Ex bambini soldato: l'urgenza di programmi lunghi
Berton ha partecipato, lo scorso 5 giugno, ad un symposium sugli ex bambini soldato in sede Onu. Riportiamo ampi stralci del suo intervento. - L'autore ha già raccontato in dettaglio l'attività del suo centro per il recupero di ex bambini soldato, a Lakka, in Sierra Leone (v. MO 6/2001). Qui il discorso si allarga all'opportunità di programmi a lungo termine.
Il disarmo, la smobilitazione, pur anche la consegna dei ragazzi ai propri genitori, tutti i più grandi auspici si infrangeranno miseramente, se non lavoreremo alla creazione di una cultura di pace.
Sto lavorando con bambini in pericolo da almeno vent'anni, se non da tutta una vita, ma solo dal 1997 mi occupo di bambini reclutati dalla forze in conflitto in Sierra Leone. Nel mio lavoro con l'infanzia, ho capito subito che era impossibile per un bambino crescere in modo spiritualmente sano, al di fuori da un contesto familiare.
Di conseguenza, ho deciso di creare un "Movimento case famiglia", il cui quartier generale è il centro di St. Michael, a Lakka (v. MO 6/2001, ndr).
Questa è per me un'opportunità di evidenziare un problema emergente e di dare alcune indicazioni utili, affinché si evitino effetti di cui poi pentirsi. È raro che i diciottenni siano cittadini pienamente affidabili ed indipendenti. Ed è raro che il cordone ombelicale con la famiglia sia stato totalmente tagliato. La maggioranza dei nostri ragazzi è stata privata da tempo del supporto famigliare e dev'essere assicurato loro un supporto alternativo. Ciò implica un programma a lungo termine.
L'esperienza mi dice, che la maggior parte delle Ong preferisce programmi a breve termine ed essenzialmente programmi di emergenza. Sia i primi che i secondi hanno sicuramente un grande ruolo da svolgere, ma nel nostro caso serve una politica a lungo termine, e non è così facile trovare dei partner che la finanzino. Bisognerebbe dare alcuni orientamenti e raccomandazioni riguardo a quest'ultimo genere di programmi.
Perché a lungo termine? Non è sufficiente reinserire il bambino nella sua famiglia appena possibile e lasciare che sia questa ad occuparsene? Così pensavamo tutte noi organizzazioni che lavoravamo assieme nell'ambito del Comitato per la protezione del bambino. Ma successivamente, con le nuove esperienze, ci siamo resi conto che la consegna del bambino/a alla sua famiglia non rappresenta sempre la fine del processo. Perché la famiglia può non esserci; il bambino può non essere accettato dalla famiglia o dal villaggio; il bambino può essere ancora traumatizzato o non aver risolto i suoi conflitti interni, e dunque può diventare o essere considerato un elemento difficile ed indesiderabile per la comunità; il bambino può aver contratto malattie curabili a lungo termine o malattie incurabili, che non possono essere seguite dalla famiglia; il bambino può essere incapace di ambientarsi in un villaggio basato sull'agricoltura o può sentirsi minacciato per il suo passato.
Ma soprattutto perché la coscienza del bambino, la sua percezione del bene e del male può essere stata distorta o persino distrutta, e dovrà essere quindi ricostruita prima di esporre il bambino a ruoli indipendenti o interdipendenti e responsabilità.
UN CAMBIAMENTO DEL CUORE
Un bambino allevato in un ambiente sereno risolverà i suoi problemi in modo pacifico. Ugualmente, un bambino cresciuto in un ambiente violento, lo farà con violenza.
Che tipo di futuro avremo in Sierra Leone, dove migliaia di bambini sono cresciuti praticando la violenza, risolvendo le loro questioni con un fucile, nel totale disprezzo della vita umana? Una volta ho sentito Olara Otunnu (rappresentante speciale del Segretario generale delle Nazioni Unite per i bambini soldato, ndr) dire, che dovremmo tutti sforzarci di contribuire alla costruzione di una "cultura di pace". Il disarmo, la smobilitazione, la reintegrazione non sono sufficienti, se non c'è un cambiamento del cuore, se non lavoriamo per costruire una "cultura di pace", e lui certamente non stava proponendo un programma a breve termine.
Un programma appropriato certamente implicherà un'idea educativa, fatta di contenuti e di metodologia. È una grossa sfida per chiunque; ma se vogliamo salvaguardare i nostri bambini da futuri disastri, è una sfida che dobbiamo accettare. Noi, come Movimento di case famiglia, una piccola Ong, non abbiamo la capacità di studiare e sviluppare in profondità un programma educativo completamente nuovo e molto specifico. Ma ne sentiamo il bisogno. E possiamo solamente metterci nelle mani di Ong come l'Avsi, che già lavora con noi e il cui approccio al problema è simile al nostro. A quest'organizzazione e ad altre simili chiediamo un impegno a lunga scadenza nella rieducazione dei bambini figli della guerra.
Ciò che stiamo facendo ora, resta un intervento di assistenza prettamente temporanea. Per rimettere un uomo al suo posto, per restituirgli la sua dignità, serve ben altro che un intervento di emergenza. Dunque, per non ripiombare nei disastri recentemente subiti, dobbiamo impegnarci in un lungo viaggio educativo.
Se mi è concesso utilizzare il termine della mia professione, questo è ciò che noi chiamiamo un problema "pastorale", l'approccio di un pastore nei confronti del suo gregge. Una profonda preoccupazione per l'uomo. Ed è effettivamente un impegno lungo, di una vita.
Non c'è bisogno che scoppino nuove guerre per renderci la vita impossibile. È sufficiente essere minacciati da bande, giovani delinquenti, rapinatori a mano armata. Se non stiamo attenti, i nostri programmi di riabilitazione a breve termine prepareranno la strada a nuove emergenze su vasta scala. Abbiamo già sperimentato questo problema con i giovani, forse lasciati a se stessi troppo presto.
L'APPROCCIO DELL'UOMO COMUNE
Voglio parlare dell'"approccio dell'uomo comune", della capacità dell'uomo comune di lavorare per la pace.
Spesso si dice che abbiamo bisogno dell'aiuto di psicologi, psicanalisti, cioè di professionisti. Non nego il loro ruolo specifico e il bisogno che abbiamo di loro. Rimarcherei piuttosto che non ne abbiamo a sufficienza, che dovremmo averne di più, ma contemporaneamente vorrei sottolineare l'importanza che dovrebbe essere data alla gente comune, gente desiderosa di lavorare per una "cultura di pace".
Mi risuona all'orecchio la benedizione degli angeli a Natale: "Pace agli uomini di buona volontà". Ecco che cosa dobbiamo cercare: la buona volontà. Ci sono innumerevoli individui di buona volontà. Sono le persone umili che spesso ignoriamo, donne senza un'istruzione che hanno dato alla luce molti figli, anziani saggi con l'innata capacità di raccontare storie, giovani aperti all'amicizia, ecc.
Questa è la gente comune, alla quale dobbiamo dare la possibilità di svolgere un ruolo nella costruzione della nuova "cultura di pace".
Recentemente mi ha gratificato la risposta positiva di una Ong, alla quale avevo chiesto di aiutarmi a far sì che la gente nell'area in cui vivo, potesse incontrarsi e divertirsi assieme. Mi sarei aspettato qualcosa del tipo: "Non ha niente di più serio e di più urgente da chiedere?".
Sto parlando di un'esperienza personale, limitata, in una zona molto remota della Sierra Leone. Non ho alcuna pretesa di generalizzarla. Desidero tuttavia ripetere ciò che un capo mi disse, mentre noi, prigionieri dei ribelli, ci stavamo leccando le ferite: "Quando usciremo di qui, dovremo condurre una campagna, una campagna informale, ma una campagna, invitando la gente ad incontrarsi e parlare. La Sierra Leone è talmente piccola... Se vai nell'entourage del tuo interlocutore, puoi incontrarne un cugino. Se vogliamo la pace, dobbiamo parlarci. Dialogare. Non intendo il dialogo diplomatico; intendo quello del bambino col coetaneo, dell'anziano col giovane, il dialogo famigliare".
Come possiamo constatare, per creare una "cultura di pace", ci vuole tempo, ci vuole un'educazione programmata, uno sforzo per inculcare alcuni principi base, e la volontà di parlarsi.
Qualsiasi tipo di approccio educativo presuppone un impegno a lungo termine ed una visione. Mi piace sognare ad occhi aperti. Il sogno e la visione del Movimento case famiglia è la visione cristiana dell'uomo creato ad immagine di Dio. È una visione trasmessaci da secoli di storia ebraica e cristiana. È un sogno che speriamo un giorno si avveri per ogni uomo. Di conseguenza, il nostro approccio nei confronti di ogni bambino avviene con molto tatto ed implica un'enorme responsabilità.
Ancora più importante di tutto ciò, è la consapevolezza che un uomo non può essere usato, ma va rispettato. Sono anche convinto che un uomo da solo non possa realizzare questo sogno, un uomo da solo non può creare questa meravigliosa cultura di pace. Penso che sia un dono dall'alto. E questo mi fa credere che prima o poi si avvererà.
Come diciamo in Sierra Leone: il tempo di Dio è il migliore dei tempi possibili.
GIUSEPPE BERTON.







