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Come il chicco di grano

Nel Vangelo di Giovanni il racconto del ministero pubblico di Gesù si chiude col capitolo 12. L’evangelista racconta in successione l’unzione di Betania (11,55–12,11), l’ingresso in Gerusalemme (12,12-19) e un episodio un po’ enigmatico, che vede coinvolti alcuni greci (12,20-36). Per quanto in ordine rovesciato, i primi due racconti sono presenti anche nei Sinottici (cfr. Mc 12,3-9 e 11,1-11), mentre l’ultimo è esclusivamente giovanneo. Dopo aver descritto la reazione di Gesù di fronte alla richiesta di questi greci di poterlo vedere, l’evangelista non racconta più nulla; procede immediatamente con un’articolata conclusione del ministero pubblico di Gesù, composta da un bilancio (12,37-43) e da una sorta di manifesto teologico, che riassume i temi principali dell’annuncio di Gesù e suona come un estremo appello alla fede (12,44-50). I greci che formulano la richiesta di vedere Gesù sono evidentemente dei non circoncisi (anche per Paolo, “greco” significa di fatto “gentile”); essi sono, agli occhi dell’evangelista, i rappresentanti delle genti. Questo episodio mette pertanto Gesù di fronte a dei non ebrei: il ministero pubblico si chiude con una dilatazione dell’orizzonte oltre i confini di Israele, al di là del popolo eletto. Il fatto che l’ultimo episodio narrato da Giovanni prima dell’ultima cena si presenti, dunque, con una fortissima connotazione missionaria esprime in modo molto efficace l’interesse missionario del quarto Vangelo (QV).

Filippo e Andrea: uomini di frontiera

Per una comprensione adeguata del significato di questo episodio, occorre anzi tutto prestare attenzione ai versetti iniziali (vv. 20-22), che vedono coinvolti alcuni greci, Filippo e Andrea. Questi sono saliti a Gerusalemme in occasione della festa di Pasqua (v. 20): si tratta verosimilmente di “timorati di Dio”, cioè di persone attratte dalla religione di Israele. Questo tipo di persone non arriva a farsi assimilare integralmente al popolo ebraico.

I “timorati di Dio” restano dei non circoncisi e, tuttavia, pregano il Dio di Mosè e partecipano in una certa misura al culto ebraico.

Per l’evangelista essi sono importanti proprio perché non fanno parte del popolo eletto. Essi prendono contatto con un discepolo di Gesù, di cui viene ricordato il nome: Filippo (v. 21a). Filippo, a sua volta, coinvolge nella faccenda Andrea (v. 22a). Tra tutti i discepoli menzionati nel QV, Filippo e Andrea sono gli unici a portare un nome greco: gli altri hanno nomi semitici. Inoltre, provengono entrambi da una città (Betsaida), che si trova in un territorio (la Galilea) profondamente influenzato da elementi non israelitici (cfr. Gv 1,44). Come si vede, l’accesso dei greci a Gesù (il messia di Israele, salvatore del mondo) è mediato da due uomini di frontiera: cioè, da quelli tra i suoi discepoli che sono più vicini alla linea che separa il mondo ebraico da quello dei gentili.

Sono Andrea e Filippo che presentano, insieme, a Gesù l’istanza proveniente dal mondo greco (v. 22b).

Il nuovo orizzonte della missione: i non circoncisi

La richiesta dei greci si presenta, di primo acchito, estremamente semplice: “Vogliamo vedere Gesù”. Se, però, ci si ferma un momento a soppesarla, ci si accorge che essa è tutt’altro che una banale richiesta di incontrare un personaggio sulla cresta dell’onda, magari per… farsi firmare un autografo! Nel QV, il verbo di visione che viene impiegato qui (horaô) non indica mai un vedere superficiale, un puro esercizio del senso fisico della vista, ma indica costantemente una visione di tipo profondo, capace di cogliere il senso ultimo dell’oggetto veduto senza fermarsi alla sua materialità.

Lo vedranno coloro ai quali non fu annunziato

Ecco che, come di consueto nel QV, una frase passibile di una lettura banale dischiude un’enorme profondità di significato. In effetti, Filippo, fin dal suo apparire nel racconto evangelico (1,43- 46), appare legato all’esperienza di un tale tipo di visione: fu lui ad invitare Natanaele ad incontrare Gesù, dicendogli “Vieni e vedi”. Inoltre, sullo sfondo di questa auspicata visione trapela la grande profezia di Isaia: nei versetti iniziali del quarto canto del servo del Signore (Is 52,15b) il profeta dice che “lo vedranno coloro ai quali non fu annunziato su di lui”. Nel testo si fa velatamente allusione alle genti: la profezia parla, cioè, di un futuro in cui i non circoncisi, fino a quel momento completamente all’oscuro di ciò che riguarda il servo sofferente e la sua storia, lo potranno vedere. Non è senza importanza il fatto che la richiesta dei greci sia formulata nell’imminenza della passione di Gesù: egli sta effettivamente per palesarsi come il servo sofferente profetizzato da Isaia.

Che cosa ottiene questa richiesta? Immediatamente essa non ottiene un incontro diretto, a tu per tu.

Il gruppetto di greci che sono apparsi all’inizio scompare, nel seguito del racconto, senza lasciare traccia; quando Gesù termina la sua articolata risposta a Filippo e Andrea, i greci non sono più lì e l’evangelista non racconta da nessuna parte che l’incontro con Gesù si sia realmente consumato. Ciò non avviene a caso: come è indicato dalle parole di Gesù (v. 32), tale richiesta potrà essere esaudita solo nel tempo successivo alla Pasqua. I greci vedranno effettivamente Gesù, ma solo dopo che egli avrà sperimentato la morte (v. 24), solo dopo che egli sarà stato innalzato sulla croce (v. 32). Essi vedranno effettivamente Gesù, ma solo in forza della testimonianza che, dopo la risurrezione, i missionari Filippo e Andrea renderanno in mezzo ai greci a colui che fu innalzato sulla croce. Con ogni probabilità, la menzione di Filippo e Andrea in questo contesto si lega anche al fatto che essi furono effettivamente attivi nell’annuncio del Vangelo tra i greci, nella provincia romana dell’Asia Minore, cioè nella regione di Efeso.

La missione postpasquale: aperta a tutti

In questo modo si compie davvero l’antica profezia: il desiderio dei greci di vedere Gesù, letto sullo sfondo di Isaia, auspicava una visione del servo sofferente e glorificato da Dio. È esattamente questa la forma in cui i greci potranno vederlo, in forza dell’annuncio del Vangelo: come colui che è stato innalzato sulla croce e che Dio ha pienamente glorificato. Lo vedranno, precisamente come il servo sofferente di cui parlava Isaia. L’incontro tra Gesù e i greci non può, dunque, essere realizzato nel tempo che precede la morte e risurrezione del messia di Israele. È Gesù stesso che, nella sua complessa reazione all’istanza presentatagli dai due mediatori Filippo e Andrea, chiarisce le modalità (missionarie!) con cui tale incontro potrà realizzarsi.

Le modalità sorprendenti della missione

La risposta di Gesù alla richiesta dei greci dà luogo, in effetti, ad un vero e proprio discorso, che abbraccia – pur con qualche interruzione – i vv. 23-36. All’interno di questo discorso ci sono due punti di particolare interesse per noi, in cui Gesù ricorre a due immagini dalle profonde implicazioni missionarie: quella del chicco di grano caduto in terra e quella di colui che deve essere innalzato da terra.

Per mezzo di queste due parole/immagini Gesù mostra di prendere profondamente sul serio il desiderio dei greci, svelando al tempo stesso la modalità sorprendente con cui esso potrà realizzarsi. Lasciando l’immagine dell’innalzamento per il prossimo numero (giugno-luglio), dedichiamo un po’ d’attenzione a quella del chicco di grano. Non c’è alcun dubbio che il molto frutto, conseguente alla morte del chicco di grano, sia un’immagine missionaria: il molto frutto allude alle moltitudini degli uomini che, dopo la morte di Gesù – e in conseguenza di quella morte –, potranno entrare nella comunione con Dio. Se Gesù non morisse in croce egli resterebbe solo: sarebbe, cioè, l’unico a godere della condizione di Figlio, nella quale egli si trova da sempre.

La conseguenza della sua morte è che molti potranno essere associati alla sua condizione filiale e partecipare di quel mistero di unità nell’amore che rappresenta il mistero stesso di Dio-comunione. Lo potranno in forza della testimonianza resa a Gesù dai suoi discepoli, nel variegato mondo degli uomini, ormai al di là dei confini di Israele.



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