raccontate con il linguaggio della cinepresa dal regista parmigiano Mario Ghiretti, passate in DVD e allegate, la prima al volume L’uomo che cerca parole(EMI, 2009) e la seconda, “Professione missionario”, al volume di cui parliamo qui.
Ghiretti, che si dichiara non credente, ha un’attenzione ad un tempo ammirata e intelligentemente critica nei confronti del mondo missionario.
I suoi dubbi, le sue domande li ha voluti porre ad un gruppo di amici di varia estrazione, che ha fatto incontrare appositamente. Una sorta di interrogazione laica al esul mondo della missione e dei missionari alla quale hanno risposto: Raniero La Valle, Maurizio Chierici, Maria Teresa Ratti, (comboniana, direttrice della rivista “Combonifem”), Mario Menin (saveriano, direttore di “Missione oggi” e di “Ad gentes”), Nicola Colasuonno (saveriano, ora missionario in Congo) e Paolo Boschini (presbitero di Modena, docente di filosofia).
Le questioni poste da Ghiretti portano a scandagliare a tutto tondo la questione missione e se oggi abbia ancora un senso.
La missione sta cambiando lentamente: dal modello “coloniale” alla sua deriva ancora fortemente eurocentrica, ma occorre considerare che ormai i missionari, per la maggior parte, provengono dal Sud del mondo, dai paesi poveri. Ciò, dice Menin, obbligherà “al rinnovamento, al ‘ritorno alle origini’, alla riscoperta della forza debole del Vangelo” (p. 31). In questa direzione, il Concilio, grande crinale nella storia moderna della Chiesa, può fornire un orientamento, ma cosa ha veramente detto sulla missione? La Valle, ritiene che il tema della missione sia uno dei nodi irrisolti del Concilio; la distinzione tra missione della Chiesa e la sua attività missionaria presente in Ad gentes fa sì che “il fine della missione, non è quello di mischiare le culture, ma di piantare la Chiesa dove la Chiesa non c’è” (p.46), perciò è preferibile rifarsi allo spirito del Vaticano II più che al decreto Ad gentes per capire come deve essere le missione oggi.
In realtà l’attività missionaria, è percorsa al suo interno da una varietà di modelli. Già in epoca pre-conciliare, ci dice Boschini, l’enciclica di Pio XII del 1957, Fidei donum, inizia a parlare “di fraternità tra Chiese”, dando “al discorso missionario una prospettiva diversa rispetto alla colonizzazione. All’imperialismo religioso e culturale sostituisce la prospettiva dell’inter-scambio” (p.61). E suor Maria Teresa Ratti suggerisce di guardare agli spazi nei quali la sensibilità cristiana e missionaria molto può fare per recuperare freschezza ed originalità; si tratta della promozione di nuovi rapporti e dinamiche di incontro nel mondo della donna, degli emarginati, dei migranti, delle povertà.
Ma ecco irrompere la provocazione di Chierici: “Perché la missione vuol dire sempre un posto lontano? Perché non vi fermate qui in Italia?”.
Chi è impegnato nella “professione missionario” risponde no, sia per ragioni intrinseche alla vocazione missionaria, sia per un dato di fatto relativo alla Chiesa italiana: “il suo bisogno più impellente è conservare fedi o pratiche che già esistono […] è ancora una Chiesa di conservazione, che tiene le posizioni. Qui non c’è e non ci può essere missione” (p. 73). Il dibattito, in un certo senso, ha lasciato aperto il dilemma di fondo: la missione come un andare a piantare la Chiesa dove ancora non c’è, oppure, missione come interscambio, dialogo reciprocamente rispettoso, “che non ha necessariamente come punti di arrivo la Chiesa e la sua visibilità, ma il Regno di Dio”.
Un incontro e scontro di punti di vista nella libertà, che aiutano a guardare in modo problematico ad una dimensione fondamentale, anzi fondativa, della vita della Chiesa.
La formula della tavola rotonda, raccordata dai curatori, favorisce l’accostarsi ad un tema sempre meno per specialisti.






