Dalla parte delle vittime
U na crisi profonda scuote la Chiesa cattolica in seguito alla scoperta di molti casi di abuso sessuale su bambini e adolescenti, troppo a lungo rimossi e minimizzati da un comportamento omertoso. Da tutta la vicenda, che ha toccato soprattutto il Nordamerica e l’Europa, emerge l’immagine di una Chiesa che non sa fare giustizia. Potremmo dirlo parafrasando l’apostolo Paolo: “Lo scandalo è che per fare giustizia si debba far ricorso ai tribunali dei pagani”!
L’attuale diritto canonico denuncia la sua impotenza. Così molti preti e religiosi, non macchiati da questi gravi delitti, si sentono puntare addosso il dito accusatore dei mass media e il sospetto di migliaia di persone, appartenenti o meno alla Chiesa. Un peso insostenibile! Anzi tutto, il peso più grave, quello delle vittime, i bambini e gli adolescenti spogliati della loro dignità, del loro sorriso, della loro innocenza, delle loro speranze, dei loro sogni.
In queste circostanze, invece di fare la vittima, la Chiesa dovrebbe stare dalla parte delle vittime, ascoltare il loro grido, misurarsi con la loro sofferenza.
In passato la Chiesa si è preoccupata più degli autori che delle vittime, creando così un “cortocircuito” tra le sue chiusure, il rigore predicato in campo sessuale e il comportamento di alcuni preti e religiosi. Se vuole vivere positivamente la dialettica peccaminosità-santità, la Chiesa deve recepire e non ostacolare la via del rinnovamento inaugurata dal Concilio Vaticano II: essa “ha sempre bisogno di purificazione, perciò si dà continuamente alla penitenza e al rinnovamento”.
C’è poi il peso del sentimento di tradimento, di delusione e di amarezza che attraversa le comunità cristiane, in primo luogo le famiglie, così spesso destinatarie di obbligazioni e interdizioni morali da parte della stessa Chiesa.
Questioni come l’aborto, il divorzio, l’omosessualità, essa non può gridarle in faccia agli altri, al mondo, senza prima guardare al suo interno, alla sua peccaminosità. Può, sì, anzi deve proporle con parresia evangelica, ma facendosi prossima alle vittime, con umiltà, amicizia e solidarietà, come il buon samaritano del Vangelo che si fece vicino e fasciò le ferite del mezzo morto lungo la strada.
Che non succeda alla Chiesa oggi quello che Gesù rimproverava ai maestri della legge: “Legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito”.
Solo una Chiesa “samaritana”, che scende dalla cattedra della sua presunzione di società perfettamente ordinata; solo una Chiesa “crocifissa”, anche dalle vittime della sua debolezza e peccaminosità, può ritrovare la via della missione come proposta del Vangelo a tutti. Infatti, l’unica forza sanante che la Chiesa riesce a immettere nella società umana ferita da così gravi delitti consiste nel cercare la verità e nel saper fare giustizia, non chiudendosi in difesa, in nome di qualche pretesa sovranità esteriore.
Infine, come portare il peso di confratelli preti e religiosi che hanno abusato di minori, non di rado approfittando della loro missione religiosa ed educativa?
In questa direzione la Chiesa si sta muovendo con rigore e responsabilità, a livello di governo centrale e locale, senza nascondersi dietro le sue debolezze, ma è importante che le soluzioni e le risposte pastorali siano frutto di un dialogo tra gerarchia e laicato, tra comunità cristiana e società civile.
In estrema sintesi, è determinante per il futuro della sua missione che la Chiesa consideri questa crisi come un’occasione provvidenziale di purificazione che le permetta di ritrovare l’audacia del Vangelo in un nuovo spirito di libertà.






