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Convegno "Migranti-Stranieri" - Interventi

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Questa mattina abbiamo messo molta carne al fuoco: la metafora culinaria mi è venuta in mente quando ho letto il racconto di Lidya Keklikian, che ha vinto il Premio Speciale Slow Food - Terra Madre. Intitolato Taboulé, una ricetta per l’integrazione, il racconto è tratto dal libro Lingua madre Duemilanove. Racconti di donne straniere in Italia (a cura di Daniela Finocchi). Lidya è libanese, armena, bresciana… insomma molte cose insieme! Grazie, Lydia, per questo racconto, per questa “pedagogia dei gesti” che ci hai regalato in maniera molto efficace.

Giuliano Vallotto

  • parroco, Treviso

Mi è piaciuto molto quanto detto da Lidya Keklikian. Anch’io vorrei tornare al tema di quest’incontro, che intitolerei “Profezia di un mondo nuovo” (che preferisco a “Profeti di una nuova umanità”). Un mondo nuovo, però, non si fa da solo. Mi sarei allora aspettato una lettura della Bibbia dall’esilio, dall’erranza del popolo d’Israele. Nella sapienza biblica confluisce, infatti, quella di tanti popoli diversi. Bisognerebbe sforzarsi di presentare la Parola di Dio in questa prospettiva. Il teologo camerunese Engelbert Mveng ha tentato di rintracciare nella Bibbia elementi della sapienza africana. Se vogliamo parlare di profezia, non basta citare i testi, come ha fatto don Arrigo Chieregatti questa mattina; bisogna vederli nella prospettiva di un mondo nuovo. Una seconda osservazione si riferisce alla sfida pastorale che la migrazione comporta. La migrazione non è solo metafora della condizione umana, ma anche svelamento della condizione storica del nostro mondo, del suo terribile presente, a livello globale e… italiano. La migrazione ci fa intravedere un mondo diverso. È terribile come ciò stia avvenendo. Se questo convegno si pone nella prospettiva di affrontare tematiche che caratterizzeranno il futuro della rivista, mi auguro che si tengano ben presenti questi due punti: svelamento e profezia. In altre parole, denuncia dei problemi dell’immigrazione e annuncio del mondo che verrà.

Luciano Corradini

  • docente di pedagogia, già sottosegretario al ministero della Pubblica istruzione

Nel 2006 il ministero dell’Interno aveva organizzato un incontro interculturale per ripensare e riesporre la Costituzione italiana ai ragazzi che arrivano in Italia. Una delle condizioni per essere italiani ed ottenere la cittadinanza è quella di conoscere la lingua e la norma fondamentale che ci fa stare insieme, la Costituzione. Tutti i bambini che nascono in Italia, siano essi di origine italina o meno, sono “stranieri” perché nessuno di loro, anche in età adolescenziale, è consapevole del rapporto tra la Costituzione italiana, la nostra storia, la perdita di diritti e di libertà, le guerre disastrose, e la speranza profetica che dal 1946 ha consentito al nostro paese di identificare la pace e le condizioni che la rendono possibile. Questo è accaduto grazie all’approvazione della Costituzione (22 dicembre 1947, entrata in vigore il 1° gennaio 1948) e alla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (10 dicembre 1948). Quando padre Domenico Milani, uno dei fondatori del CEM, parlava di “mondialità”, io avevo presente la “mondialità” come dimensione onnicomprensiva, una specie di grande famiglia che raccoglie tutti, ma allo stesso tempo ero consapevole del fatto che è difficile essere d’accordo con il proprio vicino di casa.

Eravamo di fronte alle emergenze del mondo giovanile italiano, come la droga o l’Aids, e avevamo elaborato un “progettino” denominato “Progetto giovani”, nel cui ambito s’intendeva attuare quelle educazioni che si riferivano non solo alla salute, ma anche ad altre cose, riassunte nella sigla Educiaim: educazione alla democrazia e ai diritti umani, alla pace, allo sviluppo, alla salute, alla sessualità, allo studio, al sacro. Le “s” sono buone, le “d” cattive: disagio, devianza, droga, delinquenza. Questo fu il filone dell’educazione. Si era però dimenticato che nei giorni in cui fu varata la Costituzione venne approvato un ordine del giorno a firma di Moro, Franceschini, Sartori, Cremonesi (all’unanimità, tra grandi applausi) che chiedeva che nelle scuole di ogni ordine e grado fosse inserito “senza indugio”, in un quadro didattico stabile, lo studio della Costituzione, come garanzia che il nostro paese avrebbe conservato le sue libertà. Quell’ordine del giorno, approvato alla fine degli anni Quaranta, non fu pensato per una Costituzione a “scadenza” breve, perciò coloro che arrivano in Italia devono sapere che qui vige un patto che è stato pagato a caro prezzo, con il sangue di molte persone, e che pertanto essi devono accettare (cfr. articolo 2, che chiede rispetto per i diritti inviolabili dell’uomo).

Qui non si tratta ancora di “cittadini”: la Costituzione e la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo affermano le condizioni che rendono possibile la via della pace. Senza queste condizioni la pace è a rischio, si torna al “nemico” del periodo fascista. Una volta erano gli inglesi, oggi sono quelli che vengono da altri paesi. Quell’ordine del giorno a firma di Moro e altri fu attuato solo nel 1958, quando lo stesso Moro divenne ministro della Pubblica istruzione, prendendo il nome di “insegnamento dell’educazione civica”. Secondo le intenzioni, essa doveva essere un’educazione morale, sociale, civica, politica, comprendente tutte le situazioni che vanno dal civile al democratico. Di fatto, questa materia fu insegnata poco e la scuola pensò di far fronte alle emergenze educative con una serie di circolari ministeriali.

Ad un certo punto si scoprì che nella Costituzione italiana c’erano tutti quei valori che sarebbero serviti per combattere le emergenze. Fra di esse anche quella dell’intercultura.

Questo è il quadro di riferimento che ho voluto evocare. Nel 2009 è stato inserito l’insegnamento di “Cittadinanza e Costituzione”, ma, con la riduzione degli insegnanti e l’aumento del numero di alunni per classe, conseguenza della cosiddetta “riforma Gelmini”, è diventato difficile insegnare sia i valori contenuti nella Costituzione sia quelli venuti alla luce in seguito. Ora c’è un’opportunità legislativa unica, ma c’è anche il rischio che si rimanga sul piano della cittadinanza intesa giuridicamente come “cittadinanza italiana”, che viene data con il contagocce soltanto a coloro che noi riteniamo utili e finché li riteniamo utili. Dentro questo contenitore di “Cittadinanza e Costituzione” (in un quadro legislativo peraltro ancora fragile) si raccolgono le speranze coltivate in una sessantina d’anni dall’entrata in vigore della Costituzione in poi.

Brunetto Salvarani

  • Direttore di CEM Mondialità

Un ambito in cui la dimensione del migrante emerge da protagonista è quello della scuola e della formazione. Nelle scuole ogni anno ci sono circa 600mila studenti che hanno almeno un genitore migrante. Sono cifre tali che non possono più essere considerate un’emergenza. Si tratta di elaborare una strategia non limitata o settoriale per i migranti, come mi pare si stia prevalentemente facendo, ma a 360 gradi, per coinvolgere sia i migranti sia le materie di studio, le discipline, i testi, il modo di lavorare, la formazione dei docenti. Quanto ciò è una pia illusione e quanto invece è realtà concreta, vissuta? (domanda rivolta a Lydia Keklikian e padre Livio Pegoraro)

Lydia Keklikian

  • Armena, nata in Libano, di madrelingua araba e cittadinanza italiana, diplomata (nel 1995) in Scienze religiose presso l’Istituto superiore di scienze religiose dell’Università Cattolica di Brescia.

Vorrei sottolineare il fatto che personalmente, dopo tanti anni di esperienza da donna migrante nei processi d’integrazione, oggi io dico che è molto importante partire dal quotidiano, dalla vita di tutti i giorni, dai piccoli gesti, dalle parole che pronunciamo non solo nei confronti degli emigranti, ma con qualsiasi persona che incontriamo. È su questo che si basa la vita di ciascuno di noi e della nostra comunità. Gli studi, le leggi, le circolari ministeriali sono, sì, importanti, ma vanno calate nella realtà quotidiana. Per questo motivo ciò che si diceva sull’importanza della Costituzione italiana, della conoscenza della lingua italiana da parte degli stranieri, deve costituire un percorso compiuto insieme con gli italiani. Fino ad ora la politica di tutti i governi è stata quella di insegnare la lingua italiana agli stranieri per dare loro strumenti linguistici, culturali, importanti e utili per la loro vita nella società italiana, ma è mancato il coinvolgimento dello straniero come partner di un percorso da compiere insieme.

Lo straniero non deve essere l’oggetto delle nostre riflessioni e delle nostre analisi, ma un soggetto attivo, perché spesso ha una buona formazione ottenuta nel paese d’origine.

Cerchiamo di sfruttare queste sue capacità, di unirle a quelle degli italiani. Va bene insegnare l’italiano, ma la Costituzione deve essere spiegata a tutti insieme, italiani e stranieri, se crediamo che il percorso sia comune, altrimenti si rischia di maturare conclusioni diverse. Quanti italiani adulti conoscono la Costituzione? Pochi, temo, per questo è importante studiarla insieme.

Livio Pegoraro

Per quanto riguarda la Costituzione, sono d’accordo sul fatto che il patto fondante del nostro paese debba riguardare tutti. Oggi però abbiamo paura perché i fondamenti stessi di questo patto sono messi in discussione. I migranti oggi sono profeti, certo, ma dobbiamo anche ricordare che nella Bibbia la maggior parte dei profeti ha fatto una brutta fine.

Le sfide sono tante. Io credo che il mondo occidentale viva profonde tensioni, perché è sprofondato in una crisi di civiltà.

Si parla di globalizzazione, di coscienza del fatto che la morte può essere globale. Si pensi all’ecologia, alle armi che possono distruggere completamente il pianeta. In questo senso condivido quanto è stato detto: le migrazioni non sono solo profezia, ma anche svelamento della condizione storica umana. In qualche maniera, essa svela chi siamo e consente di percepire il mondo e anche noi stessi.



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