DALLE FERITE NUOVE POSSIBILITÀ / SGUARDO PSICOLOGICO
Il Covid non è solo un’esperienza traumatica, ma anche devastante, soprattutto se ad ammalarsi siamo noi. Infatti, ci prende l’angosciante pensiero sul domani: “Oggi sono vivo, domani non so…”. A quest’aspetto molto personale della malattia, si aggiunge, in molti casi, l’esperienza della morte improvvisa di un familiare, parente o persona amica. Inoltre, la morte da Covid non ci ha permesso di accomiatarci dalle persone più care, di elaborare il lutto con la necessaria gradualità. È stato uno strappo lacerante, che non guarirà in breve tempo.
IL TRAUMA
Il trauma sorge quando una persona o una collettività non sanno come difendersi di fronte a un evento catastrofico di tipo naturale – nel nostro caso il Covid – o esistenziale, come la perdita del lavoro, un abuso sessuale, un abuso di autorità, una guerra, un attentato terroristico ecc.
Nel caso specifico del Covid, in Italia il sistema sanitario è arrivato al collasso. C’era un numero per chiedere aiuto, ma spesso bisognava aspettare a lungo prima di ricevere una risposta, un “pronto soccorso”, con il rischio di farci sentire più soli e abbandonati a noi stessi. Il Covid ci ha fatto provare l’inermità, come afferma lo psicanalista Massimo Recalcati. L’inermità del bambino, quando viene al mondo e ha bisogno di tutto. Se trova una madre attenta, si sente protetto; altrimenti, avverte solitudine e abbandono, sentimenti che lo predispongono a sviluppare disturbi psichici. Nel caso del Covid, dal bambino all’anziano, in molti casi c’è stata l’esperienza del confinamento, della solitudine e dell’abbandono da parte delle istituzioni.
L’ANGOSCIA
L’angoscia da Covid è un sentimento di impotenza che pervade e logora la persona psicologicamente e socialmente, limitandola nell’iniziativa personale, nei rapporti interpersonali, sul piano lavorativo, dello studio, del divertimento e della spiritualità.
Ci sono almeno quattro tipi di angoscia che si possono sviluppare in una persona davanti ad un fenomeno come quello della pandemia. Non vanno, per fortuna, sempre insieme, perché potrebbe bastarne anche uno solo per far degenerare uno stato d’animo angosciato e depresso in patologia. Anzitutto, c’è l’angoscia persecutoria: il virus è dappertutto, non c’è un posto sano, sono condannato ad ammalarmi; poi, l’angoscia da contagio: nessun tipo di prevenzione è sufficiente (per cui, per esempio, porto la mascherina sempre, anche quando mi trovo in casa da solo o con la famiglia); quindi, l’angoscia depressiva, che riguarda l’avvenire, per cui ci si sente morire lentamente nel presente, senza poter o voler fare nulla: tanto non cambia (da qui le domande: avremo ancora il mondo di prima? Ci sarà un futuro per me, la mia famiglia e i figli? Se non ci sarà un futuro, che strada prenderò? Reagisco e affronto la situazione, mi rinchiudo, inizio a bere o a dipendere dalla droga, mi tolgo la vita?); infine, l’angoscia da perdita definitiva, da lutto repentino e inaspettato, come “strappo” definitivo dalla vita di un familiare, amico, compagno, confratello (nel caso di una comunità religiosa), con una sensazione e sentimento pervasivi di solitudine, tristezza e rabbia, per un distacco inaspettato e definitivo.
In modo plasticamente simbolico, i “nuovi monatti”, incaricati di portar via il defunto da casa o dall’ospedale, incarnano questa angoscia luttuosa da perdita definitiva. Ci strappavano letteralmente il familiare defunto dalle mani e dal cuore, senza che si potesse intervenire. Dopo settimane, ci riportavano a casa il familiare “in cenere”, in una cassettina “da morto”, tremendamente fredda, buia, piccola per contenere tutto l’affetto per la persona amata. L’azione dei “nuovi monatti” rappresenta quest’inermità negativa, fatta di solitudine e abbandono.
Ma l’esperienza del Covid è devastante anche perché interessa tutte le aree importanti dell’essere umano: da quella fisica a quella psicologica, relazionale/sociale e spirituale, lasciandoci senza sicurezze, fragili, e con tante domande fondamentali sulla vita e la morte, che non ci è permesso evadere. In questo periodo, in provincia di Bergamo, la vita di tutti i giorni è stata veramente trasformata in una “valle di lacrime” e siamo in tanti a dover fare i conti con questa devastazione interiore e fisica.
Alcuni dati statistici riguardo alla nuova condizione psicologica da Covid ci dicono le proporzioni del fenomeno: sono aumentati del 63 per cento i casi di depressione e insonnia rispetto a prima (si tratta di ansia, panico e stress post-traumatico); mentre il 42 per cento dei lavoratori a tempo determinato e il 35 per cento degli autonomi ha perso il lavoro.
DALLE FERITE NUOVE POSSIBILITÀ DI VITA
Il trauma da Covid può essere visto anche come una possibilità di cambiamento, oltre che come un limite, una ferita mortale. Anzitutto una possibilità di cambiamento nell’essere, perché il Covid ha ferito la nostra forma di vita: non siamo più gli stessi; quest’esperienza ci chiede di aggiustare il tiro rispetto al nostro stile di vita precedente. Inoltre, una possibilità di cambiamento nell’agire, perché il Covid ci pone una questione fondamentale: crediamo nell’opportunità di condividere la sofferenza e il lutto delle persone ferite dalla pandemia? A questo punto, mi vengono in mente sia papa Francesco, sia il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ma anche il cappellano dell’ospedale di Alzano Lombardo, che si sono fatti prossimi, in modi diversi, cercando di infondere speranza. E noi – preti, religiosi, missionari –, nelle case di chi siamo arrivati, comunicando speranza?
PER USCIRE DAL TRAUMA
L’elemento che ci permette l’incontro (e lo scontro) con l’altro è il corpo. Il corpo così colpito, martoriato, asfissiato dal Covid, è diventato il mezzo per riprendere il rapporto con l’altro. Paradossalmente, non toccandoci, nemmeno in famiglia, abbiamo sentito il bisogno intenso di un abbraccio, di un sorriso, di una carezza, dell’incontro, del calore fisico. A livello spirituale, molte persone, rimanendo a digiuno della comunione eucaristica, hanno vissuto il ritorno all’eucaristia come un’esperienza così forte da esclamare: “Mai più senza eucarestia; mai più senza comunione…”. Le messe in streaming non bastano. Ci vuole la stretta dell’abbraccio, dell’incontro fisico, per essere persone e cristiani sani!
Mi sono sentito positivamente spiazzato dagli psicologi che hanno individuato, come vie terapeutiche per uscire dal trauma del Covid e ritornare alla vita, la solidarietà/compassione (mi faccio carico del tuo dolore), la fratellanza/figliolanza (ti sono vicino, non sei solo, non mollare) e la testimonianza di carità (ti aiuto con qualche spicciolo, vado a farti la spesa). Per esempio, un cesto per raccogliere cibo per chi non ne ha; il sindaco di Alzano Lombardo che ha aiutato i cittadini scrivendo loro una lettera di speranza; il cappellano dell’ospedale di Alzano che giorno e notte ha assistito spiritualmente e concretamente i malati e il personale sanitario. Noi (cristiani), per definizione esperti di solidarietà, fratellanza e carità, ahimè non lo saremo mai, se restiamo autisticamente rintanati nel nostro narcisistico piccolo buco!
PIANTANDO VITA, COME NOÈ
Non è necessario essere degli esperti per seminare speranza in una persona disperata e spaesata. La figura di Noè, che pianta una vigna (cfr. Gen 9,20), è un simbolo di speranza, di come si può essere resilienti e umanamente ostinati in una catastrofe. Mi chiedo, se, come cristiani, come Chiesa, come comunità religiose, lì dove siamo, stiamo piantando vita, alla stregua di Noè, dopo il “diluvio” della pandemia, nel cuore della gente, della società e del popolo di Dio.
Mi sembra importante, nelle nostre comunità cristiane e religiose, metterci in ascolto di persone che hanno vissuto la drammatica esperienza del Covid, perché attraverso i loro racconti ricominciamo a vivere una forma diversa, più prossima, di Chiesa, di comunità cristiane e religiose.
In alcune parrocchie sta prendendo forma “la pastorale del Covid”, che in altre parole significa stare vicini, farsi prossimi a chi è stato toccato dalla pandemia, visitando, ascoltando e riunendo, come e quando è possibile, le persone colpite. Le comunità religiose come possono partecipare a questa inaspettata pastorale del Covid? Per quanto mi riguarda, non disdegnerei di fare il cappellano in un ospedale, nel caso ci sia una recrudescenza della pandemia. Non mi tirerei indietro per qualsiasi altro tipo di servizio che l’urgenza richieda in ospedale. Ogni comunità religiosa potrebbe aiutare almeno due famiglie colpite dal Covid. Infine, ritengo importante, per i membri di una comunità cristiana, di una comunità religiosa, rispettare le normative anti Covid dei singoli governi e non ingrossare le file dei negazionisti.







