Annibale Bugnini, Lo spirito missionario della Liturgia
Annibale Bugnini (1912-1982), presbitero della Congregazione della Missione di S. Vincenzo de Paoli, diresse la rivista Ephemerides Liturgicae e fu professore di Liturgia all’Università Urbaniana e Lateranense nonché all’Istituto di Musica Sacra di Roma. Tra i fondatori del Centro di Azione Liturgica, promosse l’avvio della settimana annuale di studio per professori di liturgia. Nel 1948 fu segretario della Commissione di Pio XII per la riforma della liturgia, poi della Commissione Preparatoria al Concilio e quindi perito conciliare per la liturgia; segretario del Consilium per l’attuazione della Costituzione liturgica (1964) e della Congregazione per il Culto Divino (1969). Consacrato vescovo da Paolo VI (1972), fu pronunzio apostolico in Iran dal 1976 al 1982.
La Costituzione sulla liturgia, Sacrosanctum concilium (SC), fu il primo documento approvato dal Concilio (4 dicembre 1963), quasi all’unanimità, con solo 4 voti contrari. Paolo VI ne intravide un segno provvidenziale: “l’ossequio alla scala dei valori e dei doveri”, cioè il primato di Dio, dell’assise conciliare. Fu casuale. All’inizio del Concilio nessun schema trovò il consenso dei vescovi, eccetto quello sulla liturgia, che meglio rispondeva alla sensibilità e alle attese. Infatti, è l’unico schema preparatorio che giunse all’approvazione definitiva.
A questo hanno contribuito vari fattori. Anzitutto, l’aver accolto le proposte del mondo missionario in alcuni convegni di studio degli anni 1950-1960, specialmente quelli di Nimega e Lovanio (1959 e 1963) su “Liturgia e Missione”, e il primo Congresso internazionale di Liturgia Pastorale di Assisi (1956). Essi ribadivano l’urgenza che la liturgia fosse strutturata in modo da essere sentita “di casa” in ogni parte del mondo. La stessa aspettativa si ricava dalle risposte all’inchiesta della Commissione antipreparatoria del Concilio. Il 20% riguardava il rinnovamento della liturgia nei paesi extraeuropei. Nella preparazione al Concilio, la Commissione per la liturgia fu composta da vescovi ed esperti di 20 paesi dei cinque continenti. Anima e artefice di questa come poi di quella per l’attuazione del Concilio fu Bugnini. Non è esagerato dire che la riforma liturgica porta il suo nome. Lo attesta, tra altri, un noto studioso: “La riforma liturgica che abbiamo e quale l’abbiamo, deve la sua realizzazione soprattutto a Bugnini […]; non si potrà parlare di riforma liturgica del Vaticano II senza legarne l’attuazione al nome di Bugnini” (Salvatore Marsili).
CONVERGENZA DI MOLTE VOCI
Certamente, egli ha avuto un ruolo determinante per la tenacia, l’abilità organizzativa, la capacità di mediare tra mentalità differenti e distanti tra loro, soprattutto per l’ascolto delle istanze provenienti da ogni parte del mondo. “Noi suoi collaboratori – dice Balthasar Fischer – abbiamo sentito innumerevoli volte dalla sua bocca la parola periferia. Era diventata una parola prediletta e significava una realtà che si doveva ascoltare e servire”; e aggiunge che destava compiacenza in chi proveniva dalle Chiese della periferia incontrare uno “pronto a prestare attenzione, seriamente, alle nostre proposte e aspettative per il futuro della liturgia”.
Egli, infatti, sempre sottolineò che il rinnovamento della liturgia doveva essere fatto in connessione con le Chiese locali e aperto ai loro problemi. E quando dovette passare il testimone a altri, proponeva ai suoi collaboratori: “attento ascolto ai segni del tempo e alle molteplici voci del popolo di Dio, chiarezza di mente e sincero dialogo con i fratelli”. Atteggiamenti chiaramente missionari.
Per il suo carattere, l’apertura di mente, l’attenzione alle esigenze del popolo celebrante, nella varietà di luoghi e culture, per i contatti avuti come direttore della rivista Ephemerides Liturgicae e negli incontri internazionali con istituzioni, docenti, studiosi di liturgia, egli seppe organizzare e strutturare il lavoro e animare le Commissioni. Fin dall’inizio fu raccomandata piena libertà di esporre le proprie idee, fare proposte, intervenire nelle discussioni. Positiva fu l’intesa con il presidente card. Gaetano Cicognani. Bugnini attesta che egli diede ai suoi collaboratori “la più ampia fiducia, pronto sempre a ricevere, ascoltare, commentare, esaminare, discutere e, se necessario, rivedere le posizioni. Generalmente temporeggiava, ma presa una decisione, andava avanti risoluto, e incoraggiava gli altri a seguirlo senza esitare”.
Questo fu provvidenziale per lo schema di Costituzione sulla liturgia. Il cardinale, dopo alcuni giorni di riflessione e timori, il 1° febbraio 1962 lo firmò e lo trasmise alla segreteria del Concilio per la stampa. Quattro giorni dopo, il 5 febbraio, improvvisamente morì. Se non l’avesse firmato e non fosse stato stampato e divulgato, sarebbe stato bloccato, come si tentò di fare successivamente, con insinuazioni, accuse false, rielaborazioni non aderenti al testo originario. Ma poi fu ripreso per volontà del Concilio stesso.
E la maggior parte degli interventi fatti in Concilio ne lodò ripetutamente il contenuto, l’impostazione, le finalità. Per cui andò in porto.
DALL’UNIFORMITÀ AL PLURALISMO
Per un vero rinnovamento della liturgia, oltre ai principi dottrinali e al coinvolgimento attivo della comunità celebrante, è necessaria l’attenzione ai valori culturali e alle sensibilità dei vari popoli, dando spazio alle legittime diversità e agli adattamenti possibili. Nel piano organico della riforma Bugnini aveva previsto una particolare attenzione a questo nella progettata terza fase dell’attuazione della Costituzione liturgica, dopo la pubblicazione dei nuovi libri liturgici generali. Questi dovevano calarsi nella realtà concreta delle singole Chiese e assemblee celebranti attraverso una saggia opera di adattamento e inculturazione, in modo che la liturgia, diceva, “sgorghi spontanea dal loro animo e perda il senso di un inserimento estraneo alla loro cultura e mentalità”. È un’istanza oggi ancora più urgente.
Tipici di questa attenzione alle culture sono i nn. 37-40 della SC, basati sul principio della “sostanziale unità, ma non rigida uniformità”. Si prevede la possibilità di assumere espressioni corrispondenti alle doti, ai modi di sentire e pensare dei popoli: “La Chiesa, quando non è in questione la fede o il bene comune generale, non intende imporre, neppure nella liturgia, una rigida uniformità; rispetta anzi e favorisce le qualità e le doti di animo delle varie razze e dei vari popoli” (SC 37).
Questi articoli coraggiosi e di “leale ardimento” come voleva essere l’agire di Bugnini, sono considerati la magna charta dell’inculturazione della liturgia.
Raccomandano il rispetto per le culture e i loro aspetti positivi. Ma vanno anche oltre ammettendo la possibilità di “introdurli nella liturgia”, quando possono “armonizzarsi con il vero e autentico spirito liturgico”. Questo vale anche per i paesi di antica tradizione cristiana, dove la Chiesa è perseguitata, e la liturgia resta l’unico veicolo di insegnamento. È una grande apertura se si tiene conto della mentalità e spiritualità scaturita dal Concilio di Trento che per la liturgia stabilì il duplice criterio dell’uniformità assoluta e dell’intoccabilità. Proprio per questo non mancarono le critiche, talvolta aspre, riguardanti soprattutto l’introduzione delle lingue parlate, non solo per la comprensione ma perché esprimono l’anima di un popolo.
Sono la prima forma di inculturazione. Tema particolarmente sentito dai paesi “di missione”, ma osteggiato in Concilio, nella Chiesa e anche da non credenti amanti della cultura classica.
Contestate furono pure le proposte sulla concelebrazione, la comunione sotto le due specie, il potere concesso ai vescovi in materia di liturgia, e quindi anche gli adattamenti a essi affidati. Ma la fermezza di Bugnini ebbe la meglio, perché convinto di quanto scrisse: “Quando tutte le genti pregheranno e canterano nella propria lingua, secondo il proprio genio, offriranno il culto a Dio in espressione sincera e genuina della fede cristiana, che scaturisce dal profondo delle virtù native, solo allora si potrà dire che Cristo ha veramente incontrato l’uomo sulla terra, nella sua carne, nella sua anima”.
Così diede un apporto anche alla crescita della missionarietà del popolo di Dio, perché la liturgia è “luogo significativo dell’educazione missionaria della comunità”. Essa fa una Chiesa missionaria.







