FU VERA SCIENZA? IL DISAGIO DELLA CIVILTÀ AL TEMPO DELLA PANDEMIA
Mai come in questi ultimi mesi, dove la scienza ha avuto un peso rilevantissimo nella vita delle persone e delle comunità, sono sorti interrogativi su di essa. Virologi, infettivologi, epidemiologi, pneumatologi… hanno goduto di esposizione mediatica e di spazi operativi inusitati nel tempo della pandemia, e con loro esperti economisti, ambientalisti, sociologi, psicologi… Squadre multidisciplinari per fronteggiare un fenomeno che ha avuto ricadute importanti in tutte le dimensioni del vivere e che, soprattutto, ha messo in discussione assetti e prospettive che si ritenevano consolidati. Tanto che, secondo qualcuno, il “dopo-Covid-19” dovrebbe vedere sorgere un’umanità, una società e financo una Chiesa assai diversi dal “prima”.
La scienza e gli scienziati hanno fatto la parte del leone, dispensando diagnosi e prognosi a tutti i livelli e – a volte – prendendo il posto dei politici nell’indicare percorsi operativi per attuare in modo efficace le loro convinzioni. Non poteva, forse, essere altrimenti, vista la manifesta impreparazione delle strutture politiche, amministrative e operative del nostro e di altri paesi ad affrontare un fenomeno che si è sviluppato in modo improvviso, rapido e letale.
Eppure, nonostante gli esperti abbiano svolto un ruolo decisivo, la loro azione ha suscitato anche alcune perplessità. La più evidente è senza dubbio relativa alle discrepanze di valutazioni e di indicazioni che hanno contrapposto personaggi di assoluto valore e che hanno infranto il mito di una scienza capace di analizzare, comprendere e risolvere con chiarezza ogni problema. Le contraddittorie “ricette” che si sono susseguite in materia di contenimento del contagio, cura della malattia e gestione della crisi economica hanno offerto un’immagine incerta e confusa; ancora oggi, a sei mesi dall’insorgere dell’epidemia in Italia, il virus e le sue dinamiche non si conoscono abbastanza e soprattutto poco si può dire su ciò che accadrà in futuro. Il che è tanto più frustrante dinanzi alla necessità impellente di prendere decisioni importanti praticamente per ogni settore della vita economica e sociale del paese – Chiesa inclusa.
Si è avuta inoltre la sensazione della limitatezza di un approccio “riduzionista” ai problemi dell’emergenza sanitaria, dove le giuste esigenze di contenimento del contagio non sono state contemperate con altri bisogni che non appartengono né alla biologia, né all’economia, ma che non hanno minore rilevanza. Le ricadute psicologiche del lockdown su bambini, ragazzi e adolescenti; il diffuso senso di incertezza, quando non di paura paralizzante; i cortocircuiti relazionali nelle famiglie chiuse in casa; la diffidenza nel vivere i contatti sociali; l’incapacità di conferire un senso alla sofferenza e alla morte relegate nella solitudine… non sono stati apparentemente tenuti in conto, o hanno rivestito il ruolo di “effetti collaterali” tutto sommato tollerabili. È probabile, però, che a lungo termine il conto di questi “feriti” risulti persino più drammatico, per il paese, di quello dei morti. Per queste e altre ragioni, è sorta in più d’uno e in più di un’occasione la domanda se affidarsi così radicalmente alla scienza sia stata una decisione davvero ragionevole; se cioè dinanzi alla pandemia adottare il “pensiero unico” scientifico, propinato quotidianamente alla gente nonostante gli evidenti limiti e contraddizioni, ci abbia messo nelle migliori condizioni per viverla.
Nella Laudato si’ papa Francesco osserva la radicale insufficienza del pensiero scientifico-tecnologico nel fronteggiare in modo efficace i problemi sociali e ambientali dell’umanità, proponendo l’adozione di un approccio plurale, in cui le visioni delle religioni, delle filosofie, delle arti… cioè di chi si occupa dell’interiorità e dello spirito, siano considerate altrettanto essenziali. La scienza ha invece deciso che tutto questo non dovesse essere considerato essenziale, cioè che la vita delle persone potesse dipendere esclusivamente da regolari rifornimenti di cibo, energia e informazioni. Il resto è stato chiuso o abbandonato a se stesso. Ma una scienza che, nonostante i limiti e le contraddizioni di cui dà mostra, si erge a unico determinante dell’esistenza delle persone e di un popolo, emarginando gli altri ambiti del sapere umano, è vera scienza o devastante ideologia? Verrebbe da concludere: “Ai posteri l’ardua sentenza”. Purtroppo è questo un lusso che non possiamo permetterci, vista la portata e la rapidità di sviluppo dei nostri problemi. Sfuggire alla dittatura del pensiero unico e del centralismo statalista (sua traduzione in ambito economico, educativo e sociale) non è troppo a lungo rimandabile.







