CRISTIANI PERSEGUITATI
Il 29 giugno scorso, festa dei Santi Pietro e Paolo, papa Francesco, ha nuovamente condannato “le atroci, disumane e inspiegabili persecuzioni [dei cristiani], purtroppo ancora oggi presenti in tante parti del mondo, spesso sotto gli occhi e nel silenzio di tutti”.
La condizione più drammatica è quella dei cristiani in Medio Oriente, soprattutto in Iraq e Siria, dove le minoranze – non solo cristiane – soffrono atrocità d’ogni genere da parte delle opposte fazioni in lotta tra loro e con l’esercito di Assad. Una violenza inaudita hanno sofferto i cristiani caldei di Mosul, cacciati dalla loro terra dal sedicente “Stato islamico”. Quasi scomparsi dalla Turchia, i cristiani sono sempre meno anche in Palestina.
È doloroso questo cammino antistorico, fotografato da comunità di monaci e suore razziate, come nella città di Maaloula; da monasteri millenari distrutti e vandalizzati, come quello di Mar Elian a Qaryatayn; da chiese trasformate in uffici per la gestione degli affari islamici, come a Raqqa. Nel suo libro-intervista Più forti del terrore (Emi 2015), il patriarca Louis Raphaël Sako afferma che l’obiettivo dello “Stato islamico” è di svuotare non solo l’Iraq, ma tutto il Medio Oriente della presenza cristiana.
Di fronte a questa situazione intollerabile, qual è il ruolo dei cristiani e della comunità internazionale? I cristiani in Medio Oriente sono un piccolo gregge, ma possono offrire un contributo unico alla convivenza pacifica e alla riconciliazione tra fedeli di diverse religioni.
Senza i cristiani è più difficile immaginare la costruzione della comune cittadinanza e dello Stato di diritto. È più facile imporre l’omologazione fondamentalista e nazionalista. Un anno fa, in occasione del Concistoro sul Medio Oriente, la Chiesa cattolica ha esortato le sue comunità a non cedere alla tentazione di farsi tutelare dal dittatore di turno. Questa prassi ha alimentato la “sindrome dell’albergo”, per cui i cristiani, dopo la caduta dell’impero ottomano, si sono sentiti sempre meno a casa nei loro paesi.
Come vincere la paura e l’odio che si annidano anche nel cuore di molti cristiani? Facendosi portatori del cambiamento, anzitutto al loro interno, superando divisioni e rivalità storiche; ma anche nella società civile, favorendo la convivialità già sperimentata nella storia araba.
È importante che tutti i leader religiosi – cristiani, ebrei e musulmani – denuncino chiaramente e condannino la strumentalizzazione della religione per giustificare la violenza. Dal canto suo, la comunità internazionale non può limitarsi alle denunce e condanne verbali. Deve andare alla radice dei problemi. Sono in gioco principi fondamentali, come il valore della vita, la dignità umana, la libertà religiosa, la convivenza pacifica tra le persone e i popoli. Essa deve, da una parte, riconoscere gli errori del passato e, dall’altra, fermare gli aggressori, nel rispetto del diritto internazionale. L’esperienza ha mostrato che la via della guerra moltiplica la sofferenza. Bisogna dialogare.
Figure di primo piano della comunità cristiana in Siria sono state uccise o fatte sparire, come il gesuita padre Paolo Dall’Oglio, mentre costruivano ponti di convivialità tra cristiani e musulmani. Dobbiamo ripartire dall’utopia del custode del monastero di Mar Musa, rapito il 29 luglio 2013 e di cui non si sono più avute notizie:
“Qui si tratta d’essere un seme gettato, che permetta alla terra di dar frutto, ed un lievito che consenta alla pasta tutta di lievitare per il nutrimento di molti. Qui si tratta di sposare l’islam a Gesù di Nazaret vivente nella Chiesa, nell’oggi drammatico, contraddittorio e doloroso del mondo musulmano” (Elogio del sincretismo, 2002).







