Giovanni: Come orizzonte, il mondo degli uomini
Come in Mt 28, Mc 16 e Lc 24, anche nel Vangelo di Giovanni Gesù invia i suoi dopo la sua risurrezione (Gv 20,19-23). La sera di Pasqua viene dai discepoli, si ferma in mezzo a loro, consegna loro la pace e pronuncia parole decisive: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi” (Gv 20,21a). Questo invio dei discepoli è stato accennato in vari episodi precedenti del racconto evangelico: nel nostro percorso abbiamo, ad esempio, riflettuto sul passaggio di Gesù in Samaria (Gv 4,4-42), scoprendo come in esso siano anticipati tutti i tratti della missione postpasquale (cfr. MO di marzo e aprile); anche il caso dei greci che volevano vedere Gesù (Gv 12,20-36) ci è apparso come un riferimento allusivo all’attrazione universale da parte di colui che deve essere innalzato sulla croce, che – in senso stretto – si compirà solo dopo la risurrezione (cfr. MO di maggio e giugno-luglio). Nel corpo del Vangelo ci sono anche alcune parole di Gesù, che fanno anticipatamente riferimento all’invio in missione dei discepoli, descrivendolo come già avvenuto (Gv 4,38; 13,16.20; 17,18). Soprattutto le parole di Gesù dopo l’ultima cena, nel contesto della preghiera “sacerdotale” di Gv 17, mostrano una sorprendente somiglianza con quelle che risuonano la sera di Pasqua: “Come tu hai mandato me nel mondo, anch’io ho mandato loro nel mondo” (Gv 17,18).
Il mandato missionario del Crocifisso-Risorto
I lettori del quarto Vangelo non sono sorpresi nel sentire Gesù che parla al passato di qualcosa che non è ancora avvenuto e che pertanto sta piuttosto nel futuro, rispetto al momento in cui ci si trova nel racconto evangelico: si tratta di un fenomeno che si ripete parecchie volte e che vuole sottolineare l’efficacia della parola profetica di Gesù. Egli può parlare al passato di un evento futuro (come d’altro canto già facevano i profeti d’Israele), perché ciò che egli dice si compirà certamente. Orbene, ciò che in molti modi è stato già suggerito ad un lettore attento del Vangelo, viene infine esplicitato in Gv 20: nel momento in cui si conclude la sua vicenda terrena, colui che è stato crocifisso e ora è risorto conferisce esplicitamente ai suoi discepoli un mandato missionario. Ciò che colpisce immediatamente nelle parole di Gesù in Gv 20,21a è la loro assolutezza: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”. Esse sono ab-solute, cioè – secondo l’etimologia – “sciolte, scollegate” da ogni precisa determinazione. Manca qualunque indicazione relativa al luogo e al contenuto: dove sono inviati e a fare cosa? Matteo 28,19-20 dice che gli inviati devono andare a fare dei discepoli tra tutte le genti (indicazione di luogo) e specifica che ciò avverrà mediante il battesimo e l’insegnamento dei comandamenti di Gesù (indicazione di cosa fare). Luca 24,47-48 dice che la missione comincia da Gerusalemme e si dirige verso tutte le genti (indicazione di luogo) e precisa che si tratta di predicare la conversione nel nome di Gesù e di essere testimoni “di queste cose” (indicazione di contenuto).
La finale deutero canonica di Marco si esprime in questi termini: “Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura” (Mc 16,15). E Giovanni? Si è dimenticato qualcosa? Ha perso qualche pezzo per strada? In verità, la formulazione assoluta delle parole in Gv 20 rispecchia perfettamente la visione complessiva di questo Vangelo in merito alla missione.
Qual è il luogo della missione?
Nessuna indicazione geografica si trova in Gv 20,21a, ma essa può essere facilmente inquadrata sulla base delle parole praticamente identiche di Gv 17,18: “Come tu hai mandato me nel mondo, anch’io ho mandato loro nel mondo”. Il mondo è dunque l’orizzonte della missione. “Mondo”, per Giovanni, non ha tanto un significato geografico (“l’orbe terracqueo, i cinque continenti”) quanto teologico: significa “la realtà creata”, “il luogo dove vivono gli uomini”.
Non c’è dubbio che “mondo” in questo caso significhi “mondo degli uomini, umanità”: il “luogo” della missione coincide con l’intera umanità.
Questo, d’altro canto, è affermato prima di tutto a proposito dell’inviato per eccellenza, che è Gesù. Dove è stato inviato Gesù? Di lui, per primo, il Vangelo dice per ben tre volte che è stato inviato dal Padre “nel mondo” (3,17; 10,36; 17,18). Non nel senso che il Padre gli abbia chiesto di percorrere tutti i continenti; ma nel senso che lo ha inviato da presso di sé al luogo in cui vivono gli uomini.
Geograficamente Gesù non si è mai spostato dalla Palestina del suo tempo. I suoi spostamenti, in Giovanni, sono ancora minori di quelli narrati dai sinottici: egli non è mai uscito dai territori della Galilea, della Samaria e della Giudea.
Quale viaggio è più missionario?
Giovanni non ha esattamente la stessa visione di Paolo, anche se non si può dire che le due prospettive siano opposte. Per Paolo la missione ha significato l’andare per le strade del mondo, il percorrere migliaia di chilometri per far risuonare l’annuncio in regioni lontane dal punto di vista geografico. Per Giovanni la missione avviene interagendo con gli uomini, in qualunque luogo e in ogni circostanza in cui ci si trova a vivere. Se Paolo ha pianificato il suo spostarsi e ha progettato i suoi viaggi, in Giovanni, al contrario, non troviamo l’idea di spostarsi per raggiungere regioni nuove e inesplorate. Nel quarto Vangelo però i discepoli, come già Gesù, sono invitati a compiere il grande viaggio, il viaggio estremo, là dove si trovano gli uomini; non debbono restare semplicemente presso Gesù, ma riprodurre lo stesso movimento del primo missionario, dalla comunione con Dio verso il mondo degli uomini.
Qual è il contenuto della missione?
Cosa devono fare i discepoli di Gesù nel mondo? L’assenza d’ogni determinazione si spiega alla luce della visione che Giovanni ha di Gesù e della Chiesa.
Per il quarto evangelista Gesù è inviato nel mondo a rendere presente il Padre: il Dio invisibile, inconoscibile, irraggiungibile, si fa raggiungere, conoscere e vedere in Gesù. Egli è il primo missionario, perché è il Figlio che rende presente nel mondo il Padre. Il contenuto della missione di Gesù è pertanto costantemente formulato in termini vitali: si tratta di vivere e agire come il Figlio Unigenito, che – nella sua vita, nelle sue parole e opere – rende visibile l’invisibile. Ora, la sera di Pasqua Gesù formula l’invio in missione dei discepoli in modo da far capire che essi sono da lui accolti nella sua missione originaria, che resta per sempre l’unica missione.
Il prolungamento dell’Incarnazione
Infatti, nel momento in cui manda i suoi, Gesù dice loro che il suo invio non finisce e che pertanto l’invio dei discepoli non costituisce un altro progetto, una nuova missione: essi sono semplicemente introdotti nella sua. Quando il Risorto dice “come il Padre ha mandato me”, il testo greco fa uso di un perfetto: la scelta di questo tempo verbale vuole esprimere l’idea che l’invio in missione di Gesù da parte del Padre, compiutosi in un preciso momento del passato, perdura nei suoi effetti fino al presente di chi parla, ma anche di chi ascolta o legge il Vangelo nel 2010. Il Padre ha mandato Gesù in un momento del passato, più di 2000 anni fa, ma tale invio perdura: non è cessato con la sua ascensione al cielo.
Egli resta l’unico missionario del Padre, che prolunga nei discepoli la propria presenza nel mondo. Nella visione di Giovanni, la comunità dei discepoli, la Chiesa, è incarnazione prolungata.
Per rendersi presente nel mondo Dio ha bisogno della carne, cioè della concreta umanità delle persone: questa carne è la carne che il Logos ha preso su di sé entrando nel mondo. Nel momento in cui egli si accinge a lasciare questo mondo per tornare al Padre, egli assume come sua la carne dei discepoli, la loro umanità.
Non c’è bisogno d’alcuna ulteriore specificazione: il contenuto della missione è tutto in questo essere assunti nell’unica missione del Figlio prolungandone la presenza tra gli uomini.







