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Giovanni: Gesù in Samaria Oltre i confini d'Israele

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Il passaggio di Gesù in Samaria (Gv 4,4-42) è uno di quei racconti lunghi, tipici del quarto Vangelo (QV), che non hanno paralleli nei Sinottici; uno di quei testi in cui l’abilità narrativa dell’evangelista sprigiona il suo fascino ineguagliabile. Se Dio ci attira a sé attraverso la bellezza, non è irrilevante riconoscere la straordinaria capacità di Giovanni, anche attraverso la qualità narrativa del suo scritto. Egli non racconta di una evangelizzazione sistematica della Samaria; si concentra su un episodio che, per lui, ha valore paradigmatico o, piuttosto, profetico (4,4-42): quello che accade tra Gesù e gli abitanti di Sicar è anticipo e prefigurazione di una futura attività missionaria tra i samaritani, che si svolgerà intensamente nel tempo successivo alla risurrezione di Gesù.

La geografia missionaria di Gesù

Il passaggio di Gesù in Samaria si trova nella seconda sezione narrativa del QV (Gv 2,13-4,54), che si dipana sullo sfondo della prima delle tre Pasque menzionate da Giovanni. La Pasqua è ricordata per la prima volta in 2,13, ma gli effetti di ciò che è accaduto durante la festa a Gerusalemme si fanno ancora sentire in 4,45, nell’introduzione all’ultimo episodio della sezione (la guarigione del figlio del funzionario regio). Questa sezione è caratterizzata da una serie di spostamenti di Gesù, che sale dalla Galilea (da Cafarnao: cfr. 2,12) a Gerusalemme (2,13.23), staziona per un periodo in Giudea (3,22; 4,3), si sposta in Samaria (4,4) e torna di nuovo in Galilea (4,43), a Cana (4,46).

Nessun’altra sezione può essere paragonata a questa per l’importanza che hanno gli spostamenti geografici nell’organizzazione del testo: siamo davanti al racconto di un ministero itinerante che vede Gesù attivo nelle tre regioni che costituiscono la Palestina di allora (Giudea, Samaria e Galilea). All’inizio della sezione (2,13-3,21), Gesù è attivo a Gerusalemme, il cuore della vita ebraica; più precisamente, la sua attività gerosolimitana si svolge dapprima all’interno del recinto sacro (2,14-22) e poi, più genericamente, in città (2,23-3,21).

Dopo un periodo trascorso fuori di Gerusalemme, in un luogo non precisato della Giudea, dove in ogni caso c’è acqua a sufficienza per svolgere un’attività battesimale di purificazione, Gesù decide di tornare in Galilea (4,3): la ragione va probabilmente ricercata nella volontà di evitare scontri coi farisei (4,1), reputati prematuri.

L’effetto immediato è che, per la prima volta, Gesù si reca in una regione che i giudei evitano, ritenendola impura: la Samaria, abitata da una popolazione “imbastardita” dal punto di vista etnico e religioso.

I samaritani hanno il Pentateuco come testo sacro e praticano una religione, una forma di yahwismo, tuttavia sono aborriti dai giudei: a partire dal 722 a.C. (caduta della Samaria ad opera degli assiri) nell’antico regno del nord è, infatti, avvenuta una contaminazione etnica e religiosa per cui sul tronco israelitico (impoverito dalla deportazione assira) sono stati innestati elementi di popolazioni mesopotamiche che gli assiri hanno specularmente deportato in Samaria.

La struttura profonda della missione di Gesù

Il racconto del passaggio in Samaria costituisce una significativa dilatazione d’orizzonte per la missione di Gesù: è il primo caso in cui la sua parola risuona oltre i confini di Israele. L’evangelista dice che Gesù “doveva” passare per la Samaria (4,4): non si tratta di una necessità determinata dalla brevità del percorso o dalla comodità delle strade (il testo non ci autorizza a formulare ipotesi di questo tipo), ma di una necessità a livello delle disposizioni di Dio, come di norma suggerisce il verbo greco usato qui e che traduciamo in italiano “bisognava, era necessario, doveva”.

C’è un progetto divino di comunicare vita e salvezza anche ai samaritani: per questo Gesù “deve” attraversare quella regione.

All’interno di questo articolato racconto (Gv 4,4,-42), il passo dedicato esplicitamente al tema missionario corrisponde al momento in cui Gesù si ritrova al pozzo di Giacobbe da solo coi suoi discepoli (4,31-38). Il vocabolario dell’invio viene qui usato tanto per Gesù (v. 34), quanto per i suoi discepoli (v. 38). Se in questi versetti l’interesse missionario è esplicito, esso non rappresenta però un tema ulteriore rispetto al tema dell’acqua viva (4,7-15), del luogo del culto autentico e dell’adorazione in spirito e verità (4,16-26): si tratta, infatti, di un episodio profondamente unitario dove il motivo missionario è strutturante e pervasivo. Il dialogo coi discepoli (vv. 31-38) costituisce una chiave di lettura di tutto quello che è accaduto in precedenza tra Gesù e la donna di Samaria (4,4-26) e di ciò che sta avvenendo sotto i loro occhi (4,27-30.39-40). Nella dinamica complessiva di questo racconto si intravede la struttura profonda, teologica e spirituale, della missione, come è concepita dall’evangelista. Vediamo anzi tutto come agisce il “missionario” Gesù.

Come agisce il “missionario” Gesù

La prima parte del racconto è occupata dal dialogo tra Gesù e la samaritana (4,7-26).

I temi che Gesù tocca sono due (l’acqua viva e il culto autentico: essi insistono sui medesimi elementi).

A) L’acqua viva è un simbolo dal doppio livello di significato: ad un primo livello, essa indica la rivelazione, la parola, l’insegnamento; ad un ulteriore livello, lo Spirito santo, che per il QV è sempre collegato alla verità. Anche se la donna non è inizialmente in grado di comprenderlo, l’acqua che Gesù le promette è anzi tutto la rivelazione che egli è venuto a portare nel mondo: essa contiene ineludibilmente lo svelamento del mistero della sua identità, perché Gesù non può parlare di Dio se non svelando il mistero della sua relazione con lui.

B) Quando Gesù dice che l’adorazione autentica avviene nello Spirito e nella verità egli riprende esattamente le due dimensioni contenute nel simbolo dell’acqua viva: la verità nel QV è, in effetti, la rivelazione divina – e l’acqua indicava innanzitutto questo –; l’acqua indicava poi lo Spirito, che costituisce il secondo elemento per indicare il culto che Dio cerca (“in Spirito e verità”). Con questa formula doppia (“in Spirito e verità”) Gesù risponde anche alla domanda sul luogo in cui si deve adorare: non è un luogo circoscrivibile geograficamente (“né sul monte Garizim né in Gerusalemme”), è una relazione, la relazione con lo Spirito e con la verità/rivelazione portata da Gesù e che coincide con lo svelarsi del mistero della sua persona.

La missione di Gesù: un’alleanza inclusiva

Nella filigrana del dialogo corre il motivo sponsale: dal profeta Osea (cfr. i cc 1-3 del suo libro) l’immagine delle nozze è divenuta consueta in Israele per indicare l’alleanza. Il racconto riproduce i tratti delle scene di fidanzamento dell’AT: Gn 24,10-61 (Isacco e Rebecca), Gn 29,1-20 (Giacobbe e Rachele) ed Es 2,15b-21 (Mosè e la figlia di Ietro). Ad un certo punto (vv. 16-18) il tema matrimoniale diventa esplicito sulla bocca di Gesù: “Va’ a chiamare tuo marito”.

Gesù stesso è allusivamente descritto come il messia che viene come sposo. Non si tratta di una novità per il QV: anche a Cana (Gv 2,1-11) Gesù è indirettamente presentato come messia sposo. L’apporto specifico del racconto è che la sposa non è più semplicemente Israele come realtà religiosa e tanto meno etnica: il messia sposo viene per unire a sé con un patto nuziale anche i samaritani.

Ecco dunque un aspetto decisivo della missione di Gesù: far entrare nell’alleanza chi fino a quel momento ne era escluso.

Gesù si reca in Samaria (deve recarsi in Samaria) per celebrare le nozze, cioè per stipulare l’alleanza anche coi non giudei: anch’essi sono parte di quella sposa che il messia è venuto a cercare in vista dell’alleanza nuova e definitiva. La donna di Samaria riveste un valore tipologico: è l’immagine del suo popolo. In lei tutta la nazione samaritana è raffigurata: quella nazione che ha avuto cinque mariti (gli dei delle popolazioni che gli assiri hanno deportato in Samaria) e che adora YHWH in modo non autentico e quindi adulterino (secondo la terminologia profetica).

La samaritana svolge però nel racconto anche una funzione come singolo individuo: è una figura testimoniale. Senza di lei Gesù non avrebbe potuto raggiungere gli abitanti di Sicar.

Ma, su questo, torneremo nel prossimo numero.



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