GRAZIE, FRANCESCO
Nessun Concilio, prima del Vaticano II (1962- 1965), aveva mai affermato che la Chiesa è “per sua natura missionaria”. Il Vaticano II è stato il primo a farlo, prendendo sul serio l’identificazione della Chiesa con la sua missione. Anche per questo possiamo ritenerlo, senza falsa retorica, un Concilio “missionario”. Non solo per aver ricompreso la missione in chiave evangelica – da iniziativa dell’Occidente “cristiano”, spesso confusa con l’imperialismo coloniale, ad azione di Dio (missio Dei) –, ma anche per la dimensione mondiale raggiunta dalla Chiesa, ormai presente in ogni parte del globo. Ebbene, di questo Concilio “missionario” è figlio papa Francesco. Lo ha dimostrato fin dall’inizio del pontificato, al suo apparire la sera del 13 marzo dalla loggia di San Pietro, in quei gesti e in quelle parole che hanno risvegliato in tanti di noi, come lui figli di quel Concilio, l’immaginario ecclesiale, teologico, spirituale e pastorale del Vaticano II, che certi settori del cattolicesimo postconciliare hanno fatto di tutto per dimenticare e addirittura rimuovere. In questi dieci anni di pontificato, la vera novità di Francesco è stata senz’altro la “Chiesa in uscita missionaria”, così come attesta l’esortazione apostolica, con valore programmatico, Evangelii gaudium, dove il sogno della “scelta missionaria” della Chiesa è declinato in cinque opzioni fondamentali: il primato della testimonianza, il primato di Dio e della sua Parola, il primato dell’evangelizzazione, il primato dei poveri, il primato del dialogo. Anzitutto, il primato della testimonianza, che, secondo Francesco, ci aiuta a definire meglio la missione nella sua radicalità evangelica, non come obbligo ma come privilegio, non come peso ma come gioia, condividendo il dono che riempie il cuore del discepolo e della discepola missionari, come nel caso della donna samaritana che incontra Gesù al pozzo.
In secondo luogo, il primato di Dio e della sua Parola, che ci aiuta a discernere la forma più autentica alla missione, come azione di Dio, di cui i missionari e le missionarie non sono padroni, ma servi, chiamati a partecipare e collaborare. In terzo luogo, Francesco sogna una “scelta missionaria” di tutta la Chiesa, in grado di trasformarne lo stile, ridefinendola e riformandola. È il primato dell’evangelizzazione, che tocca anche la nozione che i vescovi, i preti, i laici e lo stesso papato e la curia hanno di se stessi, così come le strutture della Chiesa.
Il primato dei poveri è la quarta opzione fatta propria da Bergoglio, affinché ci ricordiamo che i poveri, come credenti e missionari, hanno un ruolo privilegiato nella comprensione della fede e nello stesso sviluppo della teologia. In altre parole, siamo invitati a comprendere la fede con gli occhi dei poveri, sia nella lettura della Scrittura e della Tradizione, sia nel discernimento della realtà presente.
Infine, il primato del dialogo, come nuovo stile della missione. Francesco ne sottolinea l’importanza, intra ed extra ecclesiale, ecumenico e interreligioso, per far uscire la Chiesa dalla sua introversione e incapacità di ascoltare il mondo. Queste cinque opzioni costituiscono altrettante sfide per la Chiesa oggi, che Francesco ci invita ad incrociare con la sinodalità intra ed extra ecclesiale. Un cammino lungo che aiuterà la Chiesa cattolica ad uscire dal vicolo cieco in cui era entrata nel periodo postconciliare, ripetendo spesso in maniera antistorica il pre-concilio. Grazie, Francesco, per questi dieci anni di Chiesa in uscita missionaria con lo stile sinodale.






