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Bonani! Questa parola strana è la deformazione del francese “Bonne année”, augurio che è sulla bocca di tutti nei primi giorni dell’anno. Anch’io, con grande ritardo, lo rivolgo ai lettori di Missione Oggi; infatti, nella nostra comunità culturale, l’anno termina con la fine della stagione delle piogge e il nuovo anno inizia con la raccolta del miglio, cereale di base che serve per alimento e per fare la birra per le feste.

Come recita il Salmo 126: il ritorno dai campi avviene nella gioia, portando i covoni

  • Chi semina nelle lacrime /
  • mieterà nella gioia. /
  • Nell’andare, se ne va piangendo, /
  • portando la semente da gettare, /
  • ma nel tornare, viene con gioia, /
  • portando i suoi covoni).

Quest’anno, grandi inondazioni ci hanno privato della gioia dei raccolti. Anche se i raccolti sono scarsi ogni famiglia non può contravvenire alla regola di celebrare con riconoscenza la “luna”, festa tradizionale del nuovo anno. Sembra che questa sia la festa per eccellenza in quanto è, di volta in volta, favorevole al ristabilimento delle relazioni umane affaticate dai pesanti lavori dei campi o dalle prove per le malattie e per la morte. È il tempo dei viaggi e delle visite ai familiari, il tempo della convivialità e della condivisione.

Da ottobre a dicembre ogni “etnia” festeggia la propria “luna”. Questa celebrazione “etnica” delle lune non vuole escludere nessuno, ma è fatta per permettere agli uni di partecipare alle celebrazioni degli altri. Nelle società a carattere esogamico la famiglia va sempre di là dal clan, dalla tribù o dall’etnia. È il modo di celebrare la vita unica che lega gli uomini tra loro: i viventi da “questa parte” con i viventi dall’ “altra parte”. È l’occasione per i “morti” durante l’anno di acquisire il titolo di “antenati” protettori, degni di ricevere preghiere e di essere onorati.

In questo “Anno della fede” rivisitiamo il Credo come espressione della fede della Chiesa universale. Certi articoli presentano difficoltà di comprensione all’interno della nostra cultura. Ciò che è più facile per noi comprendere è la fede nella comunione dei santi in virtù del significato della festa tradizionale della “luna”.

Non c’è per nulla bisogno di discorsi teologici per far capire la festa cristiana di Ognissanti. Tutti, cristiani e non, la celebrano con grande fervore perché tutti credono che i viventi e i morti sono membri di una sola e medesima famiglia, la Chiesa. Essi sono “uno in Cristo”, poiché tutti partecipano della sua vita. In molte località, infatti, la festa di Ognissanti è abbinata alla festa tradizionale della luna. È difficile capire perchè la Chiesa separi le due celebrazioni, quella di Ognissanti dalla commemorazione di tutti i fedeli defunti; è difficile capire che i “defunti” cristiani impieghino tanto tempo per diventare “antenati”... Fortunatamente i primi missionari ci hanno insegnato a chiamare il cimitero cristiano “luogo di riposo dei santi” (camposanto), che in genere è posto vicino alla chiesa. Ancor più, ci hanno insegnato a vivere in sintonia con loro, ad andare a pregare con loro per ottenere l’intercessione. Molti non cristiani vorrebbero avere un posto nel cimitero cristiano per ricevere tali onori post mortem.

La vita moderna ha cambiato il calendario, perciò chi non è “pronto” per celebrare la festa tradizionale della luna, attende il Natale o il nuovo anno. Il prestigio della Chiesa è tale che nessuno vorrebbe entrare nel nuovo anno stando fuori della grande famiglia universale che integra tutte le famiglie della terra. Per questo nelle nostre celebrazioni delle feste cristiane diamo un saluto a tutti all’inizio e all’accoglienza. Per i non cristiani esse sono fonte di benedizione e di pace.

Bonani!, ancora a tutte e a tutti quelli che vivono nel tempo del calendario giuliano.


Mentre ringraziamo mons. Luis Infanti De La Mora, vicario apostolico dell’Aysén (Cile), che dall’estremo sud del continente americano ci ha fatto sentire la voce di una Chiesa profetica in Patagonia durante il 2012, diamo il benvenuto ad un altro vescovo, mons. Edmond Djitangar, della diocesi di Sarh (Ciad), sulle rive del fiume Chari, nella parte meridionale del paese, cui passiamo il testimone della rubrica “Ultima di MO” per l’anno 2013. Alla guida di una Chiesa giovane, che ha da poco celebrato cinquant’anni di vita (1961-2011), mons. Djitangar, il cui motto episcopale è “Venite e vedete”, ci farà idealmente entrare nell’osservatorio di Sarh per visitare uno dei paesi più poveri del mondo e politicamente molto travagliato, dove la Chiesa cattolica, seppur minoritaria, è una delle poche voci autorevoli e critiche.



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