GESÙ E PAOLO VISTI DA UN EBREO
Beryt Chadashah, “patto nuovo” è chiamato in ebraico il corpus dei Vangeli e degli altri scritti che fondano il cristianesimo; questa espressione ripercorre a ritroso la strada solcata dalle lingue occidentali, dove nuovo e antico “testamento” risultano il frutto di uno di quegli equivoci estremamente comuni quando traducendo si viaggia da una lingua all’altra.
Fu infatti Tertulliano, a cavallo fra II e III secolo, a tradurre in latino come testamentum la parola greca diatheke, che significa sia “patto” sia “testamento”, usata sino a quel momento per rendere l’ebraico berit, termine che designa l’alleanza fra Dio e il suo popolo, la cui lunga e travagliata vicenda è narrata nel Pentateuco.
A ben pensarci, la Bibbia – ebraica e cristiana – ha tutto fuorché l’apparenza di un testamento: essa è storia, cronaca di fede, ardita riflessione dentro e intorno al mondo. Ma non si presenta certo come il lascito di una stagione morta.
Al senso di “patto nuovo” con cui l’ebraico raffigura il cristianesimo si riconduce l’indagine di André Chouraqui su Gesù e Paolo in un breve saggio edito da Qiqajon.
Non si tratta propriamente di due biografie parallele e nemmeno di una nuova interpretazione del connubio-dissidio fra due modi di concepire la fede cristiana attraverso i suoi fondamenti umani e divini. Chouraqui è un ebreo sefardita francese israeliano, cui l’intreccio d’identità ha procurato una mente fervida nonché la capacità di interpretare cose e parole sdegnando l’apparenza. A lui si deve, fra il resto, una nuova traduzione francese non solo della Bibbia ebraica, ma anche dei Vangeli e del Corano. Ha collaborato con Ben Gurion ed è stato anche vicesindaco di Gerusalemme.
Non è certo il primo ebreo a cimentarsi con la figura e la biografia di Gesù (fra gli altri, in tempi recenti c’è stato Shalom Ben Chorin; David Flusser, recentemente scomparso a Gerusalemme, ha studiato a fondo su un piano non soltanto accademico ma anche estremamente umano, le origini del cristianesimo); ma in questo breve libro emergono con particolare chiarezza e sensibilità i grandi temi della fede e della storia.
Per un verso ecco allora Gesù ebreo fra gli ebrei, vissuto in quella provincia estrema, lontana da ciò che al suo tempo era al centro del mondo, e per l’altro Paolo, ebreo fra i gentili, in bilico fra due universi e cosciente di dover rappresentare per essi il ponte cruciale.
Fra l’uno e l’altro si pone la Torah, la legge d’Israele che Gesù osservò ma che nel cristianesimo si trasforma da vita in metafora: la circoncisione del prepuzio, segno del patto primigenio fra Dio e Abramo, si trasforma in una “virtuale” circoncisione del cuore.
Fra una circoncisione e l’altra vi sono i pagani, coloro che nella Bibbia ebraica sono chiamati gentili e di cui il filosofo ebreo alessandrino Filone disse, a mezza strada fra la rassegnazione e lo sconforto: “Metà del genere umano, con la sua conoscenza della Torah, è causa di disordine per l’altra metà”.
Chouraqui affida al lettore alcuni spunti utili tanto alla riflessione su se stessi quanto al dialogo fra le diverse fedi, argomento a lui caro quanto mai altro.






