BATTESIMO DI SANGUE
Il 18 ottobre 1964, Paolo VI canonizzava 22 fedeli cattolici martirizzati in Uganda tra il 1885 e il 1887. Il più noto, Carlo Lwanga, fu arso vivo insieme ad altri cristiani. Nell’omelia lo stesso Paolo VI sottolineava che tali martiri aggiungevano al martirologio “una pagina tragica e magnifica, veramente degna di quelle meravigliose dell’Africa antica, che noi moderni, uomini di poca fede, pensavamo non potessero avere degno seguito mai più”.
E continuava: “Questi martiri africani aprono una nuova epoca; oh! non vogliamo pensare di persecuzioni e di contrasti religiosi, ma di rigenerazione cristiana e civile. L’Africa, bagnata dal sangue di questi martiri, primi dell’era nuova (oh, Dio voglia che siano gli ultimi, tanto il loro olocausto è grande e prezioso!), risorge libera e redenta”.
L’auspicio di Paolo VI si infranse nella violenza dei conflitti dell’Africa indipendente.
Il 1964 sarà, infatti, l’anno più duro dal punto di vista del martirio, almeno per l’ex Congo belga, da dove giungeranno ben 114 segnalazioni di “nuovi martiri”, tra missionari, preti diocesani e religiose, a cui vanno aggiunti centinaia di laici e catechisti, e le molte vittime di altre confessioni cristiane. Spesso protestanti e cattolici hanno mischiato il loro sangue, come i cinquanta missionari di diverse confessioni, tenuti prigionieri nella missione cattolica di Buta senza cibo e acqua, e infine massacrati dai ribelli Simba (Leoni).
Il 28 novembre 1964 furono uccisi da un capo dei Simba, un certo Abedi Musanga, nelle missioni di Baraka e Fizi, anche tre missionari saveriani: fratel Vittorio Faccin, i padri Luigi Carrara e Giovanni Didonè. Assieme a quest’ultimo fu assassinato anche il prete congolese Atanasio Joubert. Abedi ammazzò i quattro religiosi per rifarsi della sconfitta subita dai Simba, che egli stesso aveva lanciato contro una colonna di mercenari, con la promessa dell’invulnerabilità nella battaglia. I Simba lasciarono sul campo 700 guerriglieri e Abedi, volendo riaffermare la sua potenza nel gruppo, colpì inermi missionari, cioè le personalità più autorevoli nella società africana sino alla decolonizzazione, a torto o a ragione considerati un’ingombrante emanazione del potere coloniale europeo.
Se, soprattutto nell’ex Congo belga, la storia coloniale ha prestato il fianco all’identificazione tra attività missionaria e colonialismo, tuttavia il “battesimo di sangue” di tanti missionari, religiose, preti e fedeli congolesi, inaugurò un nuovo modello di missione, quello postcoloniale dell’umiltà e della fragilità.
Con l’indipendenza, i missionari diventarono gli stranieri più indifesi, perché decisero di restare con le loro popolazioni, nelle situazioni di maggiore insicurezza, bersagli facili per chi intendeva colpire le potenze occidentali e mostrare la propria forza. Gran parte dei coloni occidentali, invece, lasciarono il paese, ritornarono a casa.
I missionari restarono, identificandosi con la Chiesa locale e il popolo congolese.
Restare è un imperativo per i missionari, come recita un significativo autografo indirizzato a un catechista da padre Giovanni Didonè: “Noi padri siamo qui a Fizi, molto lontani dai nostri paesi, però Dio è dappertutto e ci vede. Restiamo forti! Non pensiate che i padri ritornino a casa loro, sappiate che essi piuttosto di abbandonarvi preferiscono morire. Non date retta alle menzogne. Noi siamo stati inviati per restare qui nella missione di Fizi”.
È la nuova “via stretta” della missione postcoloniale, recentemente percorsa anche dalle missionarie saveriane Bernardetta, Olga e Lucia, assassinate a Kamenge, periferia di Bujumbura, in Burundi, nei giorni 7 e 8 settembre 2014.







