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Augustin Bea, L’architetto dell'unità

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IL RICORDO DI ELIO TOAFF

“Quando mi trasferii a Roma da Venezia [nel 1951], cominciai a frequentare la biblioteca del Pontificio Istituto Biblico, diretta da Agostino Bea, persona di gentile squisitezza, che mi colmò di cortesie. La nostra conoscenza si trasformò ben presto in amicizia, e un giorno mons. Bea mi confidò che, essendo tedesco di nascita, sentiva tutto il peso del male che il suo popolo aveva fatto agli ebrei e voleva fare qualche cosa per riparare, sia pure in minima parte. Gli nacque così l’idea di un concilio ecumenico nel quale si sarebbe dovuto approvare un documento sugli ebrei. Lui stesso ne voleva essere il promotore e l’estensore”.

Così scrive nelle sue memorie intitolate Perfidi giudei, fratelli maggiori rav Elio Toaff, a lungo rabbino capo di Roma, parlando di un uomo riconosciuto unanimemente come la figura cardine del complesso cammino del Vaticano II sulle rotte del dialogo. Un uomo, evidentemente, capace di profezia, del quale nel 1981, in occasione di un Simposio vaticano appunto su Bea, Giovanni Paolo II evidenziava le tre principali caratteristiche:

  • l’amore e la dedizione verso i fratelli;
  • la profonda conoscenza della Parola di Dio;
  • il legame con la Chiesa e la sua missione.

Aspetti che si evidenziarono in particolare nella sua vocazione per l’ecumenismo e il dialogo: elementi che, così come tutta l’esistenza di quell’uomo fedele e lungimirante, ebbero nutrimento e fondamento in un costante ascolto della Parola di Dio.

INSTANCABILE NEL DIALOGARE

Le Chiese tutte gli sono debitrici, in modo particolare per l’azione cruciale nella formazione di tre documenti conciliari fra i più innovativi e strategicamente decisivi: Unitatis redintegratio (sull’ecumenismo), Nostra aetate (sulle religioni non cristiane, ma soprattutto per il n. 4 riguardante il rapporto tra ebrei e cristiani) e Dignitatis humanae (sulla libertà religiosa). I suoi discorsi al concilio sono in buona parte raccolti nel volume La Chiesa e il popolo ebraico, Morcelliana, Brescia 1966 (tradotto in sei lingue!).

Il numero delle pubblicazioni, conferenze, messaggi e incontri con la stampa tenuti da Bea nel quadro dei lavori conciliari è impressionante, tanto più se si considera la sua età, già veneranda all’epoca. In un discorso rivolto alle Suore di Sion, ricordando la loro vocazione speciale, egli sottolineerà come la questione delle relazioni con gli ebrei fosse a lui particolarmente “familiare ed anche cara”; nel tratteggiare le linee portanti di tale vocazione, si richiamava alla sua esperienza personale, fondata sullo studio, sulla vita spirituale, sull’attività apostolica.

Esortava pertanto le suore allo studio del Primo Testamento, alla lectio continua e meditativa, invitandole a conoscere la storia del popolo ebraico successiva alla venuta di Cristo, a verificare l’atteggiamento della Chiesa e dei papi verso gli stessi ebrei.

Alcune indicazioni di Bea costituiscono tuttora il fondamento dei rapporti tra la Chiesa cattolica e l’ebraismo.

UN AUTENTICO SPIRITO DI CRISTO

Ecco come concepiva il dialogo con l’ebraismo: “È necessario collaborare con le iniziative che tendono a migliorare i rapporti tra ebrei e cristiani, collaborare con gli ebrei stessi, in tutta fraternità, per affermare i valori religiosi e morali […]. Parlare con gli ebrei anche di questioni religiose. Ma, lo dico esplicitamente, a condizione di avere una conoscenza teologica sufficiente […]. Non si deve mai fare del falso irenismo, cioè attenuare la verità, ma si deve professare la verità com’essa è, con prudenza, nel rispetto assoluto delle coscienze...”.

La sua fu un’azione impressionante, priva di soste. Come ha sostenuto il suo segretario Stjepan Schmidt (autore di Agostino Bea il cardinale dell’unità, Città Nuova, Roma 1987), Bea divenne nel tempo un vero e proprio ambasciatore dell’unità: teneva conferenze in diversi paesi d’Europa, scriveva lettere, rilasciava interviste. Commentando tale sua attività, Bea rilevò quanto fosse vasto “il terreno di inveterate opinioni e abitudini da dissodare e quali barriere da abbattere, ma anche con quanta intensità lo spirito di Dio lavorava nel suo popolo per compiere questa difficile opera e con quanta decisione il popolo di Dio si prestava a collaborarvi”.

Riguardo ai cosiddetti fratelli separatiegli scrisse nel Diario, prima del concilio: “Quindi devo fare tutto il possibile per rendere loro desiderabile l’unità... Ma soprattutto mostrare il mio amore: nei rapporti, nelle conversazioni, nella corrispondenza e nelle trattative”. Un amore che, ai suoi occhi, aveva inevitabilmente il suo fondamento nell’amore di Cristo:

un “autentico spirito di Cristo” farà sì che “in quello che faccio non c’è desiderio di potere, non interesse terreno, non semplice attivismo, non routine”.

Fino a concludere: “È mia intenzione trattare secondo questo spirito anche la questione degli ebrei, se mi sarà definitivamente affidata”.


* Nato a Riedböhringen (Germania) nel 1881, Augustin Bea era entrato ventunenne nella Compagnia di Gesù, per ricoprire poi diversi incarichi, fra cui quelli di docente di Sacra Scrittura e di Teologia biblica prima a Valkenburg, in Olanda (1917-21), poi nella Gregoriana a Roma (1924-28), quindi di professore nel Pontificio Istituto Biblico (1924-1959), di cui fu anche rettore (1930-49); nonché di confessore di Pio XII. Ebbe un ruolo rilevante nella redazione dell’enciclica Divino Afflante Spiritu (1943), e sostenne la necessità di una maggiore presenza liturgica della parola di Dio. Giovanni XXIII lo creò cardinale il 14 dicembre 1959, affidandogli in seguito il compito di responsabile del nuovo Segretariato per l’unità dei cristiani. Fu il primo cardinale, dopo quattro secoli, a visitare ufficialmente il primate anglicano M. Ramsey (1962), a organizzare l’incontro fra lo stesso primate e papa Roncalli, e successivamente, nel 1967, tra Paolo VI e il patriarca ortodosso Athenagoras. Morì il 16 novembre 1968 a Roma.



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