GRANDI LAGHI: NON POSSIAMO DIMENTICARE
Riportiamo alcune parti, tuttora attuali, delle “proposte politiche” presentate da Graziano Zoni al Convegno “Chiama l’Africa”, Parma 22 marzo ‘97.
La condizione preliminare, per tutta la regione, compresa l’Uganda, è di attuare immediatamente un totale ed effettivo “embargo delle armi”. Sappiamo che troppi paesi stanno facendo affari d’oro, anche con questa guerra.
L’Italia è, ancora una volta, tra questi squallidi mercanti di morte. I popoli africani stessi, non le armi europee o di altri paesi, devono poter trovare la soluzione.
Per i rifugiati hutu ancora in Zaïre chiediamo: la garanzia della immunità per tutti; la costituzione di alcune “zone protette”, in luoghi che rispettino la legislazione internazionale in materia, ove i profughi possano vivere, senza armi, con garanzia e protezione della vita e della sopravvivenza.
In Rwanda siamo ai limiti della guerra civile. Non è garantita la sicurezza dei rientrati e nemmeno quella della popolazione civile rimasta nel paese. Chiediamo: il rispetto degli Accordi di Arusha; il ripristino ed il rispetto dell’embargo delle armi; la subordinazione degli aiuti alla garanzia del rispetto dei diritti umani; allo scopo chiediamo la costituzione di un “osservatorio” per il controllo della destinazione degli aiuti; un controllo internazionale per la transizione politica alla democrazia ed il rispetto delle minoranze. (Può sembrare superfluo, e perfino cinico, vista la realtà del paese, dove sono le maggioranze a non essere rispettate...). Tale transizione politica alla democrazia deve prevedere un piano politico per la legittimazione popolare del Governo: gli aiuti internazionali devono essere condizionati a questo piano ed al suo rispetto. Chiediamo, inoltre, la soluzione giusta e umana per i 180 mila prigionieri politici. Il tribunale per i crimini di guerra deve poter operare nel rispetto della obiettività e non essere un pretesto per continuare le esecuzioni sommarie.
In Burundi la situazione è diversa: il popolo si era già espresso ed il processo democratico era già avviato, ma è stato interrotto dal colpo di stato del luglio scorso. Non crediamo nella efficacia del potere delle armi, ma nella voce del popolo burundese, che aveva chiaramente fatto le proprie scelte democratiche. Deve essere riconosciuto chiaramente che in Burundi il problema resta l’esercito, un esercito etnico, che ha sempre mantenuto il potere. La guerra civile continua: l’esercito e i ribelli commettono massacri e prendono in ostaggio la popolazione civile; una nuova strategia militare di raggruppamento forzato di 500.000 persone è in atto.
Gli Stati, europei e non, dovrebbero evitare di proporre soluzioni ognuno per conto proprio; devono, al contrario, appoggiare l’iniziativa dell’OUA perché abbia l’autorità morale, ed anche economica, di operare con le diverse espressioni del popolo del Burundi, per poter esigere il ritorno alla legalità costituzionale.
Ai politici chiediamo di farsi parte attiva per una mozione che impegni il Governo ad agire nelle sedi opportune. Proprio perché il nostro paese non ha progetti né implicazioni politiche ed economiche nella regione, riteniamo che un’azione decisa e insistente del nostro paese possa aver effetto.
A tutti chiediamo di esercitare pressione, con tutti i mezzi possibili, perché nell’opinione pubblica e nella politica questo dramma non sia più dimenticato.







