Giovanni, Come soffio che ri-crea il mondo
Sostiamo ancora in ascolto del testo di Gv 20,19-23, intorno al quale si è sviluppata la nostra riflessione già nel numero precedente. Le parole con cui Gesù invia i suoi discepoli nel mondo degli uomini (v. 21b: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”) sono precedute dal dono della pace (v. 21a: “Pace a voi”) e sono seguite da un gesto (v. 22a: alitò in loro) accompagnato da un’ultima parola di Gesù (vv. 22b-23: “Ricevete lo Spirito santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati”). Vogliamo riflettere sul senso di questi collegamenti, che non possono essere casuali e che ci aiutano a entrare maggiormente in profondità nel modo in cui il Vangelo secondo Giovanni concepisce la dimensione missionaria.
Consegna della pace
L’invio in missione del v. 21b è preceduto dalle parole “Pace a voi” del v. 21a. È la seconda volta che Gesù le pronuncia (cfr. in precedenza Gv 20,19) ed esse risuoneranno ancora otto giorni dopo (Gv 20,26). La formulazione usata dall’evangelista è priva del verbo: con essa Gesù non esprime un augurio, ma opera una consegna. Il Risorto non auspica la pace per i discepoli, non la ipotizza come una possibilità: egli piuttosto la media e la consegna. Il Figlio dispone della pace che Dio solo può accordare e, pertanto, egli non si limita ad augurarla, ma la consegna, la dona. La pace è il frutto della sua Pasqua. La pace che Gesù risorto consegna è una cifra che riassume la totalità dei doni messianici (cfr. Gv 14,27). Solo con una simile dotazione i discepoli possono pensare di inoltrarsi nel mondo; privi di questo equipaggiamento non potrebbero intraprendere alcuna opera missionaria.
Consegna dello spirito
Dopo aver pronunciato le parole con cui li assume nella sua stessa missione, che resta per sempre l’unica missione (v. 21b: “Come il Padre ha mandato me anch’io mando voi”), Gesù compie un gesto (v. 22a: “Alitò in loro”) che poi spiega attraverso una parola (v. 22b: “e disse loro: ‘Ricevete lo Spirito Santo’”). Il Risorto alita nei discepoli; egli, cioè, immette nei discepoli il suo stesso respiro. Il significato di questo gesto è di una chiarezza cristallina: in effetti, a tutte le latitudini e in tutte le epoche, nell’esperienza umana il respiro è collegato alla vita e, pertanto, il gesto di Gesù indica plasticamente una comunicazione di vita.
Secondo l’antica versione greca dell’AT (l’ebraico è privo di questo particolare!), Elia restituisce la vita al figlio della vedova di Sarepta precisamente alitando in lui per tre volte (cfr. 1 Re 17,21). Il respiro che Elia infonde nel figlio della vedova è il respiro di un essere in ogni caso mortale: per quanto si tratti di un profeta, egli non può comunicare altro se non la vita terrena. Colui che alita nei discepoli la sera di Pasqua non è però semplicemente un profeta; la vita che Gesù trasmette agli uomini comunicando loro il suo respiro non è la vita che egli ha ricevuto da Maria, ma quella che egli possiede da sempre per dono del Padre (Gv 5,26).
Il respiro di Gesù, col quale ora respirano anche i discepoli, è il respiro del Figlio, il respiro del Logos preesistente, il respiro del Risorto che vive la vita di Dio.
Come soffio ri-creatore
Il gesto è già in se stesso chiarissimo, ma la parola che Gesù aggiunge ne offre l’interpretazione definitiva: “Ricevete lo Spirito Santo”. Se si ricorda che, tanto in ebraico quanto in greco, lo stesso vocabolo può indicare il respiro e lo spirito/Spirito, si capisce come nel racconto evangelico possano essere agevolmente accostati il gesto dell’alitazione e una parola relativa allo Spirito. Ogni dubbio è sciolto: quel respiro che il Risorto infonde nei suoi non è il respiro che ci accompagna nella nostra vita terrena; si tratta piuttosto del respiro di Dio. Ora, il respiro di Dio è lo Spirito Santo. Il vocabolo che l’evangelista impiega per descrivere l’alitazione (emphysaô) è piuttosto raro; esso si trova, però, in alcuni passaggi cruciali dell’AT: è il verbo che descrive la creazione dell’uomo (Gen 2,7) e la rianimazione delle ossa aride (Ez 37,9). L’alito che Gesù immette nei suoi è dunque un’immagine simbolica per esprimere una nuova creazione: il luogo in cui si trovano i discepoli la sera di Pasqua è il giardino di Eden, in cui l’uomo è rifatto daccapo ed è ricreato come figlio di Dio, partecipe della condizione stessa dell’Unigenito.
L’uomo non è più semplicemente un essere vivente dotato di alito di vita (Gen 2,7), ma diviene in senso proprio figlio di Dio, partecipe della natura divina.
Nella grandiosa visione di Ez 37 le ossa inaridite nella pianura riprendono vita perché lo Spirito entra in loro. La vicinanza tra Giovanni ed Ezechiele è grandissima perché, in entrambi i testi, è affermato esplicitamente il legame tra respiro e Spirito di Dio: le ossa inaridite di Ez 37, che simboleggiano la condizione di morte in cui si trova Israele in conseguenza dell’esilio, tornano in vita perché lo Spirito entra in esse; i discepoli di Gesù, che sono semplicemente carne e per questo sono destinati alla morte, ricevono il dono della vita divina in forza dello Spirito che viene posto dentro di loro.
C’è una connessione profonda tra invio in missione e comunicazione dello Spirito.
L’infusione nei discepoli della sua stessa vita, attraverso la comunicazione del suo respiro divino (che è lo Spirito Santo), rende ragione del fatto che Gesù non offra nessuna specificazione alla missione, come vedevamo il mese scorso. La comunicazione dello Spirito dice il senso ultimo della missione: sono mandati per prolungare nel mondo la presenza stessa del Figlio, ma ciò è possibile unicamente perché il Figlio ha donato loro la sua stessa vita, donando loro il suo respiro, cioè il suo Spirito. È soltanto perché sono stati ricreati come figli, solo perché in essi c’è ormai il respiro stesso di Dio, che i discepoli possono andare nel mondo.
Togliere il peccato del mondo
L’ultima parola del Risorto riguarda il potere di perdonare o trattenere i peccati (v 23).
Anche il Salmo Miserere(Sal 50/51) combina la richiesta di perdono dei peccati con quella che Dio rinnovi lo spirito nell’intimo dell’orante (v. 12). La promessa profetica di un’alleanza nuova e definitiva (Ger 31 e Ez 36), che implica l’effusione da parte di Dio del suo Spirito (Ez 36,27), contiene anche l’elemento del perdono dei peccati (Ger 31,34). Lo Spirito che il Risorto infonde nei discepoli reca con sé il potere di perdonare i peccati: chi non accoglierà la rivelazione resterà nei suoi peccati, ma chi la accoglierà se li vedrà perdonati. È questo un ultimo importante tassello nel quadro giovanneo della missione in cui il Risorto coinvolge i discepoli. Se la missione di Gesù può essere descritta nel quarto vangelo come un togliere il peccato del mondo (Gv 1,29); quella dei discepoli – in cui l’unica missione del Logos fatto carne si prolunga – può essere presentata sotto il segno del perdono dei peccati (Gv 20,23). Il Risorto invia i suoi nel mondo perché prolunghino la sua presenza e la sua azione: nella misura in cui sono tralci della vera vite (Gv 15,1-8), essi prolungano la presenza del Figlio nel mondo e ne prolungano l’azione efficace.






