AFRICA / UN CONTINENTE IN MOVIMENTO

La popolazione africana raddoppierà entro il 2050, ma quale sarà il ruolo del continente e della sua giovane popolazione nell’economia globalizzata del XXI secolo?
L’Africa contemporanea, nonostante persistenti problemi strutturali, ha un’opportunità che non può lasciarsi sfuggire.
Ad alcuni interrogativi cerca di rispondere il libro “Africa. Un continente in movimento” di Federico Bonaglia e Lucia Wegner (due economisti dell’OCSE, l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), anche analizzando argomenti controversi come il ruolo dell’Unione africana o le contraddittorie conseguenze della crescente ed inarrestabile influenza cinese nel futuro del continente.
Il quadro complessivo delineato non pecca né di afro pessimismo né di afro euforia, cerca di essere il più possibile realistico e le novità prevalgono rispetto alla stagnazione del passato, pur non nascondendo i rischi dell’evoluzione in corso.
Da una parte si evidenzia il favore per l’emergere e l’ascesa di una classe media (pur con la sua diffusa fragilità) ed il ruolo giocato dai nuovi imprenditori. Dall’altra non si nascondono le grandi disparità che esistono: in un continente che supera il miliardo di abitanti, le 100.000 persone più ricche possiedono un patrimonio pari al 60% delle ricchezze di tutta l’Africa.
Pur essendo l’agricoltura ancora prevalente, purtroppo il ruolo della classe media nel settore agricolo resta ancora trascurabile, se non inesistente. Le novità del continente sono individuate con i loro punti di forza e di debolezza e particolare attenzione viene dedicata ad analizzare la vulnerabilità della società africana, insistendo comunque sulle enormi disparità e su come, nonostante i dati positivi di crescita economica, la percentuale del PIL africano sulla produzione mondiale permanga oggi allo stesso livello del 1980.
Pesanti dubbi permangono sul futuro e motivi di preoccupazione sulla possibile prospettiva che l’Africa assuma un ruolo soltanto passivo nel processo di globalizzazione in corso, ampliando maggiormente le sue esportazioni di materie prime (e non di manufatti), soggette ai capricci della fluttuazione dei prezzi. Si tratta di una debolezza che si può vincere solo con una maggior cooperazione fra i diversi Paesi africani, data la ristrettezza dei loro mercati nazionali.
Ma questa grande sfida trova ostacoli ben superiori a quelli degli altri continenti (quali la mancanza di strade, ferrovie, reti energetiche ed infrastrutture) ed il commercio intra-africano è ancora molto limitato. Accanto alla disparità di reddito ed alle diverse fragilità, il futuro dell’Africa dipenderà anche dal problema demografico (il tasso di crescita della popolazione è il più alto al mondo) e dalla minaccia incombente di ricorrenti conflitti armati.
Pur essendo diminuiti di numero, gli autori evidenziano come siano sempre meno internazionali e si svolgano sempre più all’interno dei singoli Paesi (ma si tace il ruolo giocato dall’Occidente, per esempio in merito al coltan in RDC o all’uranio in Mali), spesso legati ad un’iniqua (reale o percepita) distribuzione delle risorse e dei frutti della crescita.
Il terrorismo diventa invece una minaccia senza confini, una minaccia con caratteristiche nuove e della quale è assai difficile prevedere gli sviluppi e le conseguenze.
Il testo fornisce parecchi dati aggiornati sulla situazione attuale, per meglio motivare le scelte strategiche consigliate. Purtroppo, però, pecca di una visione troppo imperniata sulla necessità di liberalizzare l’economia africana, anche se talvolta si evidenzia il ruolo che dovrebbero giocare gli Stati. Si insiste sull’importanza delle organizzazioni regionali, omettendo però che in alcune di esse alcuni Paesi (esempio Sudafrica e Nigeria) fanno la parte del leone. Si parla molto dell’agricoltura, ma si ha l’impressione che l’unica via perseguibile consigliata sia quella delle grandi imprese (che possono realizzare economie di scala).
Si insiste sulla necessità di sicurezza alimentare, omettendo la richiesta di sovranità alimentare da parte di tanti gruppi africani, ossia produrre quello che consumano e consumare quello che producono. Per combattere la povertà si privilegia la classe media e non strategie che favoriscano i ceti meno abbienti.
Addirittura, leggendo il testo, si ha l’impressione che l’Africa non abbia una sua intellighenzia e che siano gli esperti occidentali a dover dare pareri, non preoccupandosi invece di interpellare la società civile africana che su tante tematiche evidenziate ha idee molto chiare ed avrebbe delle soluzioni da proporre.
Pur con questi limiti, è comunque un libro che vale la pena leggere!






