FILIPPO: MISSIONARIO DELLA PAROLA
La narrazione dell’incontro tra Filippo e l’eunuco di Candace, orchestrato da una regìa divina tanto potente quanto discreta, viene inserito da Luca all’interno di una sequenza che descrive l’integrazione nella comunità cristiana degli emarginati dal giudaismo: i samaritani prima (8,4-8) e adesso un africano, per di più menomato (castrato), quindi impossibilitato, secondo la legge giudaica, a partecipare alla vita religiosa di Israele.
IL VOCABOLARIO DELLA MISSIONE
La sequenza che va dal v. 4 al v. 40 è poi unificata dalla costante ricorrenza del vocabolario della missione. Non è certo un caso che il verbo greco euanghelízomai(annunciare la Buona Notizia) ritorni per ben cinque volte, all’inizio (v. 4), alla fine (v. 40) e nella sezione centrale (vv. 11. 25. 35). Al cuore della narrazione c’è dunque la Parola, annunciata e testimoniata dagli apostoli in circostanze assai diverse (la missione di Filippo in Samaria, lo scontro di Pietro e Giovanni con Simone il Mago, l’incontro tra Filippo e l’eunuco), accomunate dal fatto che essa ha il potere di raggiungere tutti gli uomini e le donne proprio grazie all’impegno missionario.
In modo particolare, nel racconto dell’incontro tra Filippo e l’eunuco etiope ricorre abbondante il lessico del “viaggio” e della “via”. Come è noto, tali temi sono centrali nel libro degli Atti: il “viaggio” della Parola costituisce il tema portante dell’intera trama, mentre il termine “Via” indica la comunità dei discepoli di Gesù. In questa maniera l’evangelista esprime significativamente la priorità che deve essere riconosciuta all’annuncio in riferimento al compito missionario dell’apostolo.
LA PRIORITÀ DELL’ANNUNCIO
La priorità da riservare all’evangelizzazione svolge un ruolo fondamentale anche da un punto di vista teologico-sacramentale: “prima” avviene l’annuncio della Parola, “poi” scaturisce la richiesta di aderire alla fede in Gesù mediante il battesimo. Si tratta, a nostro modo di vedere, di un’annotazione molto importante per la prassi pastorale delle Chiese sparse nel “vecchio” continente, prassi ormai da secoli incentrata sulla celebrazione dei sacramenti e che, entrata in crisi ormai da molto tempo, necessita di riscoprire la freschezza delle origini. Con ciò ovviamente non intendiamo negare l’importanza dei sacramenti, ci preme però sottolineare che senza un annuncio saldamente fondato sulla Parola di Dio, l’impianto sacramentale rischia di vacillare pericolosamente.
IL MOTORE DELLA MISSIONE: LO SPIRITO
Venendo ad una lettura più ravvicinata del racconto, notiamo che, come capita frequentemente nel libro degli Atti, Dio prende l’iniziativa guidando Filippo per mezzo dello Spirito santo. Luca vuole mostrare così che Dio, e non le strategie degli uomini, accompagna la crescita e la diffusione della Chiesa nata dalla Pentecoste. Ciò del resto non stupisce, perché come abbiamo già avuto modo di constatare, secondo la prospettiva teologica del terzo evangelista il progresso della Parola è legato all’azione dello Spirito, per cui il medesimo Spirito, vero motore della testimonianza, gioca all’interno della trama un ruolo importante (cfr. 8,14-24.29.39).
UNA GRANDE SOMIGLIANZA CON IL RACCONTO DI EMMAUS
Certamente l’accoglienza di un uomo ai margini sociali e religiosi del giudaismo ufficiale costituisce un fatto straordinario, che viene interpretato senza troppe difficoltà all’interno del più ampio disegno di salvezza di Dio radicato nella rivelazione veterotestamentaria e mirabilmente compiutosi in Gesù di Nazareth. A sostegno di questa affermazione portiamo due constatazioni. Anzitutto, ad una lettura attenta emergono molti punti di contatto con le tradizioni contenute nei libri dei Re relative ai profeti Elia ed Eliseo (cfr. 2Re 5, la guarigione di Naaman, il Siro; 2Re 2,11-12, il rapimento di Elia sotto gli occhi di Eliseo). Il secondo – e più importante – rilievo consiste nel notare una grande somiglianza con il racconto dei discepoli di Emmaus (Lc 24,13-35):
incontro su una strada che parte da Gerusalemme (Lc 24,13-16; At 8,26-29); fatica nel comprendere le Scritture (Lc 24,19; At 8,31); lettura cristologica delle Scritture (Lc 24,25-27; At 8,32-35); gesto sacramentale (frazione del pane in Lc 24,31; battesimo in At 8), seguito immediatamente da una scomparsa soprannaturale (Lc 24,31; At 8,39); continuazione del viaggio (Lc 24,33; At 8,39b).
COMPRENDERE LE SCRITTURE
Tra le tante considerazioni che potremmo sviluppare alla luce del confronto tra Lc 24 e At 8, ci preme sottolineare che al centro dei due racconti sta la Parola di Dio, elemento indispensabile per comprendere il mistero di Cristo e beneficiare pienamente della grazia salvifica che da esso scaturisce. Certo, Luca insiste ripetutamente sul fatto che le Scritture profetiche necessitano di una spiegazione, poiché l’interpretazione personale spesso è inadeguata. Come i discepoli di Emmaus (Lc 24,25-32), anche il resto del gruppo dei discepoli ebbe assolutamente bisogno che il Risorto aprisse la loro mente alla comprensione delle Scritture (Lc 24,44-47). Allo stesso modo, in At 13,27 leggiamo che i giudei di Gerusalemme, compresi i loro capi, non erano in grado di comprendere il messaggio dei profeti. Lo stesso Filippo deve spiegare all’eunuco, continuando l’opera del Maestro, che il passo tratto dal quarto canto del “Servo di YHWH” (Is 53,7-8) non si riferiva al profeta Isaia, ma a Gesù, poiché quell’oracolo ne preannunciava la morte sacrificale.
CONDURRE SULLA STRADA
Nel racconto dell’incontro tra Filippo e l’eunuco emerge così un dato significativo: tra i tanti gesti di carità che il discepolo divenuto missionario è chiamato a compiere, sicuramente va annoverato l’annuncio della Parola, il cui fine non è certo fare sfoggio di erudizione, ma condurre gli uomini e le donne che si incontrano sul cammino alla piena conoscenza del mistero di Dio rivelatosi in Gesù Cristo. Come si può ben notare, la preoccupazione che anima l’intenzione del missionario è che il suo interlocutore “comprenda” quanto legge. La risposta dell’eunuco deve far riflettere: “E come potrei capire, se nessuno mi guida?” (At ,31). L’etiope riconosce di aver bisogno di qualcuno che lo prenda per mano e lo guidi. Luca fa ricorso qui al verbo odeghéo, che significa letteralmente “condurre sulla strada”, verbo che possiede un’innegabile connotazione simbolica riferita alla ricerca spirituale.
INDICANDO GESÙ
La ricerca dell’eunuco non può che approdare a Gesù: “Filippo, prendendo la parola e partendo dal quel passo della Scrittura, annunciò a lui Gesù” (At 8,35). Ci sembra utile suggerire qui due rilievi. Il primo riguarda lo stile “omiletico” di Filippo, che nel suo annuncio parte dalla Scrittura e non da altri argomenti che, per quanto affascinanti e magari ben costruiti, sono comunque ragionamenti di uomini. Il secondo rilievo riguarda l’obiettivo perseguito dal missionario: non cerca di legare a sé, ma di condurre a Gesù, una priorità che tutti noi, testimoni ed evangelizzatori del giorno d’oggi, non dobbiamo dimenticare.
DALL’ASCOLTO AL BATTESIMO
Come sottolineavamo sopra, il corretto ascolto della Parola conduce alla recezione del sacramento, che, in questo caso, è ovviamente il Battesimo. Ciò che colpisce è che se per il giudaismo ufficiale l’eunuco, a motivo della propria menomazione, non poteva partecipare pienamente alla vita religiosa di Israele, l’ascolto della Parola illuminata dal mistero di Cristo ha abbattuto ogni barriera: “Che cosa impedisce che io sia battezzato?” (At 8,36). Così l’eunuco riceve il Battesimo e, aderendo pienamente al Vangelo, può dare compimento alla ricerca spirituale che l’ha condotto a Gerusalemme da terre molto lontane. Al tempo stesso, Filippo ha compiuto il proprio mandato e viene “rapito” dallo Spirito, a testimonianza del fatto che l’unica priorità nella vita di ogni credente consiste nell’annuncio fedele e disinteressato del Vangelo della grazia, costi quel che costi.







