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LA MISSIONE CON LA PAROLA E LA GENTE / INTERVISTA A PADRE CARLO UCCELLI / 1

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il 29 novembre 2021 abbiamo chiesto al saveriano piacentino, p. Carlo Uccelli, in Casa Madre per cure mediche, di raccontarci la sua missione e le motivazioni che l’hanno spinto a viverla in un certo modo, in Africa e in Italia. L’intervista, rilasciata pochi giorni prima della morte (5 dicembre 2021) a Teresina Caffi e rivista, su mandato dello stesso p. Carlo, da Emma Gremmo, si articola in due parti: la prima riguarda l’esperienza in africa, la seconda quella in Italia. Qui la prima parte, mentre rimandiamo la seconda al prossimo numero della rivista. Si tratta di riflessioni che suonano come un “testamento spirituale”, che ci ridona il volto della missione incarnato con coerenza da p. Carlo durante tutta la sua vita. 

Dove ha completato i suoi studi teologici?

Ho completato i miei studi a Roma, all’Angelicum, ai tempi del Concilio. A dire la verità, non mi rendevo conto di quello che accadeva realmente. A noi giovani studenti le idee che uscivano dall’aula conciliare sembravano normali. Era quello che cercavamo di vivere da sempre. Nel 1965, terminati gli studi, sono stato ordinato presbitero.

Qual è stato il suo primo incarico dopo l’ordinazione?

Chiesi ai miei superiori di non fare l’insegnante: non era la mia vita! Mi destinarono a Parma, allo Csam (Centro saveriano di animazione missionaria) come responsabile dell’animazione vocazionale della congregazione in Italia. Erano gli anni mitici della protesta giovanile. Mi chiedevo: “Che cosa devo portare ai giovani?”. E mi rispondevo: “Devo portare la Parola di Dio e viverla radicalmente”. Così iniziò la mia ricerca, durata tutta la vita, di una formazione personale sulla Parola, con maestri come i monaci di Bose, il card. Martini, Silvano Fausti, Carlos Mesters (che mi entusiasmava perché mi sembrava il più concreto). Altri biblisti e bibliste si affacciarono poi negli anni per guidarmi in questa formazione permanente. 

Intanto “stavo” con i giovani: se ci vivi in mezzo, non ti fanno più paura, diventi loro compagno di vita, ed è più semplice comunicare con loro. Alcuni mi chiedevano se potevano venire in missione con me, non come preti o suore, ma come giovani normali, come coppie, famiglie. “Certo”, rispondevo, incominciando a intuire e desiderare di soddisfare questa loro richiesta: la missione come opera di una comunità cristiana, di un’équipe con i suoi vari carismi e ministeri.

Che cosa ha significato la Parola di Dio nella sua vita?

Sulla Parola vorrei aprire una parentesi, che riguarda una difficoltà con la mia congregazione. Sono contento di appartenervi, ma Gesù Cristo ha la precedenza. Se il nostro fondatore (Guido M. Conforti) è santo, lo deve al fatto che ha preso Gesù e la sua Parola come punti di riferimento. Quindi, nella mia vita, prima c’è sempre stata la Parola. La parola del fondatore è, sì, importante, ma è sempre sottomessa alla signoria della Parola di Dio. Entrando dai saveriani, ho sempre sognato l’Asia. Pensavo di partire con delle coppie di laici. Avevo scelto la Cina, ma quando il regime comunista chiuse le frontiere, ho optato per l’Indonesia. Sogni mai realizzati, perché poi, andai in Sardegna, a Cagliari, sempre per l’animazione giovanile. Dopo cinque anni, chiesi un periodo sabbatico e andai con p. Silvio Turazzi, tra i baraccati, a Roma. Mi dicevo: “Non dobbiamo aspettare di vivere tra i poveri in Africa, o in America latina; dobbiamo incominciare già qui in Italia”. Fu un anno molto bello, di vita con la gente e di ascolto della Parola nelle case dei vicini, un intreccio di giorni con luci e ombre, cadute e continui ricominciamenti. Lavoravo in una fabbrichetta che intrecciava il giunco ed ero incaricato dei rapporti con i quartieri, come quello di Ostia Nuova. Partecipavo, con altri saveriani, a una vita di ricerca appassionata, di rapporti, discussioni e scioperi. Eravamo più di sinistra noi, con la mentalità evangelica, dei sedicenti comunisti. Alla fine fummo richiamati all’ordine dalla Direzione Generale dei saveriani: “O andate in missione, o restate lì, ma fuori dalla congregazione; e poi tu, Carlo, i laici non te li porti in Asia, già fatichiamo ad andarci noi religiosi”. “Con il loro mestiere – rispondevo io – potrebbero inserirsi meglio di noi; le fatiche di questa convivenza, le condivideremo e porteremo insieme”. Ma, nonostante la gran discussione, non ci fu verso.

Che cosa è successo dopo quella presa di posizione?

Successe che p. Meo Elia, in Italia per vacanze, venne a propormi di andare con lui nello Zaire (oggi Congo RD), dove lui già viveva con dei laici. Avendo fatto il noviziato con lui e lavorato insieme allo Csam, accolsi la sua proposta e nel 1975 partii per lo Zaire, a Kiringye, nella comunità iniziata da p. Meo, per imparare lo swahili. Però l’allora superiore regionale mi disse: “È bene che nei primi tre anni tu viva la missione normale, come tutti. Ti mando perciò con p. Andrea Tam, a Kasongo, in una missione dei Padri Bianchi (Missionari d’Africa), che poi essi lasceranno ai saveriani”. Arrivai così a Shabunda, diocesi di Kasongo, dopo la Pasqua 1976. Fu un’immersione molto bella nella missione classica: lunghi “safari” di una-due settimane, con la Land Rover e il cuoco appresso, che ti faceva tutto. Un periodo bello ed entusiasmante, non lo rinnego. Anzi, nella missione di Shabunda, lunga 250 km, c’era spazio per realizzare il mio sogno: viverci con una comunità di laici. Ma la mia proposta fu bocciata.    

Quando il sogno divenne realtà?

Nel Capitolo Generale del 1978, p. Meo, nel frattempo stabilitosi a Bunyakiri, diocesi di Bukavu, con le missionarie laiche Emma e Luisa, fu eletto consigliere generale e dovette partire per Roma. Allora il superiore regionale mi propose di andare a Bunyakiri insieme a p. Giovanni Montesi e a un gruppetto di laici. Ci andai di corsa. Bunyakiri fu per me come una rinascita missionaria, la realizzazione del mio sogno: la centralità della Parola, della comunità missionaria e della gente, in una Fraternità di preti e laici. 

Con semplicità facevamo settimanalmente la Lectio e preparavamo gli incontri per le numerose comunità di base, dove ci recavamo per tre giorni ogni due mesi. Facevamo formazione dei responsabili delle comunità e dei vari ministeri. Era molto bello, perché formavamo vivendo con loro una vita cristiana e missionaria immersa e tessuta nella loro vita quotidiana. 

L’auto arrivava in pochissimi posti, perciò camminavamo molto, su è giù per le colline e montagne della nostra vasta foresta. Questo camminare per incontrare e formare è stato per me la cosa più bella. Formavamo leader, uomini e donne, che a loro volta formavano tutti gli altri cristiani e pure i catecumeni, con quello stile di responsabilità tipico delle comunità di base. La formazione era compito di tutta la nostra comunità missionaria: preti, Emma e Luisa, una coppia di Varese, Marino e Bruna coi loro bimbi, arrivati a rendere più vivace e testimoniale la nostra Fraternità missionaria. Si discuteva, ricercava, proponeva, preparava insieme, poi ognuno faceva le cose a partire dal suo stato di vita e con le sue capacità, ma sempre tutti per lo stesso cammino ecclesiale e le stesse finalità.

Perché la missione senza la donna è monca?

Quando da Bunyakiri è partita l’ultima laica, prima Emma poi Luisa, ricordo che in una cappella una mamma chiese: “Quando tornerà un’altra “mama”? Perché a voi padri, anche se siete bravi, le nostre cose non le possiamo dire. Abbiamo bisogno di qualche donna con noi!”. Fin dalla mia ordinazione avevo deciso di non vivere la missione solo tra maschi, malgrado la formazione ricevuta, che metteva in guardia dalle donne. Ero andato apposta dal padre spirituale, Amato Dagnino, a dirgli: “Divento prete, ma a una condizione: per gli uomini e per le donne. Se queste ultime sono un rischio, lo corro volentieri, perché non mi sembra giusto ignorare e tralasciare il femminile”. Dagnino sorrise, incoraggiandomi. Avevo visto già nei gruppi giovanili che voi donne eravate diverse, complementari. Facevamo animazione missionaria insieme, giovani padri e sorelle saveriane e si notava la feconda diversità. Certo, il rischio c’era, ma stava a noi comportarsi onestamente e sinceramente, come del resto devono fare anche gli sposati. 

Ciò che mi ha sempre aiutato in queste esperienze miste è stata la Parola riflettuta e vissuta insieme, ma anche la conoscenza continua di sé, attraverso l’uso di strumenti adatti. A Bunyakiri non era più possibile pensare a una missione senza la presenza femminile. Per le sessioni formative degli animatori e per le visite alle comunità, eravamo sempre in coppia, un prete e una donna, ma i cristiani capivano benissimo, ci accettavano e notavano l’influenza positiva della donna sulle loro donne. I “pagani” pensavano che fossimo marito e moglie, ma non si scandalizzavano perché parlava il nostro comportamento.

Noi preti avevamo il nostro specifico ruolo ministeriale maschile, che però non doveva essere vissuto da capo che domina, ma da coordinatore della comunione, che presiede l’eucaristia. Oggi, con l’avanzare degli studi biblici e teologici (femministi), ci sarebbe da discutere anche su questo ruolo, che sembra ancora ovvio e intoccabile. 

Comunque io ho sempre chiesto di andare in comunità miste, perché senza il femminile la missione è troppo ovvia: tra maschi si sa già cosa si deve fare e dire, invece con una donna non lo sai mai… c’è sempre una diversa creatività. 

La cosa più bella è questa creatività che noi maschi abbiamo di meno. Forse abbiamo sviluppato di più la logicità, l’inquadramento, il ragionamento, mentre voi donne avete questa fantasia che all’inizio ci scombussola, ma poi va a finire come dicevate voi. In missione abbiamo spesso notato che chi corrispondeva di più alla fiducia data erano le donne. Quando davamo fiducia a loro eravamo sicuri, mentre con i maschi c’era sempre qualcosa che andava storto. 

Che cosa significa missione “con la gente”?

Avevamo impostato una visita pastorale che ci portava in cinque anni a incontrare tutte le centoventi comunità di base maggiori, cui facevano capo altre comunità minori. Stavamo in ognuna una settimana intera, vivendo, lavorando, mangiando con loro, portando la Parola e anche discutendo del necessario sviluppo sociale. 

Ciclostilavamo tre giornalini: Butembo Mpya, per la catechesi; Tuendeleshe Butembo, per la promozione umana; Tujifunze Biblia, per appassionare alla Parola e alla sua comprensione, applicando sempre il metodo “vedere-riflettere-agire”. 

Pian piano nacque in tanti e tante la capacità di diventare protagonisti con iniziative bellissime, portate avanti con responsabilità e creatività, senza dipendere dall’aiuto materiale dei missionari. Non eravamo noi a prendere le decisioni, ma lasciavamo che maturassero dalla gente, man mano che acquisiva una nuova coscienza. Come quando abbiamo impiegato tre anni per arrivare a decisioni condivise sul matrimonio cristiano, rispettose di alcune loro sane tradizioni culturali. 

Si lavorava in commissioni, dal centro ai villaggi e viceversa, e alla fine loro e pure il vescovo, africano, erano entusiasti. Noi invece, con la nostra mentalità europea, un po’ di meno, ma era un traguardo raggiunto da loro e l’abbiamo accolto. 

Anche nella modalità abitativa, la nostra missione era “con la gente”, senza cancelli o avvisi “attenti al cane”. Noi padri e la famiglia vivevamo in due semplici casette, mentre Emma e Luisa in una capanna in mezzo al villaggio. Pranzavamo e cenavamo sempre insieme e le lunghe serate africane, quando eravamo in sede, erano occasioni uniche per conoscerci meglio, raccontandoci i nostri vissuti, ma anche per condividere intuizioni e progetti. Un periodo decisamente positivo ed entusiasmante della mia vita missionaria.



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