DICHIARIAMO ILLEGALE LA POVERTÀ
Nel 2013 le 300 persone più ricche del mondo hanno guadagnato 524 miliardi di dollari, poco meno di un terzo della ricchezza prodotta in Italia da 60 milioni di cittadini. La lista, pubblicata il 4 gennaio scorso dall’agenzia Bloomberg, conferma una tendenza, cioè che la ricchezza si sta concentrando sempre di più nella mani di pochi.
Appaiono un po’ patetici allora i tentativi della Banca mondiale e delle varie agenzie Onu di farci credere che la povertà sta diminuendo.
E questo semplicemente perché la povertà assoluta, che con criteri arbitrari è stata fissata a meno di 1,25 dollari al giorno, sarebbe in diminuzione, mentre cresce quella relativa (meno di 2,5 dollari al giorno). “Come si fa – dice Riccardo Petrella – a ridurre a un unico indicatore monetario la povertà che è un insieme di fenomeni strutturali di lungo periodo e a dimensioni multiple e decretare la fine della povertà perché il potere d’acquisto pro capite nel mondo avrebbe superato la soglia dell’1,25 dollaro?”.
Lo sradicamento dei fattori strutturali dell’impoverimento nel mondo passa dalla promozione di una nuova economia dei beni comuni, che operi a livello locale e globale, fondata sulla sicurezza comune, la cooperazione e la partecipazione dei cittadini. E che garantisca per tutti protezione sociale e rispetto dei diritti umani.
Da questa consapevolezza ha preso il via l’iniziativa Dichiariamo illegale la povertà che coinvolge soggetti diversi, non solo in Italia ma in diverse parti del mondo, con l’obiettivo di mettere fuorilegge i processi d’impoverimento di miliardi di persone. L’appuntamento è per il 2018.
In occasione del 70° anniversario della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo verrà chiesto di approvare una risoluzione nella quale si proclami “l’illegalità di quelle leggi, istituzioni e pratiche sociali collettive che sono all’origine e alimentano la povertà nel mondo”.
Nessuno nasce povero o sceglie di essere povero, ma questa condizione ha cause precise, che possono essere ricondotte a una distribuzione della ricchezza sempre più ineguale a causa soprattutto della mercificazione dei beni comuni. Dagli anni 70 le teorie neoliberiste hanno lentamente cancellato dall’immaginario dei popoli “la cultura della ricchezza collettiva” e hanno ridotto tutto a risorsa, comprese le persone.
Questa cultura è penetrata così in profondità da far credere, anche in molti settori della sinistra, che la povertà sia inevitabile e che possa essere solo mitigata, magari con un po’ di carità. Così è nata la “globalizzazione”. Ora, visti i risultati nefasti, si cerca di modificarne il tiro, con maquillage che cambiano il lessico ma non la sostanza. Si parla così di “globalizzazione selvaggia” da sostituire con una “buona”.
E si cerca di dare una spruzzatina di verde alla solita economia di rapina che ha prodotto miliardi di poveri nel mondo.
La green economy non scioglie infatti “il nodo gordiano della concentrazione del potere economico e politico nelle mani dei poteri finanziari, industriali e culturali”, dicono Petrella e Amoroso nel volume Banning poverty 2018, che rappresenta il manifesto dell’iniziativa.
La battaglia avviata da Riccardo Petrella, e alla quale anche noi intendiamo portare il nostro modesto contributo, non è facile né scontata. Importanti segnali, come l’adesione alla campagna di diversi comuni sparsi qua e là per l’Italia, lasciano spazio a un po’ di ottimismo.
È necessario però non delegare l’iniziativa a pochi volonterosi, ma fare in modo che tutti quei cittadini che, in Italia e in varie parti del mondo, hanno preso coscienza del problema si mobilitino per mettere fuori legge le cause strutturali che riducono in miseria miliardi di esseri umani.
RIVISTE GRUPPO PROMOTORE
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