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Antônio Batista Fragoso, Vescovo Servo degli ultimi

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Antônio Batista Fragoso, nato a Teixeira (Paraíba, Brasile) nel 1920, figlio di José Fragoso da Costa e di Maria José Batista da Costa, muore a João Pessoa nel 2006. Orgoglioso di essere contadino e figlio di contadini, è stato uno dei padri conciliari brasiliani più coerenti con lo spirito del Vaticano II. Dopo gli studi nel Seminario di Paraíba, è ordinato prete nel 1944. Assistente ecclesiastico del Circolo operaio a João Pessoa, poi della Gioventù operaia cattolica (Joc) del Nordest (1947-1957), quindi cappellano del Collegio Pio X (dei Fratelli Maristi) a João Pessoa, infine professore nel Seminario dal 1944 al 1957, quando papa Pio XII lo nomina vescovo ausiliare di São Luis do Maranhão.

L’ESPERIENZA CONCILIARE

Uomo di sorprendente intelligenza e straordinaria generosità, così racconta la sua esperienza del Concilio:

“Non avevo quasi nessun contatto con l’episcopato del resto del mondo, perché avevo studiato in Paraíba; non avevo frequentato nessuna Università europea e non avevo partecipato a grandi riunioni o incontri. Perciò ero un po’ insicuro. Non sapevo come rapportarmi coi vescovi. Però un gruppo di vescovi era già molto segnato dallo stile di papa Giovanni XXIII, dalla sua apertura ai poveri e dalla sua decisione di convocare un Concilio non per scrivere tesi e documenti, ma per presentare al mondo un nuovo volto di Chiesa, che coincidesse col volto dei poveri. Cominciai così a frequentare, alla fine delle assemblee, al Collegio Belga, un gruppo – trentanove, quaranta o poco più tra vescovi, arcivescovi e cardinali – in cui si discuteva una tesi teologica per noi fondamentale, quella dell’identità di Gesù nel pane consacrato – ‘Questo è il mio corpo’ – che poteva orientare tutta la missione della Chiesa.

Lo stesso Gesù un giorno aveva detto: ‘Andate dagli affamati, dai carcerati, dagli esuli’. Essi sono Gesù: ‘Quanto fate loro, è a me che lo fate’. Questa identità affermata da Gesù non era stata approfondita e si riduceva spesso a una difesa dei poveri, procurando lavoro e facendo l’elemosina, attraverso opere sociali, l’assistenzialismo e un certo paternalismo-maternalismo ecclesiale. Tuttavia questa idea era stata abbastanza modificata dal mio impegno con la Joc, che aveva modificato la mia formazione teologica, il mio modo di vedere le cose, offrendomi una nuova visione dei poveri, come protagonisti del proprio futuro.

Inoltre, questo gruppo mi aveva fatto approfondire la fondamentale spiritualità della presenza di Gesù nei poveri. E, più ancora, mi aveva fatto percepire che non si arriva direttamente a Dio, senza la mediazione dei poveri.

In altre parole, chi ama i piccoli, i poveri, ama Gesù. Quindi Gesù viene dopo.

Avevo imparato esattamente il contrario: Gesù è tutto nel mistero pasquale e il ministero presbiterale consiste nel consacrare tutto il nostro tempo a questo e in funzione di questo. Ma la Joc mi aveva cambiato la testa. Cosa che fu confermata da questo gruppo di vescovi, nei quattro anni di Concilio”.

PRIMO VESCOVO DI CRATEÚS

Il 28 aprile 1964 Paolo VI lo nominò primo vescovo della nuova diocesi di Crateús, di cui sarà pastore fino al 18 febbraio 1998, quando presentò la rinuncia per raggiunti limiti di età. Assunse come proprio progetto di vita gli orientamenti del Patto delle Catacombe, documento sottoscritto il 16 novembre 1965, nelle catacombe di Domitilla, a Roma, quasi al termine del Concilio Vaticano II, da circa 40 padri conciliari, che si impegnarono così a condurre una vita di povertà, rifiutando ogni titolo, simbolo e collusione col potere, a promuovere la collegialità e la corresponsabilità nelle relazioni ecclesiali, l’apertura al mondo e l’accoglienza fraterna.

Inoltre, aderì, insieme a una ventina di padri conciliari di diversi continenti, alla Fraternità dei piccoli vescovi, ispirata alla figura e spiritualità del beato Charles de Foucauld. Si identifiò coi più poveri tra i poveri, facendo proprie le linee del rinnovamento pastorale del Concilio e appoggiando le prospettive della teologia della liberazione.

PER UNA CHIESA POPOLARE E LIBERATRICE

Nella sua diocesi promosse il passaggio “da una Chiesa tradizionale a una Chiesa popolare e liberatrice”, attraverso una prolungata “educazione della fede, l’esperienza della lettura popolare della Bibbia, l’ascolto dei piccoli e della loro sapienza nelle comunità e parrocchie della diocesi”.

Alcuni segni di questo “nuovo modo di essere Chiesa” si vedranno nella moltiplicazioni dei ministeri laicali, fino alla presidenza della celebrazione della Parola di Dio nelle Comunità ecclesiali di base, le più mature delle quali sceglieranno addirittura il proprio coordinatore, affinché impartisca il battesimo e reciti l’ufficio funebre in assenza del prete. La costruzione di cappelle o saloni in cui celebrare anche i sacramenti saranno concordate con la comunità e non “per decisione autoritaria del parroco”.

CO-FONDATORE DELLA FRATERNITÀ DEL SERVO SOFFERENTE

Mons. Fragoso fu anche consulente per la catechesi del Regionale Nordest 1 della Conferenza nazionale dei vescovi del Brasile (Cnbb), membro del Dipartimento dei laici del Consiglio episcopale latinoamericano (Celam). Partecipò attivamente, insieme a Adolfo Perez Esquivel, alla fondazione e diffusione del Servizio pace e giustizia in America latina (Serpaj-Al), alla lotta per la difesa dei diritti umani e alla promozione della nonviolenza attiva.

Fondò col padre Alfredinho (il prete svizzero Freddy Kunz) la Fraternità del servo sofferente e l’Istituto di laici consacrati, a favore dei poveri più sofferenti, oggi presenti in molti luoghi di frontiera nel Distretto federale di Brasília, negli Stati di Rio de Janeiro, Amazonas, Paraíba, Paraná, Minas Gerais, oltre ai gruppo originari di Crateús e di Santo André, alla periferia di São Paulo, città dove visse padre Alfredinho.


LA MIA VOCAZIONE: ESSERE SERVO

Il suo motto episcopale “Oportet illas adducere” (Anche queste io devo condurre) è di derivazione giovannea. Infatti è tratto dal passo di Gv 10,16: “E ho altre pecore che non sono di quest’ovile; anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore”.

Di queste pecore mons. Franoso fu pastore fedele, onesto, come lo può essere il figlio di un contadino, distinguendosi nella difesa dei diritti umani e politici, specialmente durante gli anni della dittatura militare. Questa sua fedeltà e onestà traspare anche nei suoi scritti. Ci limitiamo qui a citare: Evangile et revolution sociale (Cerf, Parigi 1971); El evangelio de la esperanza (Sigueme, Salamanca 1973); Rostro de uma Igreja (Loyola, São Paulo 1981) e Igreja de Crateús (1964-1998): uma experiencia popular e libertadora (Loyola, São Paulo 1998). Un piccolo testo pubblicato dalle Edições Base di Lisbona, in Portogallo, nell’agosto del 1973, col titolo Libertar o povo, dialogo com Antônio Fragoso bispo mostra il vigore della sua predicazione evangelica.

Trascrivo qui di seguito due piccoli brani di questo pastore nordestino: “Il lavoro si fonda su Cristo e su coloro che gli sono più cari: gli umili, i deboli, gli emarginati. Questa è la ricetta. Chiaro che non piace a tutti. Molti sono infastiditi dal risveglio di un popolo emarginato” (pp. 20-21). E ancora: “Non sono un’autorità, sono un servo; posso non essere fedele, ma questa è la vocazione che ho ricevuto: essere servo. Non voglio star solo col potere” (p. 36).



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