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Continuate su questa linea di “profezia quotidiana”

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  • EUGENIO MELANDRI, Roma, 10 agosto 2010

Caro Mario, vorrei farti le congratulazioni per il bellissimo numero di MO: “Stranieri e migranti, profeti di una nuova umanità”. Ho visto che si tratta del resoconto del convegno, al quale purtroppo non ho potuto partecipare. E, sinceramente, me ne dispiace. Questo numero rappresenta per me una sorta di vademecum per chi oggi vuole affrontare, anche con gli occhi della fede, il fenomeno migratorio, leggerne le potenzialità, scoprirne i germi di futuro e di umanità nuova che si porta dentro. Purtroppo, mentre i fenomeni stanno avvenendo si fa fatica a coglierne i germi di speranza. Si è più facilmente tentati di leggerne soltanto le contraddizioni e i pericoli. Facciamo fatica a cambiare i nostri pensieri e le nostre abitudini.

Facciamo fatica a capire che la storia ci domanda cambiamenti anche difficili, se vogliamo davvero essere attenti ai segni dei tempi.

Più comodo è rifugiarsi sui propri piccoli privilegi, su certezze che durano un attimo, su falsi bisogni di sicurezza e di identità. Forse oggi non paga politicamente l’attenzione e l’accoglienza per i nuovi cittadini che bussano – a volte anche in maniera scomposta – alla nostra porta.

Più facile la politica dei respingimenti e l’approccio al tema dell’immigrazione in termini emergenziali e di sicurezza. Ma il futuro sta altrove.

Belle le riflessioni e le esperienze che MO propone. Ti auguro e vi auguro di continuare su questa linea di “profezia quotidiana” che mi pare sia una delle caratteristiche più evidenti della rivista che dirigi. Un saluto colmo di affetto.


Il Vangelo in tutte le culture farà sbocciare i suoi semi nascosti

  • RINO PASSERA Parma, 21 luglio 2010

Ho letto con grande soddisfazione l’articolo di Bujo sull’inculturazione. Mi si sono affacciate due o tre idee che vi voglio comunicare. La “visione” africana della vita e della morte, del “fascio di relazioni” in cui vive ogni essere umano, è qualcosa di molto bello, di cui vorrei… appropriarmi. Credo che non sia (solo) questione di “inculturazione” per permettere agli africani di incarnare il Vangelo nella loro cultura. È che questa visione arricchisce anche noi. Se mancasse, il Vangelo non sarebbe completo.

Se la Chiesa è “cattolica” non può essere solo occidentale.

Dalla prima Chiesa, costituita solo da ebrei, si è passati ai greci, poi ai romani, pensando che, come l’Impero romano era arrivato “in tutto il mondo”, così la Chiesa era diventata universale. Ma il mondo era più lungo (nel tempo) e più largo (nello spazio). E la fine del mondo non è venuta. Il Vangelo deve davvero essere predicato ovunque, e diventerà asiatico, africano, oceanico… Ma poi c’è il movimento di ritorno, di rimescolamento… ed è quel che manca ancora all’universalità. Quel che manca alla “fine” del mondo. Scrive Bujo: “Questa comunità si sente incompleta fino a quando è privata della terza dimensione, cioè della generazione futura che incarna ogni speranza dei vivi e dei morti”. E io mi dico: perché la nostra Chiesa d’Occidente dovrebbe “privarsi” di questa terza dimensione? I temi di inizio e fine vita sembrano uscire dal bozzolo e spiccare il volo…

Davvero il Vangelo incarnato in tutte (ma quante sono?) le culture farà sbocciare tutti i suoi semi nascosti. Allora sarà la fine... Saluti a tutti.


Il regime di Kigali ha grosse responsabilità in quei massacri

  • FRA SILVESTRO AROSIO, O.F.M. Milano, 30 giugno 2010

Spettabile direttore, sono un francescano lombardo, ho vissuto 12 anni tra l’Uganda e la Tanzania. Ho letto l’editoriale di MO n. 6 che parla del Ruanda. Grazie per la chiarezza e soprattutto per l’appello sotto forma di domande che appaiono a fine articolo. Poco o troppo è stato detto sul genocidio in Ruanda nel 1994, io mi trovavo in Uganda nella diocesi di Mbarara a 30 Km dal confine con il Ruanda, di quel poco o troppo che è stato detto molto è stato strumentalizzato dai vari potenti di turno. Sono sempre più convinto che l’attuale regime di Kigali in modo particolare il suo presidente Kagame abbia grosse responsabilità in quei massacri aiutato del suo (ex) amico presidente dell’Uganda Mwseveni.

La paura emergente è che se si va avanti così, cioè senza una vera opposizione nella società ruandese (vedi esempio Victoire Ingabire), come dite voi, il vulcano assopito di nuovo erutterà e allora ancora una volta staremo inermi a contare altri morti, poi ci batteremo il petto chiedendoci se non era possibile fare qualcosa per evitare la tragedia. Peccato perché il Ruanda come tante altre nazioni africane potrebbero davvero essere valorizzate in modo giusto e diventare leader ad alti livelli, ma la condizione è che la giustizia vera deve fare il suo corso combattendo ingiustizie varie e corruzione.

Ps. Su Kagame e Mwseveni si potrebbero scrivere dei libri, sulla loro idea (e attuazione) di democrazia, ma molti non li gradirebbero fin tanto che questi due signori fanno comodo ai potenti mondiali.



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