Dalla pedagogia della memoria alla pedagogia della resistenza
Il grado si sovversione di una società non è dato dai gesti di qualche avamposto militante, ma dal numero di persone innocue, inermi, legalitarie che, di colpo, si mettono ad aiutare i subordinati (E. de Luca).
Una scelta di resistenza sarebbe oggi una scelta di sobrietà che non significa equa condivisione della povertà, ma equanime redistribuzione delle ricchezze nel rispetto degli effettivi bisogni e delle reali necessità.
Oggi vorrei parlarvi degli ultimi due libri di Raffaele Mantegazza (1) intesi come “testi di formazione”, nel senso che riescono a fornire al lettore – anche a quello più esigente e rigoroso – una scatola degli attrezzi, una sorta di grimaldello per comprendere molte ansie del presente.
Memoria come punto di partenza
Nell’oggi – come dimensione schiacciata sul presente e l’immediato, sulla velocità e sulla frazione di secondo – l’uso della memoria è inteso come un pessimo esercizio di archeologia.
La memoria, oltre ad essere un elemento costitutivo dell’identità personale – ecco perché molti vorrebbero sequestrarcela – è una pratica, un diritto, perché abbiamo anche la possibilità di perderla; perché altri la ritengono un limite – vergognoso e intollerabile – al libero dispiegarsi di molte potenzialità dell’individuo.
La memoria, invece, è lì e continua a rimandarci le parole fondative del suo personale vocabolario: tempo, storicità, soggettività, linearità e alterità. L’un concetto non esiste senza l’altro ed è solo questa complementarietà che permette il “buon uso” di questa facoltà. È, infatti, il tempo – con la sua stretta prossimità alla dimensione della morte – che ci impone la necessità di far memoria; è la storicità – a differenza della storia che, se non specificata, è spesso una categoria anonima – che connota la dimensione pienamente umana; è la soggettività che qualifica l’azione del ricordare nelle persone; è la linearità che ci permette di sbrogliare e di rendere leggibili intricate masse di eventi ed, infine, è solo il porci in relazione – cooperativa o conflittuale – con l’altro che giustifica la messa in moto del meccanismo del ricordo.
Quando questo circolo virtuoso s’inceppa o viene meno, siamo di fronte a un cortocircuito che produce – come esito finale – la frantumazione della memoria, sia individuale che collettiva. In altre parole si arriva all’annientamento. Il primo libro di Mantegazza proprio di questo si occupa: della distruzione dello spazio, del tempo, dei rapporti con gli altri, dell’uso comune del linguaggio e dei corpi in un contesto specifico, quello del sistema concentrazionario nazista, che pone Auschwitz a suo paradigma.
Primo micro-gesto di resistenza
L’accento è proprio posto sulla valenza sistematica di questa diabolica macchina di sterminio – gigantesca, capillare e perfettamente oliata – che contava anche sull’aiuto di anonimi individui, il cui brodo di coltura altro non era che “la banalità del male”. Proprio qui sta una delle riflessioni centrali di Raffaele e cioè come sia stata possibile l’accondiscendenza o un’assunzione di responsabilità e che si caratterizzi come primo micro-gesto di resistenza.
Raffaele, nell’incontro bresciano, a questo proposito ricordava – desumendolo da un racconto del padre, peraltro scomparso recentemente e a cui dedica una bellissima poesia in apertura del volume – un episodio. Il genitore – quattordici anni nel ’43 – era a conoscenza di una grave patologia che affliggeva sua madre, la quale – per lenire, a volte, un forte bruciore – sorseggiava dell’acqua zuccherata. Un giorno – nel corso di un rastrellamento – due militi repubblichini si presentano nella casa paterna e – dopo aver arraffato tutto – si impossessano anche delle scorte di zucchero picchiando il padre che – nonostante la tenera età – si era messo in mezzo per difenderle.
Questo episodio/racconto ha segnato – ancora bambino – la coscienza di Raffaele, il quale – prima degli studi e degli approfondimenti storiografici – ha deciso, personalmente ed emotivamente, di essere avversario di quegli uomini neri che – ancor prima di essere protagonisti di un gesto di “violenza inutile” come direbbe P. Levi – avevano rubato lo zucchero alla nonna. Ecco perché questa pratica può essere espletata dalle “persone normali”, che sono – in maniera multiforme ed eterogenea – collocate nei diversi ambiti della società, così come la Resistenza al nazi-fascismo fu patrimonio di molti e diversi.
Oltre la sfera personale – ed è la terza tappa – c’è la dimensione collettiva, politica, che mette in radicale discussione lo stato presente delle cose. Non mi ci soffermo, ma mi sembra sia efficacemente riassunta nella citazione – posta come seconda epigrafe all’inizio del libro – di Erri de Luca: “Il grado di sovversione di una società non è dato dai gesti di qualche avamposto militante, ma dal numero di persone innocue, inermi, legalitarie che, di colpo, si mettono ad aiutare i subordinati”. È la visione di una società che – minata alle radici da tante pratiche di resistenza individuale – si ritrova – dopo essere stata, per molto tempo, opulenta ed egoista – a essere fraterna e solidale, magari complice con gli ultimi ed i subordinati.
Dominio delle cose e sobrietà di vita
La nostra vita è scandita da cose: oggetti che ci accompagnano, ci aggrediscono, ci assediano e ci consolano. Spesso ne siamo schiavi al punto che non sappiamo come smaltire buste, scatole, barattoli che le contengono. E il nostro potere sulle cose si riduce, a volte, al potere sugli imballaggi e, forse, nemmeno a quello. La nostra cassetta postale trabocca involucri di plastica che contengono promozioni, cataloghi, riviste che mai leggeremo; le nostre bevande sono contenute in bottiglie contenute in confezioni da tre o da sei, contenute in scatoloni da cento.
Occorre ribellarsi non tanto alle cose quanto alla loro assurda proliferazione; occorre una ribellione attenta contro il sistema che ha inventato la “filosofia dell’involucro” contro la quale una scelta di resistenza sarebbe oggi una scelta di sobrietà che non significa equa condivisione della povertà, ma equanime redistribuzione delle ricchezze nel rispetto degli effettivi bisogni e delle reali necessità.
Scrittura impetuosa
Come dato conclusivo, sottolineerei che uno dei dati più affascinanti delle due opere in questione è rappresentato dal rigore teorico con cui Raffaele affronta i vari temi. Le categorie usate sono estremamente vaste, sia per numero che per spessore culturale. Pare – all’interno di uno svolgimento di pensiero da intendersi come continuum, piuttosto che di un unicum – di essere di fronte a un crescendo rossiniano che spazia, indifferentemente, tra Scuola di Francoforte e testi di cantautori contemporanei, tra citazioni marxiane ed esegesi biblica, tra riferimenti alle Teologie di liberazione o alla lettura colta.
Non sono testi facili, ma il loro incedere fluente e, spesso, spiazzante fa dimenticare le lancette dell’orologio, come capita di fronte ai testi “di formazione” e questi, credetemi lo sono.
IVAN GIUGNO.
(1) Raffaele Mantegazza, L’odore del fumo, Città Aperta, Enna, 2001. *** Raffaele Mantegazza, Pedagogia della Resistenza, Città Aperta, Enna, 2003.






