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Da molti anni i vescovi dell’America latina hanno fatto, come Chiesa, l’opzione preferenziale per i poveri. Già papa Giovanni XXIII aveva parlato, al tempo del Concilio, di “Chiesa povera e dei poveri”. Se vogliamo essere fedeli a Cristo, quest’opzione è fondamentale per l’identità della Chiesa, come lo è la dimensione missionaria. Infatti, se dal Vangelo togliessimo la relazione di Gesù con i poveri, resteremmo senza Vangelo. Sono passati i tempi in cui si pensava che la povertà fosse “volontà di Dio”.

Oggi più che mai abbiamo coscienza che la povertà è il risultato di decisioni politiche, economiche e culturali, che sottomettono a questa schiavitù un numero sempre maggiore di persone di tutte le nazioni. C’è chi si diletta a parlare di povertà, cercando di definirla; e chi, invece, la vive, non come un’opzione di vita (come fanno alcuni/e religiosi/e), ma come una condizione di emarginazione, una mancanza di dignità umana, un cammino di morte, senza tante disquisizioni, con l’unico obiettivo di sconfiggerne le cause, anche a costo di enormi sacrifici e sofferenze.

La mancanza di una casa degna, di un lavoro sostenibile, di cibo sufficiente, di una salute accettabile, di relazioni umane e famigliari minime (amare ed essere amato), di giustizia, di pace e libertà, portano a condizioni di vita che feriscono profondamente la dignità e la felicità umane.

Dio non ci crea per essere poveri, ma per vivere la dignità di figli suoi.

Quindi la fratellanza (il grande progetto del Vangelo) deve tradursi anche in dimensioni sociali e politiche che la rendano possibile. Lo ha capito la Chiesa, ma anche i politici e i responsabili del bene comune degli Stati, quando nel 1974 hanno lanciato la sfida di sradicare la povertà assoluta dalla faccia della terra prima dell’anno 2000. Nel 1995 gli stessi Stati si sono impegnati a ridurre la povertà entro il 2015. Obiettivi non ancora raggiunti.

In questi ultimi anni appare più evidente che il primo obiettivo dei “potenti” del mondo è, sì, quello di lottare, ma non contro la povertà, bensì contro i poveri, cercando di eliminarli, emarginarli e privarli sempre più dei beni comuni, dell’acqua, del cibo, della salute, dell’educazione, dell’informazione, della giustizia e della dignità.

Possono la Chiesa e le religioni stare in silenzio, al margine di questo terribile genocidio planetario?

Anche oggi risuona forte la domanda di Dio: “Che hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo!” (Gen 4,10). Possiamo accettare l’enorme aumento di spese per tecnologie di morte (armi, energie sporche, spazzature elettroniche, ecc.), se ogni giorno muoiono migliaia di persone per mancanza di acqua, di cibo o per malattie facilmente curabili? È per questo che alcuni gruppi stanno avanzando la proposta “Dichiariamo illegale la povertà”* (non i poveri), poiché hanno individuato in leggi (Costituzioni incluse), persone e gruppi di potere le cause di povertà tanto indegne, non ultimi il Fondo monetario internazionale (Fmi) e il Banco mondiale (Bm), che, liberalizzando i mercati, obbligano gli Stati a privatizzare e mercificare i beni comuni (alimenti, acqua, aria, ecc.), essenziali alla vita delle persone. Il sistema politico ed economico dominanti definiscono come bene supremo la ricchezza, non la vita.

È comprensibile allora che crescano le manifestazioni degli indignados – e dovrebbero estendersi molto di più –, sia per puntare il dito contro l’opulenza (la ricchezza estrema) e le grandi imprese transnazionali che creano situazioni di povertà estrema, sopratutto al Sud del mondo, sia per proporre strutture politiche, economiche e sociali di comunione e partecipazione. Nei primi secoli del cristianesimo i Padri della Chiesa hanno fatto sentire la loro voce profetica circa questo cancro umano e religioso.

Oggi risuona l’avvertenza coraggiosa di Gandhi: “Rubare non è solo l’oggetto rubato, ma anche tutto ciò che possiedi oltre le tue necessità”.

La proposta “Dichiariamo illegale la povertà” potrebbe avere una certa somiglianza con la schiavitù, che per secoli fu considerata una condizione normale, ma che poi è stata riconosciuta come una pratica indegna, immorale e illegale. Nel grido dei poveri, oggi riconosciamo il grido di Dio, per cambiare questa realtà che urla al cielo dalle viscere della terra.

Coyhaique (Cile), 5 febbraio 2012.


* “Dichiariamo illegale la povertà” in Italia è nata dall’Università del Bene Comune e dal Monastero del bene comune; “Missione oggi” fa parte, con altri, del gruppo dei promotori.



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