UNA MISSIONE E UN’ANTROPOLOGIA PER L’UOMO E CON L’UOMO
La mia precedente riflessione (cfr. Missione Oggi, luglio-agosto 2018) prendeva le mosse dalla constatazione di una connessione storica e strutturale tra missione cristiana e ricerca etno-antropologica. Tra gli iniziatori di queste discipline tanti furono i missionari cattolici o protestanti e, tra coloro che hanno elaborato queste ricerche, tante sono state le collaborazioni con i missionari. A volte anche il conflitto ha segnato questa relazione, come la copresenza in un territorio solitamente coloniale o post-coloniale.
Questa coincidenza, collaborazione o conflitto tra le due “missioni” (evangelizzatrice ed etnografica), continua anche oggi. In particolar modo sto studiando la prima, quando cioè capita che un missionario sia anche etnografo e antropologo. Attraverso un percorso ancora all’inizio, e con un approccio biografico, sto cercando di comprendere come un missionario viva oggi la relazione fra le due “professioni”, che significato personale dia alla loro specifica distinzione e se abbia riflettuto sulla correlazione tra paradigmi missiologici ed etnografici, che comunque si modificano.
FIGLIE E FIGLI DEL PROPRIO TEMPO
Il XIX e il XX secolo hanno visto modificarsi l’approccio dell’azione e dell’autocomprensione missionaria. Altrettanto è avvenuto nella ricerca etnografica e antropologica. Entrambe di matrice culturale europea, hanno sperimentato la messa in discussione dell’etnocentrica superiorità della “civilizzazione occidentale”: tra colonialismo devastante, guerre locali e mondiali, frantumazione delle ideologie e processo (non concluso) di decolonizzazione, tale “civilizzazione” (con la sua componente cristiana ed ecclesiale) è stata chiamata ad uno sguardo più autentico e critico su se stessa. La Chiesa cattolica, con il Concilio Vaticano II, provò a rileggersi, fece entrare aria nuova e diede voce a Chiese, popoli e continenti fino a quel momento marginali. L’antropologia culturale operò quello che viene definito un “rimpatrio”, un ritorno a casa. Mandata via o ritiratasi dai contesti coloniali, scoprì che è possibile fare etnografia e antropologia anche dei processi sociali e culturali europei o di contesto “occidentale”. Intuì che, oltre a comprendere l’altro, era importante anche capire se stessa e ancora di più la tradizionale relazione conoscitiva tra il “noi” occidentale e il “loro” colonizzato e/o considerato subalterno o primitivo. I missionari della seconda metà del XX secolo e della prima parte del XXI sono stati, e sono tutt’ora, figli e figlie di questi processi: percorsi mai conclusi di autocomprensione critica e ripensamento delle forme e metodologie del contatto con l’altro, di lettura, decodificazione e descrizione delle culture altre.
BIOGRAFIE DI FORMAZIONE
Con i missionari che sto incontrando, è interessante dialogare sulla formazione ricevuta in ordine alle diverse vocazioni: del servizio di evangelizzazione e dell’incontro etnografico con le popolazioni di destinazione. Nella maggior parte dei casi hanno iniziato con la formazione religiosa. Verso la fine di questa formazione, a volte vissuta nei contesti geografici di destinazione, hanno approfondito le culture locali e solo in alcuni casi hanno svolto veri e propri studi (master, dottorato) in discipline socio-culturali ed etno-antropologiche. Non sempre quindi hanno acquisito una formazione specifica e se l’hanno fatto, ciò è avvenuto all’interno e a seguito dell’avventura missionaria. Sono missionari prima, poi antropologi. Questa è una traccia importante. La passione e la competenza etnografica nasce infatti sul campo, a posteriori, legata alla necessità di un incontro autentico con le popolazioni locali. Questo significa che tutti i missionari sono anche antropologi? In qualche modo sì, se percorriamo il paradigma di una missione come “dialogo profetico” (Bevans, Schroeder), legata al mistero dell’incarnazione di Dio, capace di accettare un lungo periodo di umile apprendimento dall’altro. In parte no: sia perché l’etnografia ha le sue competenze e metodologie specifiche, sia perché per molti missionari l’acculturazione è consistita, e consiste tutt’ora, in un veloce apprendistato della lingua e dei tratti culturali locali. È pensata per lo più come mera attrezzatura funzionale alla trasmissione (anche inculturata) della dottrina e dei riti, alla realizzazione efficace di un progetto di sviluppo locale educativo o socio-sanitario, alla formazione religiosa delle persone del posto che chiedono l’ingresso alla vita consacrata. Alcuni però decidono di andare più a fondo: s’immergono, raccolgono informazioni, dati, narrazioni, apprendono lingue orali e ne curano o migliorano la trascrizione. Altri poi fanno un lavoro diverso, più collaborativo: non a favore di una tradizione culturale ma “con” i membri della stessa.
CONSERVARE INSIEME LE TRADIZIONI
Ho notato che in molti casi l’attività etnografica dei missionari si dedica alla “conservazione delle tradizioni” sulle orme di quella urgent anthropology in voga tra il XIX e il XX secolo: attraverso trascrizioni, raccolte museali e prime fotografie, filmati e registrazioni, si cercava di “salvare” lingue, culture e tradizioni popolari in via di estinzione sotto l’impatto della colonizzazione e della globalizzazione. Oggi questo avviene attraverso due metodologie: una più classica, l’altra più legata alle trasformazioni dell’etnografia contemporanea.
La prima si realizza nel meticoloso lavoro di raccolta e archiviazione di dati, informazioni, narrazioni, immagini, filmati, mappe, pubblicazioni riguardo un dato territorio e una specifica tradizione culturale: questo è possibile grazie alla presenza lunga (e preziosa) di alcuni missionari in certi contesti. Come nei secoli precedenti, il loro lavoro serve ai futuri missionari e alle generazioni di antropologi che, con tempi più brevi, si alternano sul “campo”. Il soggetto locale è per lo più informatore, testimone privilegiato, amico e confidente. Solitamente è connesso con la realtà missionaria in una relazione asimmetrica a livello sociale ed economico.
La seconda metodologia, vicina alle dinamiche dell’etnografia collaborativa (Lassiter, Fluehr-Lobban), realizza la medesima operazione attraverso la collaborazione con le popolazioni locali che ne diventano il soggetto principale: sono loro che ricostruiscono la loro tradizione, mettono in piedi musei locali interattivi e partecipativi, progettano la trasmissione e la comunicazione con le nuove generazioni e con i soggetti “altri” (turisti, studiosi, insegnanti, governo ecc.). Il missionario/antropologo, orientato da un orizzonte di promozione umana, diviene più facilitatore, sostenitore e accompagnatore di processi locali di conservazione delle radici e preservazione dalla dissoluzione nei processi di globalizzazione.
SFIDE ATTUALI
Le operazioni di cui ho parlato, sia quella più tradizionale, sia quella più collaborativa aprono abissi di problematicità epistemologica. Ad esempio: ogni raccolta e catalogazione, e il fatto stesso di catalogare, avviene secondo un sistema di pensiero e definizioni legato alla cultura che la opera. Non può essere questa un’ulteriore forma di colonizzazione culturale? E ancora: l’opera di conservazione di un processo culturale (che è sempre in divenire) è un’azione ideologica, politica e identitaria contemporanea, funzionale a chi la realizza e al suo tempo e non necessariamente fedele al tempo e alla tradizione che vuole “salvare”. Ultima provocazione: perché il missionario è pensato sempre in contesti di culture caratterizzate, semplici, pre-tecnologiche (per non dire primitive, ancestrali)? Perché la maggior parte dei missionari/antropologi lavorano con culture tradizionali di contesti post-coloniali per lo più rurali e più raramente sono presenti (come antropologi) nella ricerca sul campo dove prevale la complessità, la mega-urbanizzazione, la liquida e ibrida contemporaneità segnata dal flusso delle merci e delle informazioni? Ne continuiamo a parlare.







