VEDO UN RAMO DI MANDORLO...
La bellezza di questo libro è subito detta nel titolo, Vedo un ramo di mandorlo…, che richiama l’espressione di Geremia, quando il Signore gli dice di non fidarsi delle apparenze per avere salva la vita. “Che cosa vedi?”, chiede il Signore al profeta, e Geremia risponde a sorpresa: “Vedo un ramo di mandorlo”. La vera provocazione è che il ramo di mandorlo fiorisce non nella bella stagione, ma nel cuore del freddo dell’inverno, nel momento più duro dell’inverno. Ebbene, questo libro – che raccoglie gli articoli pubblicati da Giuseppe Stoppiglia sulla rivista Madrugada, periodico trimestrale dell’Associazione Macondo, e le lettere dell’autore ai soci dell’Associazione, della quale è stato fondatore e presidente fino al 29 novembre 2014 – è un invito a cogliere il fiore del mandorlo, cioè i segni dei tempi – Dio presente –, anche nelle situazioni più difficili e pesanti della vita, come succede nelle “piccole storie” raccontate dall’autore. “Questo è un libro di incontri”, scrive giustamente nella Postfazione il filosofo e politico Mario Tronti. “Don Giuseppe ti prende per mano e ti conduce a conoscere, a riconoscere, persone.
Mai come in questo caso è opportuna la parola ‘persona’: gli ultimi, i piccoli, gli abbandonati, gli esclusi. Il tipo di umanità che il Vangelo ci ha insegnato a guardare con gli occhi del cuore e a frequentare con l’assillo del fare. È incredibile quante di queste persone compaiono, irrompono, negli scritti qui raccolti. Me lo immagino Giuseppe che cammina per le strade e guarda, si ferma, torna sui suoi passi, perché ha scorto una sofferenza, un disagio, una solitudine, o anche solo una particolarità, un modo d’essere diverso e si apre, parla, fa parlare, guarda dentro, per capire. Non è l’aiuto la prima cosa che dà, quello viene dopo. Prima di tutto, si mette a quel livello, non scende, sale verso quelle persone.
Diventa, lui stesso, quella persona lì. E c’è uno scambio alla pari. I due che si incontrano si riconoscono, come se si fossero già conosciuti” (pp. 281-282) Ma per scorgere la sofferenza, il disagio, la solitudine delle persone, la fragilità di tutti, scrive Stoppiglia, bisogna che noi cristiani osiamo stare con gli ultimi, dalla loro parte, dalla parte dei vinti: “Se ci fermiamo e ci guardiamo attorno, scopriamo che i cristiani, da molto tempo, non sono più gli ultimi, non vivono, cioè, la condizione di chi è costretto a ripetere in prima persona: ‘Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?’ Il vero ultimo è colui che muore come Gesù, non già chi avverte, anche nell’abbandono, che Gesù è al suo fianco. Da quando la Chiesa ha scelto di essere trionfante, ai cristiani si è chiusa la possibilità di stare dalla parte degli ultimi. Chi aiuta non è mai l’ultimo. Gesù ha detto, infatti, che alla fine dei tempi il giudizio patirà dalla condizione di chi è stato ultimo nella storia, di chi si è trovato nella parte di esporsi alla possibilità di attendere invano: ‘Avevo fame e non mi avete dato da mangiare’” (p. 237). Il libro racconta come stare dalla parte degli ultimi, dei vinti, degli esclusi, con cuore aperto e con grande tenerezza, con una “parola che scende o che di nuovo si piega, si curva nella vita, nelle storie di uomini e donne. Non argomenta, non spiega, non dimostra. Parola che svela nelle pieghe del quotidiano la luce e rende leggibile l’esperienza umana, anche la più contaminata.
Una parola capace di opporsi, mite e fragile, all’abbandono, contro la distanza e l’estraneità delle persone. C’è chi, al mendicante seduto per strada, o all’immigrato che vende fazzolettini, non lascia solo una moneta, ma si ferma a scambiare due parole, e valgono più della moneta, perché stabiliscono un rapporto umano, più necessario dei soldi” (p. 232). Nell’inverno della rottura delle relazioni tra gli esseri umani, Stoppiglia e Macondo sono un segno, un fiore di quel mandorlo che germoglia relazioni nuove, concrete, e ci invita a fare la nostra parte, soprattutto in questo nostro Occidente, “malato di cinismo e per questo abitato da pensieri di morte, ai quali tenta di sfuggire in tutti i modi, ‘uccidendo’, se può, tutto ciò che lo circonda” (p. 43). Quelli di Stoppiglia sono pensieri che alimentano la speranza di novità e di vita a dispetto di un panorama invernale, segnato dalla morte. Sono “piccole storie” che ci fanno ritornare la voglia di essere cristiani, scrivendo a nostra volta “piccole storie” come quelle di Macondo e di Stoppiglia.







