Francesco un nuovo inizio
I primi gesti di papa Francesco – la scelta del nome; il vestito, senza papalina rossa, né mozzetta, e senza croce dorata al petto; il silenzio e l’inchino davanti al popolo, del tutto fuori dai canoni; le modifiche del cerimoniale; ecc. – hanno subito conquistato tutti per la loro semplicità.
La Chiesa è fatta di fede, ma anche di simboli, di rituali, di canoni.
Francesco ha iniziato il suo ministero sovvertendone alcuni, liberandoli dalla loro segregazione estetizzante – è il caso, per esempio, della croce pettorale e delle scarpe – e restituendoli alla loro primitiva forza espressiva. Si è trattato di segni forti, anche dal punto di vista simbolico, capaci di superare le barriere linguistiche e di prefigurare un “nuovo inizio” per la Chiesa cattolica. La breve omelia ai cardinali ancora riuniti nella Cappella Sistina è stata quasi una didascalia di questi primi gesti: “Io vorrei che tutti, dopo questi giorni di grazia, abbiamo il coraggio, proprio il coraggio, di camminare in presenza del Signore, con la croce del Signore; di edificare la Chiesa sul sangue del Signore, che è versato sulla croce; e di confessare l’unica gloria: Cristo crocifisso. E così la Chiesa andrà avanti”.
Quasi a dire che i segni sono efficaci nella misura in cui sono collegati a una ortoprassi, cioè a una sequela fedele di Cristo crocifisso, altrimenti sono condannati ad una sacralità vuota. C’è una pagina nella vita di Francesco d’Assisi che lo ritrae impegnato nella ricostruzione della chiesetta di San Damiano: “Va’ – aveva sentito in fondo al suo cuore – e ricostruisci la mia Chiesa”.
Il simbolo più potente del nuovo vescovo di Roma è forse contenuto nel nome, Francesco, mai scelto prima negli ottocento e passa anni dall’avvento del Poverello di Assisi, un nome che lascia ben pensare e sperare sia in relazione allo stile di vita della Chiesa sia in relazione al suo stile di missione.
Si tratta, insomma, di un ritorno alla sorgente, al modo di vivere degli apostoli, come suggeriscono le prime parole del papa argentino:
“Cominciamo un cammino di fratellanza, di amore, di fiducia fra noi. Preghiamo l’uno per l’altro, per tutto il mondo, perché ci sia una grande fratellanza”.
In sostanza questo prologo di pontificato sembra custodire nei gesti e nelle parole del vescovo di Roma un manifesto di rinnovamento, che richiama e riprende la riforma della Chiesa auspicata dal Concilio Vaticano II. Del nuovo alfabeto simbolico, cui ci sta abituando Francesco, mi permetto di sottolineare tre parole-chiave, “periferie”, “abbraccio”, “poveri”, perché, seppure nella loro parzialità, prefigurano una rivoluzione nel metodo missionario.
“Periferie”, infatti, pone l’accento sulla dimensione evangelizzatrice della Chiesa, di apertura, ospitalità e accoglienza verso tutti. “È buono uscire da se stessi, alle periferie del mondo e dell’esistenza per portare Gesù!”, ha detto Francesco ai giovani la Domenica delle Palme.
“Abbraccio”, invece, rimanda al gesto più sconvolgente del nuovo vescovo di Roma, che richiama plasticamente il Poverello di Assisi, fino al bacio al lebbroso. Con i suoi abbracci e baci papa Francesco ha già tolto molte distanze, sia ecumeniche (con i rappresentanti delle altre Chiese cristiane) sia interreligiose (con i rappresentanti delle altre religioni, in primis l’ebraismo e l’islam).
“Poveri”, infine, dice un punto irrinunciabile di ogni pastorale. Senza i poveri, infatti, la Chiesa perde il suo Signore, Gesù Cristo. “Come vorrei una Chiesa povera e per i poveri”, ha detto Francesco ai giornalisti che seguivano le sue prime giornate romane.
Sono solo alcune parole del nuovo alfabeto simbolico di papa Francesco, ma è già un “nuovo inizio” per la Chiesa!







