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Congo RD: Missionari solidali, non complici

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Un gruppo di esperti dell’Onu ha presentato al Consiglio di sicurezza il suo ultimo rapporto sull’applicazione della risoluzione Onu 1533 del 2004 riguardante il Congo RD, in particolare l’embargo delle armi destinate ai gruppi armati attivi nell’Est e lo sfruttamento illegale delle risorse minerarie. Benché “strettamente confidenziale”, molti organi di stampa ne hanno frettolosamente pubblicato stralci, senza verificarne la veridicità (si veda a seguire la reazione dei Saveriani).

Il rapporto ammette il “fallimento” dell’operazione Kimya II, condotta dall’esercito congolese con l’appoggio logistico della Missione Onu (Monuc) contro le Forze democratiche per la liberazione del Ruanda (Fdlr), movimento politico-militare degli hutu ruandesi arrivati nel Kivu nel 1994, in seguito ai tragici fatti che sconvolsero il loro Paese. 

Si tratta di un fallimento prevedibile. Varie Ong l’avevano denunciato: un’operazione anti-guerriglia in piena foresta non sarebbe riuscita. I risultati sono catastrofici per la popolazione civile: 1.143 civili uccisi, 7.000 donne violentate, 900.000 civili sfollati, 6.037 case incendiate, 123 attacchi a villaggi.

Il fallimento dell’operazione varrà a far capire alla Comunità internazionale che l’opzione militare non è la soluzione del problema?

Il rapporto conferma lo stretto legame tra commercio illegale delle risorse minerarie e la continuazione del conflitto, grazie al commercio clandestino delle armi. Inoltre, sostiene che la maggior fonte di autofinanziamento delle Fdlr è il commercio dei minerali, in cui sono coinvolte note società multinazionali occidentali e, secondo precedenti rapporti Onu, lo stesso Ruanda.

Si tratta di un giro di miliardi di dollari. Finora, nessun governo occidentale ha fatto pressione su tali società.

Si nota una stridente contraddizione: da una parte, la Comunità internazionale promuove la guerra contro le Fdlr e, dall’altra alcuni Paesi importano minerali senza preoccuparsi della loro tracciabilità. Il gruppo degli esperti cita infine alcuni casi di piccole associazioni umanitarie e di singole persone, missionari inclusi, che avrebbero contribuito al finanziamento delle Fdlr e alla diffusione di informazioni, impedendo così la loro neutralizzazione e il rimpatrio dei suoi membri.

Occorre tener conto che le Fdlr sono una realtà variegata, cui hanno aderito, è vero, militari ex-Far (Forze armate ruandesi) e miliziani Interahamwe; ma è prioritario volgere lo sguardo al gran numero di rifugiati civili, un popolo errante che da 15 anni vaga e sopravvive nelle foreste. Assediato dalla guerra e trascurato dalle Organizzazioni umanitarie internazionali, Onu compresa, i rifugiati civili non avevano davvero nessun diritto all’assistenza? 

Il rapporto fa riferimento a un aiuto di 2.000 dollari per l’acquisto di teloni di plastica per capanne improvvisate, di farmaci e materiale didattico.

Secondo la logica del rapporto, quindi, questa gente avrebbe dotuto morire di fame, di freddo e di malattie, solo perché dalla parte dei vinti?

La stampa ha dedicato molte righe a questi ultimi casi, estrapolando i fatti e interpretandoli in modo grossolano e tendenzioso. C’è da chiedersi perché. Non si rischia forse di scaricare su missionari e piccole associazioni umanitarie l’imbarazzante e scandalosa partecipazione di note società minerarie e governi occidentali, ma non solo, nel perverso intreccio tra sfruttamento illegale delle risorse, commercio clandestino di armi, strategie geopolitiche e continuazione del conflitto?



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