APPUNTI PER UN VIAGGIO INTERIORE
"Nella mia solitudine sono diventato come un esploratore per te, un viandante di regni che tu non sei in grado di visitare: sono stato chiamato ad esplorare un'area deserta del cuore umano… un'arida, rocciosa, oscura terra dell'anima, talvolta illuminata da strani bagliori che gli uomini temono e popolata da spettri che essi astutamente evitano, tranne che nei loro incubi". Così scriveva nel 1967 Thomas Merton.
Di questo figlio di artisti giramondo, convertitosi a 24 anni, fattosi monaco trappista a 26, poeta diventato uno degli autori spirituali più letti della sua generazione, ora viene pubblicato in italiano La contemplazione cristiana (Ed. Qiqajon, 97 pp., Lit 15mila).
È una sorta di riflessione ad alta voce sull'esperienza interiore e sul raffronto tra vita contemplativa cristiana, risveglio buddista zen e dialogo con il mondo secolare. Se dal libro Le acque di Siloe, scritto nel 1948, uscito in Italia nel 1951 e adesso riproposto da Garzanti, sembra emergere un rappacificante compiacimento per una "fuga" dalla compagnia degli uomini verso quelle "acque che scorrono in silenzio e che il mondo non conosce perché preferisce l'acqua dell'amarezza e della contraddizione", quello più recente - di dieci anni posteriore - rende conto della profonda comunione con l'umanità intera, di cui si fa esperienza al riparo di un chiostro.
Sì, le mura di un eremo sono costruite per custodire l'amore cosmico, non per rinchiuderlo. Allora, di fronte ad un muro che cessa di essere custodia e diventa separazione dal "cosiddetto uomo del mondo" non ci si può arrestare, bisogna scavalcarlo o abbatterlo, con il pensiero e con gli scritti, con gli incontri e con il dialogo franco e cordiale, come ha saputo fare Merton negli ultimi anni della sua vita; oppure - e anche qui il monaco poeta è stato maestro - si può superare il muro in altro modo: scavando in profondità, in se stessi e nel cuore umano, alla ricerca di quell'unità interiore che dà pace al nostro travagliato abitare la terra.
Così, chi pensasse che tutto l'impegno di Merton, il suo prendere parola a tempo e fuori tempo, il suo farsi carico delle fatiche e degli aneliti dei suoi contemporanei sia stato un recitare la parte del poeta anticonformista, non solo compirebbe un errore di giudizio, ma si priverebbe della possibilità di capire l'autenticità di un'intera esistenza, passerebbe accanto ad un esempio raro di quella sancta simplicitas che non è ingenua dabbenaggine, bensì il ricondurre tutto al simplex, all'unità profonda, il pervenire alla contemplazione come capacità di leggere il mondo intero con gli occhi stessi di Dio.
Qualità rara di cui oggi - in una società globale lacerata in cui si ondeggia dalla contrapposizione al sincretismo, dall'individualismo all'omologazione - si avverte più che mai l'urgenza.







