Dietro le dimissioni di Ruiz: dalla selva l’opinione di Marcos
Lo scorso 7 giugno, il vescovo di San Cristóbal ha rinunciato al ruolo di mediatore nel conflitto. Per quale ragione? Ce lo spiega il subcomandante Marcos.
Al signor Ernesto Zedillo non è bastato vedere il vescovo Ruiz García fuori dalla mediazione del conflitto. No, lo vuole desaparecido, cancellato, morto.
Simultaneamente ai sabotaggi contro la Cocopa (Commissione di concordia e pacificazione), il governo ha fatto assassinare ed incarcerare un numero sempre maggiore di indigeni, ha scatenato una guerra totale contro la Conai (Commissione nazionale di intermediazione) e, in particolare, contro il suo presidente, il vescovo Samuel Ruiz García. Ultimamente, si susseguono affermazioni e smentite. Francisco Labastida Ochoa (segretario del governo, ndr) sostiene ciò che nega Emilio Rabasa Gamboa (coordinatore dei compiti del governo federale in materia di dialogo e pacificazione in Chiapas, ndr), Zedillo corregge entrambi. Rabasa replica a Zedillo, Labastida critica Rabasa: alla fine c’è una tal confusione di maschere e incarichi che verrebbe da ridere, se tutto ciò non nascondesse una guerra brutale ed impari.
Dopo aver sofferto una intensa e lunga campagna di attacchi e di diffamazioni, la Commissione nazionale di intermediazione – riconosciuta da ambo le parti, l’Esercito zapatista di liberazione nazionale (Ezln) e il governo federale, come il meccanismo di intermediazione e di dialogo di pace – è stata sciolta.
Tenete bene a mente questi nomi: il signor Samuel Ruiz García, la signora Concepción Calvillo vedova Nava, il dottor Pablo González Casanova, il dottor Raymundo Sánchez Barraza, i poeti Juan Bañuelos ed Oscar Oliva (questi sei come membri effettivi), Pedro Nava, Salvador Reyes, Gonzalo Ituarte e Miguel Alvarez come segretari. Questi dieci formavano la Commissione nazionale di intermediazione, uno dei principali obiettivi da distruggere secondo la strategia governativa di guerra.
I suoi delitti? Tutti imperdonabili: lottare per una pace con giustizia e dignità; rappresentare la società civile nazionale come mediatrice nel conflitto; credere fermamente nel dialogo come soluzione delle controversie; non piegarsi agli ordini del governo; mantenere l’autonomia e l’indipendenza nei confronti delle parti; ritenere che la pace in Messico si realizzi necessariamente attraverso il passaggio alla democrazia; impegnarsi a fianco degli indios nelle loro lotte pacifiche; e (il peggiore di tutti i delitti) costituire un ostacolo alla guerra.
Per mesi queste persone sono state vittime di attacchi di ogni tipo, compresi attentati contro la loro vita, i loro beni e la loro libertà. Per mesi hanno sofferto la pressione di tutto il sistema dello stato messicano: il governo federale, statale e municipale; l’esercito, la polizia e i paramilitari; i due monopoli televisivi e la stampa locale; gli imprenditori; i deputati federali e locali; i senatori della Repubblica; i giudici e i pubblici ministeri; i direttori dei partiti politici; l’alta gerarchia della chiesa cattolica ed evangelica. Milioni e milioni di soldi spesi in campagne di diffamazione contro di loro.
Tutto il potere politico, economico, ecclesiastico e militare contro queste dieci persone e, in particolare, contro Samuel Ruiz, il vescovo della diocesi di San Cristóbal. Il 7 giugno 1998, la settima vittima è caduta davanti all’avanzare della macchina da guerra zedillista. Samuel Ruiz García ha rinunciato alla presidenza della Conai, che si è sciolta. Con la sparizione della Conai finisce una feroce resistenza contro l’autoritarismo, il crimine e l’intolleranza, ma per loro (cioè per i membri della Commissione, ndr) non finisce la ricerca della pace.
UN POSTO NELLA STORIA
La macchina da guerra non si è però fermata con la rinuncia del presidente della Conai. Al signor Ernesto Zedillo non è bastato vedere il vescovo Ruiz García fuori dalla mediazione del conflitto. No, lo vuole desaparecido, cancellato, morto. Con rancore, accarezza l’idea di toglierlo totalmente di vista. Se l’attentato è fallito una volta, ci saranno altre opportunità. Dopotutto se hanno potuto assassinare un cardinale (Posadas Ocampo) e proseguire impuniti, ora possono occuparsi di un vescovo scomodo e continuare senza problemi. E non si tratta di uno di quei brutti scherzi con i quali Zedillo tortura il suo gabinetto, no, il rancore è diventato un suo stile personale di governo. E, in quanto a vendette personali, “lui sì che ci sa fare”.
Puntualmente, ad ogni visita che fa al prossimo ex sostituto governatore Roberto Albores Guillén, il signor Zedillo attacca con cattiveria e vigliaccheria chi ha scelto la pace e la giustizia come bandiera, chi non si è risparmiato sforzi né sofferenze per compiere con onestà il suo lavoro, che è, in fin dei conti, proprio di ogni essere umano che si rispetti: lottare per la giustizia, il rispetto e la dignità.
Non è poco ciò che questo paese deve a queste dieci persone. Anche se si è conclusa una tappa nel sudest messicano, la storia nazionale riserva loro un posto accanto ai migliori. Fra molto tempo, quando Zedillo sarà dimenticato o in carcere per i suoi innumerevoli delitti, i nomi di queste dieci persone continueranno ad esistere in un luogo molto speciale, cioè nel cuore dei messicani che adesso stanno in basso, in particolare degli indigeni.
Anche se al di fuori di questa tappa della lotta, i “conaitas” (i membri della Conai) hanno dimostrato chiaramente che continueranno a combattere in forme e luoghi diversi per lo stesso ideale: la giustizia per gli indigeni messicani, la transizione alla democrazia e la pace.
Subcomandante MARCOS.
per il Comitato rivoluzionario indigeno clandestino – comando generale dell’Esercito zapatista di liberazione nazionale
- Messico, luglio 1998.







