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FRANCESCO COME ABRAMO / UN VIAGGIO SENZA RITORNO

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Andando in Iraq, papa Francesco ha realizzato il progetto di Giovanni Paolo II, una visita storica, ma soprattutto “il viaggio dei viaggi”, cioè un pellegrinaggio alle sorgenti della fede abramitica. “La Provvidenza ha voluto che ciò accadesse ora – ha affermato Bergoglio, rientrato a Roma, nell’udienza generale di mercoledì 10 marzo –, come segno di speranza dopo anni di guerra e terrorismo e durante una dura pandemia”. Detto altrimenti, quello del papa argentino è stato un “viaggio senza ritorno”, come quello di Abramo, circa quattromila anni fa, che partì lasciando tutto in risposta alla chiamata di Dio che gli prometteva una discendenza. Un viaggio in punta di piedi, da penitente: “Ho sentito forte il senso penitenziale di questo pellegrinaggio – ha detto ancora il papa nell’udienza –: non potevo avvicinarmi a quel popolo martoriato, a quella Chiesa martire, senza prendere su di me, a nome della Chiesa cattolica, la croce che loro portano da anni; una croce grande, come quella posta all’entrata di Qaraqosh. L’ho sentito [...] vedendo le ferite ancora aperte delle distruzioni, e più ancora incontrando e ascoltando i testimoni sopravvissuti alle violenze, alle persecuzioni, all’esilio”. Bergoglio si è, quindi, messo in viaggio per vocazione, come Abramo, rispondendo a una chiamata di Dio, “che – come ha attestato nella stessa udienza – ancora oggi guida [...] i passi di chi cammina in Terra con lo sguardo rivolto al Cielo”. E proprio a Ur – ha proseguito il papa – “stando insieme sotto quel cielo luminoso, lo stesso cielo nel quale il nostro padre Abramo vide noi, sua discendenza, ci è sembrata risuonare ancora nei cuori quella frase: Voi siete tutti fratelli”. Perciò un pellegrinaggio anche nel segno della fraternità, come recita lo stesso motto del viaggio. Per certi versi, era già iniziato il 4 febbraio 2019 ad Abu Dhabi, con la firma del Documento sulla fratellanza umana insieme al grande imam Ahmad al-Tayyeb, e poi continuato il 3 ottobre 2020, con la firma dell’enciclica Fratelli tutti sulla tomba del Poverello di Assisi. Ma è tutto il pontificato di Francesco che si è trasformato in un pellegrinaggio ai luoghi della fratellanza umana ferita o distrutta, come Lampedusa, Lesbo, Ciudad Juárez, Bangui, Puerto Maldonado ecc., spesso in nome di Dio, abusivamente tirato da una parte o dall’altra dai fondamentalisti e fanatici di turno. Per questo, introducendo la Preghiera di suffragio per le vittime della guerra presso Hosh al-Bieaa, a Mosul, Francesco ha detto: “Se Dio è il Dio della vita – e lo è –, a noi non è lecito uccidere i fratelli nel suo nome. Se Dio è il Dio della pace – e lo è –, a noi non è lecito fare la guerra nel suo nome. Se Dio è il Dio dell’amore – e lo è –, a noi non è lecito odiare i fratelli”. In queste tre sequenze c’è tutta la grammatica teologica del papa argentino, per discernere tra vera e falsa religione. Anche per questo Bergoglio ha fortemente voluto l’incontro con l’ayatollah Al-Sistani, grande autorità morale e culturale del paese, che ha riempito un vuoto politico nella sua storia recente, fungendo da coscienza critica durante l’occupazione del 2003 e rilanciando il processo di rinnovamento democratico nel 2014, ma alzando anche la voce contro le persecuzioni dei cristiani e delle altre minoranze non musulmane da parte dei terroristi dell’Isis. In nome di un’alleanza tra le religioni contro le persecuzioni, ma anche per ricostruire insieme quella “diversità religiosa, culturale ed etnica, che ha caratterizzato la società irachena per millenni”, che è “una preziosa risorsa a cui attingere” per guardare con speranza al futuro, “non un ostacolo da eliminare”.



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